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Delia Mauro cittadina onoraria? In consiglio comunale la proposta

A Ivrea, il coraggio diventa una battaglia civile: la proposta denuncia le contraddizioni di una città divisa tra legalità e abusi edilizi

Delia Mauro cittadina onoraria? L’opposizione ci prova: “Più utile lei in un giorno che la giunta in cinque anni”

A Ivrea, non basta più inventare una macchina da scrivere per ottenere la cittadinanza onoraria. Quella l’ha già fatta Adriano Olivetti, che per carità resta un’icona, un faro, un punto di riferimento. Ma erano altri tempi. Tempi in cui bastava fondare un’industria, progettare una comunità ideale, dare lavoro a migliaia di persone e ispirare mezzo mondo con un’utopia concreta.

Oggi, nel 2025, serve ben altro. Serve un po’ di sangue freddo, una telecamera accesa nel posto sbagliato al momento giusto, una dose massiccia di incoscienza (o coraggio, a seconda dei punti di vista) e, soprattutto, una realtà talmente scomoda da far saltare i nervi a chi la vive e imbarazzare chi la governa. Serve tutto questo – e magari anche un inseguimento da film tra le vie cittadine – per aspirare all’onorificenza più simbolica di una città.

È quanto accaduto a Delia Mauro, giornalista di lungo corso, volto noto della trasmissione Fuori dal Coro condotta da Mario Giordano. Una che ha fatto della cronaca dura e della denuncia sociale il suo pane quotidiano. Una che non ha paura di sporcarsi le scarpe nei luoghi dove la legalità è una parola sbiadita. Una che, il 23 marzo scorso, è finita – insieme alla sua troupe – in una trappola urbana nel quartiere San Giovanni, mentre tentava di documentare una villa abusiva fuori da un campo nomadi.

Otto persone, tra operatori video e personale di sicurezza, sono state aggredite, minacciate e inseguite per oltre venti minuti. Una scena da far impallidire persino i peggiori episodi di cronaca nera. Solo l’intervento dei carabinieri ha evitato che il servizio giornalistico si trasformasse in una tragedia. Ma il danno era fatto, e le immagini – forti, crude, inequivocabili – sono finite in prima serata su Rete 4.

E il Comune? Muto. Immobile. Imbarazzato. Nessuna presa di posizione ufficiale, solo una "tiepida" solidarietà istituzionale, nessuna condanna pubblica.

Da qui la decisione dei consiglieri comunali di Opposizione Massimiliano De Stefano (primo firmatario), Andrea Cantoni, Paolo Noascone, Antonio Cuomo, Elisabetta Piccoli e Marzia Vinciguerra di alzare il tiro. Non con un comunicato o una polemica social ma con una proposta di delibera ufficiale: conferire la cittadinanza onoraria a Delia Mauro. E non c'entra la simpatia, nè l'affinità politica. Un atto simbolico, una provocazione, un pugno sul tavolo contro l’ipocrisia istituzionale.

Nella proposta, che verrà discussa nel consiglio comunale convocato la prossima settimana, si legge chiaramente che Ivrea condanna il gesto verso la libertà di stampa e afferma il principio della legalità nella città eporediese”, e che “alla giornalista Delia Mauro va il riconoscimento come simbolo di legalità contro i soprusi provenienti da chiunque verso qualsiasi cittadino eporediese ed ospite della città”.

Parole pesanti, che suonano come una sentenza morale contro chi, alla guida del Comune – il sindaco Matteo Chiantore del Partito Democratico – ha preferito il basso profilo all’indignazione.

E la scelta di Delia Mauro non è affatto casuale. Giornalista “di strada”, comincia in una piccola tv locale del Lazio. Da lì, una lunga carriera tra cronaca nera e bianca, inchieste parlamentari su La7, servizi su periferie, degrado urbano, criminalità, sanità disastrata. Durante la pandemia smaschera la fornitura di tute non protettive ai medici pugliesi. A Roma, scopre che persino gli uffici comunali volevano chiudere i campi Rom.

A Ivrea ha mostrato quello che tutti già sapevano e solo noi de La Voce per anni abbiamo avuto il coraggio di raccontare.

Insomma: un atto politico. Una sfida diretta alla maggioranza. Un modo per dire che la legalità non si tutela con le parole, ma con i gesti. E che la libertà di stampa non è un valore solo quando fa comodo, ma anche – e soprattutto – quando disturba.

Ora tocca al Consiglio Comunale decidere ed è evidente che sarà un "no".

