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Carnevale di Ivrea, storia e mistificazioni: Gioana smonta le accuse di Gianotti-Zaia. Storici contro storici

Gli studiosi Gianotti e Zaia contestano la versione ufficiale della manifestazione e accusano Francesco Gioana di aver semplificato le radici storiche del Carnevale. Intanto, la Fondazione lavora per retrodatare l’evento e ottenere più fondi ministeriali

Carnevale di Ivrea, storia e mistificazioni: Gioana smonta le accuse di Gianotti-Zaia

Francesco Gioana

S’infiamma il dibattito sulla storicità del Carnevale di Ivrea. A riaccendere la polemica, nei giorni scorsi, sono stati due studiosi eporediesi, Gabriella Gianotti e Danilo Zaia, che hanno puntato il dito contro la versione ufficiale del Carnevale promossa da Francesco Gioana, storico curatore della rivista La Diana.

Secondo Gianotti e Zaia, Gioana proprio con La Diana avrebbe ridotto la complessa stratificazione storica e antropologica della festa a una visione semplificata e fortemente cittadina, ignorando le radici più profonde del Carnevale.

Nel mirino c’è soprattutto il mito della lotta per la libertà, che da decenni è il cuore pulsante del racconto ufficiale della manifestazione. Secondo i due studiosi, questo mito sarebbe solo una delle tante chiavi di lettura e non l’unica possibile. Le origini del Carnevale, dicono, affondano le loro radici in riti contadini e religiosi ben più antichi, che nulla hanno a che vedere con la ribellione popolare narrata dalla tradizione ufficiale. La rappresentazione attuale, che si rifà a schemi ottocenteschi, finirebbe così per cancellare la vera natura della festa e per schiacciare la sua complessità storica sotto una patina di folklore istituzionalizzato.

Un altro punto critico riguarda il ruolo dei Citoyens, gruppo storico che Gioana racconta come simbolo del popolo rivoluzionario eporediese. Per Gianotti e Zaia, questa visione sarebbe una forzatura storica. L’episodio del 13 dicembre 1798, quando fu piantato l’albero della libertà, non rappresenterebbe affatto il trionfo di un popolo oppresso in rivolta, ma un’azione di forza da parte dei giacobini eporediesi, appoggiati dalle truppe francesi, che assaltarono le case dei loro oppositori, saccheggiando e bruciando documenti. Inoltre, ricordano che nel 1801 la cosiddetta rivolta degli zoccoli, repressa nel sangue, segnò la fine del giacobinismo locale, dimostrando che i rivoluzionari non erano affatto espressione del popolo, bensì un’élite politica in lotta con altri gruppi di potere.

La critica più profonda, però, riguarda la perdita delle radici rituali del Carnevale. Secondo Gianotti e Zaia, Gioana avrebbe ridotto o addirittura cancellato il valore antropologico e religioso di molte delle sue componenti originarie.

Un esempio emblematico sarebbe la trasformazione delle antiche mascherate medievali in semplici feste popolari, quando in realtà si trattava di riti di passaggio con connotazioni ben più cupe e profonde. Le mascherate, in epoca medievale, non erano spettacoli per turisti, ma rituali segnati da paura e tensione, più simili alle inquietanti processioni dei Maimulu in Sardegna che a una rappresentazione folcloristica da cartolina.

La conclusione della loro analisi è chiara: la narrazione ufficiale del Carnevale, promossa anche da Gioana, ne svilisce la portata e ne limita il valore culturale, impedendo una vera comprensione delle sue origini e della sua evoluzione. Nessuno nega che la storia venga riscritta e reinterpretata nel tempo, ma secondo Gianotti e Zaia qui si sta assistendo a una semplificazione pericolosa, dettata più da esigenze politiche ed economiche che da un genuino interesse per la ricerca storica.

Tant’è. Poteva mancare la risposta di Francesco Gioana? Certo che no! Un confronto acceso che, ne siamo certi, tornerà molto utile alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, impegnata a retrodatare l’anzianità della manifestazione con l’obiettivo di ottenere un contributo ministeriale più corposo. Cosa manca adesso? Beh! L'opinione di Franco Quaccia!

Riceviamo e pubblichiamo

Carnevale di Ivrea, revisionismi e accuse infondate:
la risposta di Francesco Gioana

Chiamato personalmente e direttamente in causa dalla lettera aperta inviata “urbi e orbi” da Gabriella Gianotti e Danilo Zaia, in cui mi si indica come l’unico, solo e vero responsabile del degrado culturale del Carnevale, dell’occultamento dell’esistenza del “carnevale contadino” e di chissà cos’altro, mi vedo costretto a rispondere non solo per la ridicolaggine di certe affermazioni, ma anche nel merito di certi riferimenti storici falsi e molto mal connessi.
Perché l’errore di fondo dei miei due “grandi accusatori” (il riferimento è pacificamente all’Inquisizione) è che non bisogna mai adattare i documenti ai propri convincimenti personali, quanto invece modificare il proprio credo in base ai documenti trovati (ma soprattutto fondamentale è leggerli, possibilmente con una certa attenzione, prima).

  1. Tanto per chiarire l’antefatto, i “Citoyens de la Ville d’Ivrée” nascono nel 1999 con la mia solitaria partecipazione in abito d’epoca rivoluzionaria al Carnevale di Ivrea, non certo per sfilare nel corteo, ma per sottolineare la presenza e dare visibilità a una componente che ritenevo e ritengo fondamentale quanto dimenticata: i “cittadini eporediesi e non” che, indossando il rosso berretto frigio, fanno ala ai personaggi e si riconoscono, così, parte dell’intera comunità carnevalesca. Citoyen-cittadino tra i cittadini.

