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29 Marzo 2025 - 11:43
L'assessora Gabriella Colosso
Un progetto ambizioso, costruito su una rete ampia e trasversale di Comuni, consorzi e realtà del Terzo Settore, per dare un futuro a chi, dopo un percorso nei centri di accoglienza, si trova al bivio tra l’emarginazione e una possibile integrazione. È stato presentato durante l’ultimo consiglio comunale di Ivrea il piano da quasi un milione di eurofinanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2021-2027, che punta a offrire una nuova opportunità di vita a circa 300 rifugiati usciti da non più di 12 mesi dai progetti SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione gestito dal Ministero dell’Interno.
A illustrare i dettagli del progetto è stata l’assessora alle Politiche sociali Gabriella Colosso, che ha spiegato come il Comune di Ivrea rivesta il ruolo di capofila di un partenariato esteso a tutto il Canavese. Ne fanno parte i Comuni di Borgiallo, Chiesanuova, Chivasso, Colleretto Castelnuovo e Val di Chy, ma anche tre consorzi fondamentali nella rete dei servizi: IN.RE.TE., CISS 38 e CISSAC. A fianco degli enti pubblici, si muovono nove organizzazioni del Terzo Settore, che porteranno esperienza, competenze e capacità di intervento sul campo: si tratta di cooperative e associazioni radicate sul territorio, come Mastropietro & C. APS, NEMO-In.Forma.Citt@ ETS, CIAC Onlus, Educamondo, Pollicino, Marypoppins e SCS, solo per citarne alcune.
Il progetto durerà 36 mesi e si estenderà su un territorio vasto, che comprende l’Eporediese, il Chivassese e l’alto Canavese. Il suo obiettivo principale è ambizioso quanto necessario: accompagnare le persone in uscita dal sistema di accoglienza in un percorso concreto di autonomia, garantendo loro non solo un alloggio, ma anche opportunità formative, lavorative e relazionali, capaci di favorire una reale inclusione sociale.

Non si tratta di un semplice intervento assistenziale, ma della costruzione di una vera e propria comunità solidale, fondata su politiche condivise, sinergie tra enti, confronto con la cittadinanza e rafforzamento delle reti locali. Il progetto punta infatti a generare un cambiamento duraturo, valorizzando le esperienze maturate nei centri SAI, evitando che si perdano nel passaggio all’autonomia e impedendo che chi ha già compiuto un percorso venga lasciato solo proprio nel momento più delicato: quello del reinserimento nella società.
Tra i punti cardine dell’iniziativa c’è l’idea di “Community Matching”, un modello che prevede di mettere in relazione i beneficiari con le risorse presenti nei territori: famiglie, aziende, scuole, enti formativi. Ogni incontro sarà costruito con cura, nella consapevolezza che l’integrazione funziona solo se genera legami, occasioni, reti stabili. È qui che entrano in gioco anche gli aspetti abitativi e lavorativi, due pilastri che troppo spesso restano scoperti quando termina l’accoglienza. Il progetto mira a creare un sistema abitativo accessibile e sostenibile, promuovendo soluzioni concrete per chi non ha una casa, e allo stesso tempo costruire percorsi formativi e professionali personalizzati, mettendo in campo strumenti che permettano alle persone di entrare nel mondo del lavoro secondo le proprie capacità e aspirazioni.
L’assessora Colosso ha anche sottolineato l’importanza del coinvolgimento diretto delle comunità locali, che saranno chiamate a partecipare, a conoscere, a capire. Il superamento dei pregiudizi, infatti, non si impone con le regole, ma si costruisce con il confronto e la vicinanza. Per questo il progetto prevede azioni rivolte anche alla cittadinanza, volte a sensibilizzare e a stimolare un dibattito pubblico sul tema dell’accoglienza e dell’inclusione, in un’ottica di valorizzazione del bene comune.
Una parte importante sarà rappresentata anche dai tavoli di lavoro tematici, luoghi di dialogo tra enti, tecnici, associazioni, in cui verranno elaborate strategie condivise sui temi dell’abitare, del lavoro, della formazione. A questi si affiancherà la creazione di uno sportello unico di orientamento, dove chi ha bisogno potrà trovare risposte concrete su questioni fondamentali come il ricongiungimento familiare, i documenti, l’accesso ai servizi sanitari, l’inserimento scolastico dei figli.
Insomma, non un semplice progetto calato dall’alto, ma un percorso di co-programmazione tra enti pubblici e privati, pensato per durare nel tempo e diventare patrimonio condiviso delle comunità locali. Una sfida complessa, certo, ma necessaria. Perché dietro ai numeri, alle sigle e ai fondi ci sono persone. E ogni persona che riesce davvero a sentirsi parte di una comunità è un tassello in più verso una società più giusta.
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