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27 Maggio 2025 - 23:27
Il consigliere comunale Andrea Cantoni, il presidente Bartolomeo Corsini e Lucia Guelpa
Per anni la Fondazione Guelpa è stata la vera ossessione della politica eporediese. Ai tempi dell’ex sindaco Stefano Sertoli, bastava sfogliare un verbale o assistere a una seduta per sentire, una volta sì e l’altra pure, parlare del “tesoretto” lasciato in eredità dalla signora Lucia Guelpa. Lascito, fondazione, biblioteca, museo, statuto. Un mantra. Poi, col cambio di sindaco, il silenzio. Con l'arrivo di Matteo Chiantore, ex oppositori (Francesco Comotto e Massimo Fresc, ndr) divenuti assessori, il dibattito si è improvvisamente spento. L’interesse svanito. Un blackout.
Ma lunedì sera, in Consiglio comunale, la questione è tornata sul tavolo grazie a una mozione — primo firmatario Andrea Cantoni (Fratelli d’Italia) — che ha chiesto di smetterla di usare la Fondazione come un “bancomat buono per tutte le stagioni culturali”. Una provocazione? Più che altro un appello a rispettare la volontà originaria della benefattrice, che destinava chiaramente quei fondi alla Biblioteca e al Museo Garda, non a “eventi spot” o “mostre estemporanee”.
"Siamo giunti a un momento storico in cui si deve decidere cosa fare della Guelpa" — ha detto Cantoni — "Tutte le amministrazioni hanno attinto. Se giuridicamente non ci sono più vincoli, moralmente sì. La Guelpa deve diventare il faro della cultura eporediese e canavesana. Ma dobbiamo volerlo. Dobbiamo decidere quale funzione debba avere, non solo per oggi ma per i prossimi decenni."
La proposta? Intraprendere un percorso politico serio, che parta dal progetto Casa Guelpa e che arrivi a definire finalmente la missione della Fondazione. "Possiamo anche decidere di finirla qui, chiudere e stop. Ma se vogliamo che faccia cultura, dobbiamo aiutarla ad ‘esplodere’, anche a livello nazionale.”
Sulla stessa linea, la consigliera Marzia Vinciguerra, che ha criticato la vaghezza delle risposte ricevute in aula: "Non abbiamo compreso la posizione della Giunta. Votare questa mozione significa cambiare rotta. Se non si approva, si gettano ombre sulla Fondazione."
Ma il fronte della maggioranza non ci sta. La capogruppo del Partito Democratico, Barbara Manucci, ha difeso l’operato della Giunta, snocciolando cifre: "Nel 2019 la Fondazione ha contribuito con 300 mila euro, nel 2021 con 250, poi 256, quindi 260, infine 180. Questa Amministrazione ha cercato di invertire la rotta e quest’anno Guelpa contribuirà allo smantellamento dell’ex Istituto Cena. Non una porta, ma un portone si aprirà verso il centro cittadino."

il sindaco Matteo Chiantore
Ancora più diretto il sindaco Matteo Chiantore, che ha bollato la mozione come "non condivisibile".
"Dire che la Fondazione non è percepita dagli operatori come punto di riferimento è falso. Guelpa sta facendo, e sta facendo tanto. Abbiamo investito 600 mila euro laddove avrebbe dovuto intervenire la Fondazione. Non noccioline. Entro il 2025 potremmo aver concluso l’abbattimento dell’ex Cena."
Chiantore ha rivendicato la riqualificazione di Casa Guelpa, con nuovi spazi dedicati anche al co-working. Quanto agli investimenti “non durevoli”, Chiantore non ha dubbi: "Il Festival La Grande Invasione racconta Ivrea in tutta Italia. Anche questo è cultura."
Il consigliere Francesco Giglio ha ricordato che "il percorso è già stato intrapreso" e che la mozione sembra ignorare quanto fatto dall’Amministrazione.
Ma Cantoni ha ribadito: "È proprio su quella parola, ‘intraprendere’, che si gioca tutto. Non basta dire di aver iniziato. Serve una vera strategia condivisa."
La mozione, firmata anche da Marzia Vinciguerra, Massimiliano De Stefano (Azione – Italia Viva), Paolo Noasconee Antonio Cuomo (Lista Civica Sertoli), chiedeva un impegno politico preciso: non usare più automaticamente i fondi Guelpa per tappare i buchi culturali, ma costruire un progetto di lungo respiro, che rimetta al centro il senso originario della Fondazione.