Il servizio in onda su Rete 4

Un’aggressione violenta, un assalto in piena regola, una fuga disperata per le vie della città. Questo era accaduto alla troupe della trasmissione Fuori dal Coro di Rete 4, in missione a San Giovanni per realizzare un servizio sul campo “abusivo” dei sinti. Ne avevamo già scritto ma vederlo in tv ha fatto un altro effetto. E c’era la giornalista Delia Mauro e i suoi operatori  accerchiati, minacciati e inseguiti da Giovanni Lagaren, dalla moglie e dai figli. Un’intera troupe televisiva costretta a scappare mentre chiedeva aiuto ai carabinieri. Il tutto per aver semplicemente cercato di fare il proprio mestiere.

“Non siamo neanche riusciti ad avvicinarci” ci aveva raccontato ancora scossa Delia Mauro. “Ho chiesto: ‘È il signor Lagaren? Giovanni?’, ma non ho nemmeno fatto in tempo a finire la frase che sono spuntati in due, poi tre, poi le donne, poi i bambini. In pochi secondi eravamo completamente accerchiati. Faccio questo mestiere da anni, ma una cosa così non l’avevo mai vissuta: urla, minacce, spintoni. Hanno preso di mira il nostro operatore, cercavano di strappargli la telecamera. Ci urlavano di cancellare tutto, si sono fatti sempre più aggressivi. È stato spaventoso”.

la villa dall'alto

il campo nomadi

pp

Lagaren

Nel videoclip trasmesso in Tv, girato anche con i droni dall’altro a beneficio di una supervilla con giardino, si sente e si vede la giornalista che chiama i carabinieri. Poi si vede Lagaren che minaccia di lanciare un cubetto di porfido. Si vede anche un sinto che cerca di bloccarli con i cassonetti dell’immondizia in mezzo alla strada…

Il giorno dopo Delia Mauro si è recata dal sindaco Matteo Chiantore che ha subito espresso solidarietà e aveva promesso di occuparsi degli abusi edilizi. E fin qui tutto come da copione.

***

Ci sono abusi edilizi, e poi c’è quello di via delle Fornaci a Ivrea. Una supervilla con telecamere e palme. Sembra di stare in Messico. Il sindaco Matteo Chiantore di fronte alla giornalista Delia Mauro di Rete 4 è caduto già dal pero. Non so. Non conosco Lagaren. Faremo. Lavoreremo. Ce ne occuperemo.... Troppo poco. La storia infatti avrebbe dovuto conoscerla e potrebbe farsela raccontare dall'assessore Francesco Comotto che l'aveva studiata nei minimi particolari.

Inizia nel 2011 e non è mai finita. Una vicenda che ha dell’incredibile: una Denuncia di Inizio Attività per ristrutturare un “ricovero attrezzi” trasformata in un vero e proprio cantiere per la costruzione di una casa. Non una casetta. Una villa di più di 100 metri quadrati, realizzata su suolo privato, ben oltre i 20 dichiarati. Una truffa urbanistica talmente palese da spingere, fin dai primi mesi, il Comune a intervenire.

Ma qui comincia l’altro lato oscuro della vicenda: quello dell’inerzia amministrativa, del silenzio istituzionale, della giustizia che non arriva mai.

Il 15 luglio 2011, con ordinanza n. 5522, il Comune di Ivrea dispone l’immediata sospensione dei lavori, dopo aver constatato che il fabbricato in costruzione era di gran lunga superiore a quanto denunciato. Ma il cantiere non si ferma. Anzi: prosegue indisturbato. Un secondo sopralluogo lo conferma, e così si arriva alla successiva ordinanza, la n. 5547/2011, che dispone la demolizione dell’edificio e il ripristino dello stato dei luoghi, come previsto dall’art. 31 del DPR 380/2001.

Il responsabile dell’abuso fa ricorso al TAR. Ma anche il Tribunale Amministrativo Regionale, con ordinanza del 15 dicembre 2011, rigetta l’istanza.

Scrive il giudice: “…. l’intervento in concreto eseguito oltre a risultare sostanzialmente e funzionalmente difforme da quello per il quale era stata presentata la d.i.a. travalicasse anche il limite di assentibilità…”.

Sul piano giuridico, la strada è sgombra: la villa deve essere abbattuta.

Nel frattempo, l’edificio viene completato e abitato. Lo conferma la Polizia Municipale in un sopralluogo dell’aprile 2012. La situazione è grave, ma sembrerebbe sotto controllo. A settembre, il Comune notifica l’accertamento di inottemperanza all’ordinanza di demolizione.

Un mese dopo, in data 23 ottobre 2012, arriva il passo decisivo: il Consiglio comunale di Ivrea approva la delibera n. 83, che autorizza la demolizione d’ufficiodell’abuso edilizio, con spese a carico del responsabile. Viene persino inserito il capitolo di spesa a bilancio.

