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30 Aprile 2025 - 23:25
Raffaele Orso Giacone
“Per parlare con me bisogna fare una domandina. Un foglietto in cui il detenuto scrive: Sua eccellenza...”. Comincia così, in punta di voce, quasi con imbarazzo, la relazione di Raffaele Orso Giacone, garante dei detenuti del carcere di Ivrea.
È martedì sera, il consiglio comunale lo ascolta. Non c’è pathos, non c’è indignazione, non ci sono fiaccolate. Solo parole leggere che poggiano su una realtà pesantissima: il carcere, oggi, è un luogo dimenticato.
Una volta alla settimana, Orso Giacone attraversa il cancello. Lo fa con discrezione, percorre i corridoi, ascolta le storie. Non sono molti quelli che riesce a incontrare: bisogna chiedere un colloquio, aspettare, incrociare i tempi, le possibilità, la fortuna. “Alcune volte mi chiamano per casi che non posso risolvere”, racconta. E altre volte per chiedere il trasferimento, un gesto di disperazione più che di strategia.
“Non ho mai ricevuto denunce di maltrattamenti” mette le mani avanti. Che non ci siano, o che non ci sia più nemmeno la forza di denunciarli, solo Dio può saperlo.
Il suo è un esserci a metà, per quanto autentico e generoso.
“Il garante serve per essere presente. Per quello che riesco, ci sono”.
La verità è che non basta una giornata a settimana per raccontare 262 vite e il carcere di Ivrea è “molto, molto pieno”. Parole semplici, che in realtà celano una verità drammatica: sovraffollamento cronico, celle affollate, tensioni che ribollono sotto la superficie. E in questo contesto, persino l’ordinaria amministrazione diventa un’impresa.
Ci sono luci, va detto. La direzione è stabile, presente. Il comandante della polizia penitenziaria c’è, e questo non è poco in un’Italia dove molti dirigenti penitenziari fanno la spola tra più Istituti. Ma serve ben altro. Servono risorse. Servono umanità, progetti, percorsi. E soprattutto serve un dopo. Un “dopo il carcere” che oggi non c'è.
“La speranza è la cosa più difficile da offrire a queste persone”, afferma Orso Giacone.
Sperare in cosa, se all’uscita non c’è una casa, non c’è un lavoro, non c’è nemmeno un permesso per iniziare a ricostruirsi?
A Ivrea c’è un solo alloggio della Caritas, che accoglie chi esce. “Una volta c’erano comunità vere”, dice, “oggi no”. L’unico luogo rimasto è a Candia, nei locali del genio civile, dove un volontario – che Giacone descrive come “disperato” – prova a tenere in piedi un’accoglienza dignitosa per venti persone. Ma senza aiuti, senza riconoscimento, senza che nessuno – né Comune né Regione – si prenda alcuna responsabilità.

Un altro luogo dove un tempo si cercava di ricostruire vite era la comunità di Lessolo. Tutt'intorno è silenzio.
E i sindaci del territorio? Chiamati a partecipare alla campagna dell'Associazione Tino Beiletti per qualche cantierista non hanno fatto sapere nulla. “A parte i soliti noti, non c’è la coda”, dice il garante con amarezza. E intanto, i fondi per il reinserimento giacciono inutilizzati.
La stessa assenza si respira in sanità penitenziaria. Oggi, è appaltata a una cooperativa che fornisce medici e infermieri. Ma anche questo sistema sta per finire. A subentrare sarà l’Asl To4. In carcere, serve un medico presente 24 ore su 24. Servono infermieri che distribuiscano terapie in contesti difficili, dove la richiesta di “qualche goccia in più” non è solo una battuta, ma un meccanismo pericoloso di abuso e dipendenza.
Ci sono malati cronici, malati gravi, anziani che più che detenuti sembrano ospiti di una casa di riposo: “Diabetici, cardiopatici, problemi di deambulazione”. Ma senza un’assistenza sanitaria continuativa, tutto si degrada. Anche i denti. Il servizio dentistico è stato un altro punto critico, ma forse – e solo forse – l’Asl ha trovato una dentista. Un piccolo passo per evitare che il dolore, fisico e simbolico, diventi insopportabile.
Sul piano psichiatrico, le cose non vanno meglio. Psicologi presenti a contratto, a ore. Assenti in tutto, tranne che nei consigli di disciplina. Lì, con educatori, membri della direzione e agenti di polizia penitenziaria, gli psicologi partecipano per valutare i comportamenti da sanzionare. Non per curare. Non per ascoltare. Non per prevenire.
“Lo psicologo in carcere è dunque assolutamente assente”. E lo stesso vale per gli educatori: quattro, per 280 persone. Una proporzione che dice già tutto.
Ci sono solo alcune presenze salvifiche. Il Sert, ad esempio, funziona. Psicologi e operatori incontrano i tossicodipendenti e cercano di seguirli. Ma è un’isola in mezzo a un arcipelago in abbandono.