  2. Gli anni di riferimento sono quelli intorno al 1795, per sottolineare fin da subito che il 1808 come atto di nascita del Carnevale, allora gambonianamente imperante, era una bufala. La donazione dell’Albero della Libertà al Sindaco sarebbe arrivata qualche anno dopo.

  3. Quanto ai riferimenti storici, Francesco Carandini scrive a p. 186 de La Vecchia Ivrea:
    “Ancora spigolando fra preziosi appunti dell’amico De Jordanis, trovo che il 9 dicembre del 1798, verso sera, fu piantato in Piazza del palazzo di Città l’albero della libertà, e dalla Storia della Monarchia piemontese di Nicomede Bianchi (volume III, p. 137) apprendo che, in quell’occasione, i patrioti armati perquisirono le case dei nobili per fare incetta di pergamene da bruciare ai piedi dell’albero, al quale appiccarono una statua di gesso di Carlo Emanuele IV, lasciandovela appesa per tre giorni. Ad un busto di Vittorio Emanuele III fu spiccato il collo con un fendente di sciabola, ed altri ritratti ad olio di Principe di Savoia furono fatti in pezzi e violentemente sbattuti contro l’albero della libertà”.
    E poco oltre:
    “…trovo che il Circolo patriottico di Ivrea si accontentava, come molti altri, di declamazioni furibonde, ma innocue, contro i tiranni, gli aristocratici ed i preti. La tribuna era libera tutti, vi arringavano operai, preti, frati, torcileggi, attaccabrighe, faccendieri e donne”.

    In tempi più recenti l’avvocato Domenico Forchino così raccontava la giornata del 23 frimaio:
    “Ad Ivrea, infatti, il 12 dicembre di quell’anno, senza resistenze e senza campane a martello viene eletta e insediata la nuova municipalità repubblicana. L’antica amministrazione con il sindaco Pietro Marco se ne è andata in sordina, non senza aver cura di mettere le guardie alle porte della città e dare essa stessa, con insospettabile eccesso di zelo, disposizioni in merito all’albero della libertà che viene eretto il 13 dicembre 1798 (23 frimaio anno settimo della Repubblica Francese e primo della Libertà Piemontese) con discorso augurale pronunciato dall’avvocato Pietro Giglio.

    Quindi quella è stata una piccola rivoluzione (come tutte e sempre messe in atto da una ristretta élite, l’avanguardia rivoluzionaria: il “popolo” è sempre arrivato dopo, quando è arrivato”).
    Ben diversa è la fantasiosa narrazione semi-apocalittica di Gianotti-Zaia, che descrivono quella come un’azione da Gestapo-giacobina, arbitrariamente e scorrettamente legata senza soluzione di continuità alla rivolta degli zoccoli e all’uccisione di “cento-trecento rivoltosi”(!) da parte dei francesi.

  4. Prendo anche atto che negli scaffali di Gabriella e Danilo devono mancare tantissimi numeri della rivista La Diana, o se li hanno, non sono stati neppure sfogliati, perché se lo avessero fatto non potrebbero affermare che abbiamo scritto solo del Carnevale Ottocentesco.
    Abbiamo sempre combattuto contro il mito del 1808 ed esaltato i suoi otto secoli di storia. Quanto agli Abbà cinque-seicenteschi, facenti parte dei riti religiosi, rimando agli articoli di Franco Quaccia su La Diana (nn. 12/2003 e 16/2007).

    Per quanto riguarda la questione “carnevale contadino” e “carnevale cittadino”, tre importanti docenti universitari (Febo Guizzi, Gian Savino Penevidari, Roberto Leydi) ritengono che quello di Ivrea sia tipicamente “cittadino”. In particolare Febo Guizzi, al convegno dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, aveva aperto il suo intervento con un incipit lapidario:
    “Il Carnevale di Ivrea è un Carnevale urbano e da qui discende tutto il resto”.

  5. D’altra parte La Diana è null’altro che una rivista che riporta quello che la redazione ritiene sia interessante da pubblicare, ma è anche l’unica voce, ripeto unica, che da più di trent’anni ha parlato incessantemente della “storia del Carnevale”.

  6. Fondamentale è anche sottolineare che non abbiamo mai avuto compiti relativi alla gestione del Carnevale, né di tipo organizzativo, né culturale, quindi tutte le carenze lamentate dai due sono eventualmente di esclusiva pertinenza della Fondazione (e prima del Consorzio).
    Il sottoscritto Francesco Gioana non ne ha mai fatto parte, Gabriella Gianotti invece sì: e cosa lei ha fatto negli anni in cui era responsabile di quel settore? Meno di nulla.

    Gianotti-Zaia, tanto per cambiare, travisano la realtà e affermano il falso.

  7. Infine, Gianotti-Zaia, se avessero voluto, avrebbero potuto tranquillamente presentare la ricerca sulle feste ancestrali su La Diana, come Danilo aveva fatto anni fa scrivendo del carnevale di San Grato o come ha fatto Zamuner quest’anno.
    Evidentemente hanno ritenuto che avrebbero avuto maggior visibilità e risonanza sparando a zero su bersagli più facili e fragili come i Citoyens e il sottoscritto.

Detto questo, non tornerò più su questo argomento, che ho trovato veramente assurdo, campato in aria, inutile, penoso e avvilente.
Qualunque cosa il duo Gianotti-Zaia si inventerà per continuare questa polemica, non mi vedrà più partecipe.

Io chiudo qui, perché a me basta e avanza così.

Francesco Gioana

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