Tutto finito? No, è qui che il caso diventa un caso nazionale.

Passano giorni, settimane, mesi. Passa più di un anno e mezzo. Nessuno fa nulla. La villa non solo non viene abbattuta, ma continua a espandersi. Inizia a comparire un giardino esotico, vengono montati gazebo, si vocifera addirittura dell’arrivo di una piscina.

Il 31 marzo 2014, tre consiglieri comunali – Pierre Blasotta, Francesco Comotto e Alberto Tognoli – firmano una mozione con cui chiedono di procedere immediatamente alla demolizione, in ottemperanza alla delibera approvata un anno e mezzo prima. 

Nella mozione si ricorda che il Consiglio comunale non ha riscontrato né prevalenti interessi pubblici, né vincoli urbanistici o ambientali che potessero ostacolare la demolizione. La legge è chiara, il quadro è limpido: l’edificio va abbattuto.

La mozione viene votata a maggioranza. Eppure, nulla cambia. Nessuna ruspa. Nessun intervento. Nessun atto concreto.

Così, il 23 aprile 2014, il Movimento 5 Stelle, decide di rivolgersi alla Procura della Repubblica di Ivrea, firmando un esposto per presunta omissione di atti d’ufficio, articolo 328 del Codice Penale. L’esposto è un atto dettagliato, circostanziato, in cui si ripercorrono punto per punto tutti i passaggi dell’incredibile storia: le ordinanze inascoltate, i sopralluoghi, la delibera disattesa, la mozione ignorata, e un fabbricato che non solo è ancora lì, ma continua a espandersi.

Ma l’esposto – come le ordinanze, le delibere e le mozioni – non produce effetti. La villa resta dov’era. A distanza di undici anni, è ancora in piedi, anzi più rifinita, più curata, più definitiva. Un monumento all’illegalità che non incontra ostacoli. Un pugno nello stomaco per chi crede nello Stato di diritto.

E mentre oggi si discute della violenta aggressione alla troupe di Rete 4 nel quartiere San Giovanni – non lontano da via delle Fornaci – l’eco di questa vicenda torna a farsi sentire. Perché le parole, le mozioni, i comunicati, i proclami sulla “tolleranza zero” restano appesi al nulla, se poi un abuso edilizio deliberatamente riconosciuto e condannato può rimanere indisturbato per oltre un decennio.

Chi ha il potere di intervenire, perché non lo ha fatto? Il Comune ha approvato una demolizione d’ufficio e poi l’ha dimenticata? La Procura ha ricevuto un esposto e lo ha archiviato in silenzio? Chi deve vigilare sull’attuazione delle delibere pubbliche?

E ancora. Quel Comotto, in allora seduto tra i banchi dell'Opposizione con Carlo Della Pepa sindaco,  oggi assessore con il sindaco Matteo Chiantore, che gridava allo scandalo, che chiedeva giustizia, perchè non se ne occupa?

A Ivrea, intanto, il fabbricato di via delle Fornaci resta lì. Solido. Silenzioso. Protetto. Come se fosse legittimo. Come se fosse intoccabile. Come se la legge valesse solo per chi non ha gli amici giusti.

E poi c'è l'altra storia, quella che coinvolge un privato, la famiglia Gaida Lesca.

E parliamo di un terreno di oltre 5 mila metri quadri in strada vicinale Cascine Forneris, ad un passo da via Bollengo, nei pressi della pista di altletica che un giorno di oltre 22 anni fa  è stato occupato abusivamente dai sinti.  

Insomma, c’era una volta un campo per la sosta temporanea dei nomadi e oggi c’è un nuovo “quartiere residenziale”, con villette uni e bifamigliari disseminate qua e là, tra una roulette e un caravan. 

C'è tutto questo ma come per magia sparisce nel piano regolatore, quello nuovo firmato dall’architetto Giancarlo Paglia.

E delle due l’una o l'Amministrazione comunale che ha approvato lo strumento urbanistico in consiglio comunale ha approvato un falso o s’è girata dall’altra parte...

“La si fa facile! - ci aveva detto nel 2023 l'ex sindaco Stefano Sertoli allargando le braccia - Ma chi ci va lì ad abbattere quelle case? Secondo gli uffici se non le abbattiamo non possiamo fare l’esproprio. E se non possiamo fare l’esproprio resta tutto così com’è! Un problema enorme. Ce ne vorremmo occupare eccome ma non c’è una soluzione...”. 

Parliamo evidentemente di un incubo. L’incubo di un campo nomadi e di un terreno situato nella vicinanze di proprietà di Giovanni Gaida, venuto a mancare nel 2018 senza veder risolto il problema. Un incubo suo e pure della moglie Gloriana Lesca Gaida e dei figli che purtroppo lo hanno ereditato con la speranza di non doverlo trasferire ai nipoti…. 