Quando il consigliere comunale Andrea Gaudino chiede dei rapporti con il tribunale di sorveglianza, la risposta è disarmante. “Scrivo lettere. Non mi rispondono. È da più di un anno che non vengono in carcere”.
E non è solo il nostro che si occupa di Ivrea, Vercelli e Biella. Anche Torino tace.
E allora ci si chiede: chi giudica il percorso di un detenuto, se il giudice di sorveglianza non varca più la soglia della cella?
La consigliera Vanessa Vidano e la consigliera Erna Restivo pongono domande sulla psichiatria, sugli psicofarmaci, sul rischio – concreto – di abuso e dipendenza. E anche qui, la risposta è segnata dalla precarietà: “Abbiamo intercettato persone che hanno avuto problemi con l’interruzione della terapia. Chi se ne occupava è cambiato, e da allora non ho più ricevuto lamentele”. Ma il silenzio, ancora una volta, non è garanzia di risoluzione.
C’è lo sportello multiservizi – gestito da Mary Poppins – che fa quel che può: aiuta nelle pratiche burocratiche, cerca un contatto con i servizi sociali per il dopo.
E lo sportello lavoro? Deserto. “La cooperativa he ha vinto il bando credo non abbia trovato nemmeno un posto di lavoro”.
A margine, l’assessora Gabriella Colosso ricorda un bando vinto per due cantieri. Uno è partito, l’altro è in ritardo di tre mesi. E i Comuni coinvolti? Tre, forse quattro. Se arrivano a sei, è tanto. Numeri ridicoli in un sistema che ha bisogno di massa critica, di visione, di coraggio. Ma soprattutto, di presenza.
Ecco, forse è proprio questo il filo che lega tutta la relazione del garante: la mancanza di presenza. Dei magistrati, delle istituzioni, della sanità, del territorio. A fronte di una realtà piena – piena di bisogni, di vite, di storie – la risposta è vuota. Si aggrappa ai volontari, agli ultimi degli ultimi, ai garanti che entrano una volta alla settimana.
Raffaele Orso Giacone non fa proclami, non si indigna. Ma consegna al consiglio comunale uno specchio. E quello specchio mostra un mondo che la città non vuole vedere. Un mondo che continua a vivere, a soffrire, a sperare, dietro le sbarre. Dove la giustizia, spesso, non entra. E dove la speranza, così tanto tirata in ballo, rischia di uscire per sempre.
***
Qui sotto pubblichiamo uno stralcio del nono Dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi, presentato a Palazzo Lascaris a Torino, lo scorso mese di dicembre, offre uno spaccato che oscilla tra speranze e problemi irrisolti.
IVREA – Casa Circondariale
Capienza regolamentare dichiarata sul sito del Ministero: 195 posti, di cui 6 non disponibili al 16 dicembre 2024.
Presenza al 16 dicembre 2024: 262 detenuti.
Garante: Raffaele Orso Giacone.
Caratteristiche e storia
L'istituto, costruito negli anni '80, presenta problematiche di vario genere. Le criticità strutturali sono tipiche degli istituti edificati in quel periodo: le camere di pernottamento non garantiscono i 3 mq calpestabili a persona e non sono dotate di acqua calda né di doccia.
Come si raggiunge con i mezzi pubblici:
Ferrovie dello Stato, tratta Torino-Aosta, stazione di Ivrea.
Come si raggiunge in auto:
Autostrada Torino-Aosta, uscita Ivrea.
Criticità strutturali
Gli infissi delle camere di pernottamento, in ferro e plexiglass, sono completamente obsoleti e inadeguati sia per il benessere dei detenuti sia per ottenere il necessario risparmio energetico. Gli infissi in ferro, inoltre, sono in gran parte intaccati dalla ruggine in tutto il carcere.
Le finestre delle camere di pernottamento sono dotate di grate a maglie troppo fitte, che creano un ambiente soffocante e non vivibile.
Le aree di passeggio necessitano di una ristrutturazione completa, sia per la sezione collaboratori che per quella dell’isolamento.
Occorrono nuove soluzioni per:
Appare condivisibile la richiesta avanzata dagli stessi detenuti di uno spazio per attività sportive indoor, oltre al rifacimento del campo di calcio e di quello da tennis.
Ulteriori interventi necessari
Interventi recenti e problematiche aperte
Negli ultimi dodici mesi sono stati effettuati lavori di tinteggiatura in molti spazi detentivi. Tuttavia, nonostante l’impegno dei volontari e il supporto della Città, resta problematica la disponibilità di alloggi temporanei per i detenuti “permessanti” e per i loro familiari.
Questi problemi strutturali, sommati alla sovrappopolazione, continuano a rendere la gestione della Casa Circondariale di Ivrea estremamente complessa e lontana dagli standard minimi richiesti.
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