Insomma, dopo anni di silenzio, la Guelpa è tornata al centro del dibattito. Ma la domanda resta: Ivrea vuole davvero farne il faro della sua identità culturale o continuerà a usarla come un comodo salvadanaio?
Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Guelpa — presieduto da Bartolomeo Corsini, affiancato dalla vicepresidente Daniela Broglio e dai consiglieri Giacomo Bottino, Giancarlo Guarini e Sabrina Gonzatto — ha deciso di non perdere tempo con la ristrutturazione dell’alloggio di Lucia Guelpa in piazza di Città, oggi ribattezzato “Casa Guelpa”. Una scelta netta, accompagnata da accese discussioni condominiali per la costruzione di un ascensore. Ma il vero nodo resta un altro: che senso ha uno spazio di rappresentanza da 300 metri quadri, vista Municipio, per una Fondazione che si riunisce — quando va bene — una volta al mese?
Il sindaco Matteo Chiantore ha annunciato entusiasta, in consiglio comunale, rispondendo al consigliere comunale Andrea Canoni, che in Casa Guelpa ci saranno anche spazi di co-working. Per chi, esattamente? Per gli stessi membri del CdA, che si vedono ogni tanto? Per studenti fantasma? Per operatori culturali che nessuno ha mai convocato? A Ivrea, dove gli uffici sfitti non si contano più, l’idea di aprire l’ennesimo spazio co-working in un edificio monumentale suona come l’ennesima moda importata — in ritardo — da un mondo che qui, semplicemente, non esiste.
Eppure tutto era già scritto nero su bianco. Nel bilancio di previsione, le intenzioni erano chiare: “La Fondazione si dedicherà alla redazione del bando internazionale per la progettazione esecutiva del Polo culturale di Piazza Ottinetti, alla ristrutturazione della residenza di Lucia Guelpa… non più solo ente erogatore, ma promotore di progetti…”. Obiettivo ambizioso, almeno sulla carta.
Peccato che i ricordi siano ancora vivi: le infinite discussioni del maggio 2023, il progetto Campus Groma, la “cittadella culturale” illustrata da Corsini e dall’architetto Patrizia Bonifazio, con sei studenti dell’Alta Scuola Politecnica — Vesna, Luca, Luis, Morena, Davide, Eugenia — impegnati a progettare l’unione tra la nuova biblioteca e il Museo Garda. Un centinaio di pagine di suggestioni, entusiasmi e ipotesi. Ma, nel frattempo, le carte giravano, i progetti evaporavano e la realtà burocratica faceva il suo corso.
Il materiale conservato all'interno dell’ex Istituto Cena, compresi 2.300 reperti del Museo Etnografico del Canavese, veniva dirottato verso spazi alternativi: l’ex sala lettura sopra la biblioteca e l’ex centro cottura di via San Nazario. Ma appena rimosso l’amianto, tutto si è bloccato. E dell’abbattimento dell’edificio? Solo annunci. “Adesso abbattiamo!”, “Domani si parte!”. La realtà, ancora una volta, smentisce le dichiarazioni.
E intanto, i numeri. La Fondazione ha deliberato 5 milioni di euro a favore del Comune. Una somma poderosa, che ridisegna completamente il profilo patrimoniale dell’ente.
A fine 2025, se e solo se l’ex Cena verrà effettivamente abbattuto, resteranno appena 1,4 milioni di euro in cassa su un patrimonio che nel 2014 ammontava a 7,2 milioni quando i soli interessi garantivano 700 mila euro l’anno e consentivano a tutti di fare "la bella vita" al contrario di oggi, appena 59 mila, nemmeno sufficienti a coprire le spese correnti.
Il problema, insomma, è uno solo e ha il sapore di una profezia che si compie: il patrimonio si sta consumando, lentamente ma inesorabilmente. A colpi di prelievi, ristrutturazioni, progetti lasciati a metà, ascensori in lite condominiale e “co-working per nessuno”, ci si avvicina al punto di non ritorno. E quando il conto sarà vuoto, come in certe favole senza lieto fine, le cicale smetteranno di cantare. E resterà solo il silenzio.
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