E pensare che quando tutto è iniziato sarebbe bastato che il Comune con poca spesa e un po’ di diligenza avesse dato loro ascolto  ripristinando la recinzione divelta che divideva quel terreno dal Campo Nomadi, il che avrebbe evitato tutti i successivi illeciti.   

E invece? 

Nulla! Al taglio di 29 alberi di rovere per costruire un galoppatoio per cavalli da corsa è seguita (non in una sole notte) la costruzione di una serie di villette abusive.  

Tutto spiegato, giorno per giorno, minuto dopo minuto, abusi compresi, in una relazione del maggio del 2000 firmata da due tecnici dell’Arpa, due dirigenti dell’area tecnica e dal maresciallo Rebesco. 

Ma anche da una sentenza del 30 dicembre del 2003 di condanna del comportamento del Comune di Ivrea per aver posto in essere “una condotta colposa consentendo una sostanziale espropriazione dei fondi…”.   

Risale invece al 2005 un sentenza del Tar attaverso cui il giudice ordina all’Amministrazione Comunale la demolizione degli abusi edilizi. 

Fu quella volta che il Comune avrebbe chiesto (sembra di raccontare una barzelletta) che fosse il proprietario ad occuparsene, magari con pala e piccone, a tu per tu con i “Sinti”, cioè quegli stessi “sinti” che in precedenti occasioni lo avevano selvaggiamente aggredito.   

Insomma, un’Amministrazione comunale che non vedeva, non sentiva e faceva finta di non capire, paradossalmente però  molto attenta ad inviare al Gaida (proprietario dei terreni) e non ai sinti, accertamenti Ici e Imu del 2015 relativi ai fabbricati abusivi.   

A Gaida, solo contro tutti, la Pubblica Amministrazione negli anni passati era arrivata al punto di notificare persino due grosse multe per mancato accatastamento degli immobili abusivi….  

Negli anni passati la storia eravamo arrivati a raccontarla fino a qui, aggiungendoci che da sempre  sindaci e assessori succedutisi “a palazzo” avevano detto a parole  di volersene occupare, in verità solo spostando con scuse varie il problema più in là di anno in anno e tra le altre cose, nel 2002, variando la destinazione urbanistica dell’area, da agricola ad area a Servizi per ampliamento del Campo Nomadi, con ciò rendendola invendibile. 

Di questa vicenda qualche tempo fa, se ne erano occupati anche l'ex consigliere comunale Francesco Comotto (oggi assessore all'urbanistica), l’ex consigliere comunale di Forza Italia Tommaso Gilardini e l'ex presidente del consiglio Diego Borla.   

E c’è anche una lettera del 14/03/2018 firmata dall’ex responsabile dell’Ufficio Tecnico, l’architetto Nedo Vinzio, inviata all’allora Sindaco Carlo Della Pepa e a tutti i Consiglieri, per informare i Gaida “delle attività avviate per addivenire all’esproprio delle aree” con un elenco di 7 punti necessari per giungere all’atto notarile di acquisizione tra i quali la stesura del Progetto definitivo per la fognatura di cui (pensa un po’ te)  il campo nomadi è sprovvisto.   

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Cambia l’Amministrazione comunale, a Della Pepa succede Sertoli e tra le prima azioni della nuova giunta di centrodestra c’è l’arresa con tanto di comunicazione a Gloriana Lesca e ai suoi figli che non si sarebbe potuto adempiere all’acquisizione del terreno in quanto la precedente Amministrazione non avevano completato l’iter proposto con la lettera del 14/03/2018 e di conseguenza mancavano le basi per dimostrare “un esproprio di pubblica utilità”.   

Inutile chiedersi che cosa manchi per mettere la parola fine a questo calvario.    

Da un punto di vista formale e sostanziale una vera e propria sconfitta per il cittadino che subisce impotente sino alla morte!   C’è poi anche da chiedersi  (e fanno due) se esista una “malafede” del Comune e dei funzionari nell’aver omesso di eseguire una sentenza e  inottemperato a opere che riguardavano  e riguardano la salubrità.  

Se ci sia malafede o meno nel non aver preso atto nelle nuove cartine del piano regolatore un quartiere vero e proprio.

Evidente a tutti che di abbattere le villette non se ne parlerà mai.  Per non aggiungere altro danno alle beffe di soluzioni a ben  vedere ne resta una e una soltanto: l’esproprio dei terreni da parte del Comune e il loro inserimento, con una variante, come area edificata nello strumento urbanistico.

Staremo a vedere se il Comune vorrà finalmente dare concretezza alle intenzioni.  

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