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Cronaca
12 Marzo 2025 - 14:45
Stefano Esposito
La Procura Generale della Cassazione ha chiesto il trasferimento delle funzioni e d’ufficio, con la perdita di un anno di anzianità, per il pubblico ministero Gianfranco Colace e la giudice per le indagini preliminari Lucia Minutella, entrambi magistrati in servizio presso il Tribunale di Torino. La richiesta, avanzata dinanzi alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, riguarda le intercettazioni telefoniche effettuate tra il 2015 e il 2018 nell’ambito dell’inchiesta "Bigliettopoli", che ha coinvolto Stefano Esposito, all’epoca senatore del Partito Democratico, e l’imprenditore Giulio Muttoni, ex patron della società Set Up Live. In quegli anni, sotto la lente della magistratura torinese finirono migliaia di conversazioni tra Esposito e Muttoni, accusato di corruzione. La vicenda ha scatenato un acceso dibattito sul rispetto delle garanzie parlamentari e sull’uso delle intercettazioni nel corso delle indagini giudiziarie.
Le accuse mosse ai due magistrati torinesi riguardano una presunta grave violazione di legge, determinata da ignoranza o negligenza inescusabile, come formulato dalla procura generale.
In particolare, si contesta il mancato rispetto dell’articolo 68 della Costituzione, che stabilisce che le intercettazioni di parlamentari possano avvenire solo previa autorizzazione della Camera di appartenenza. Secondo l’accusa, questa autorizzazione non sarebbe mai stata richiesta, eppure le intercettazioni vennero comunque effettuate e successivamente utilizzate nel procedimento contro Esposito.
Il pubblico ministero Colace avrebbe addirittura inserito tra le fonti di prova proprio queste intercettazioni, e la giudice Minutella, nel disporre il rinvio a giudizio dell’ex senatore dem, le avrebbe citate come elementi di accusa. L’uso di queste intercettazioni è stato definito dalla procuratrice generale della Cassazione Marilia Di Nardo come "indiretto e non occasionale, una captazione prolungata nel tempo", mettendo in discussione l’intero operato dei due magistrati.
Per la difesa, invece, non vi sarebbe stata alcuna violazione normativa.
A sostenere questa posizione sono stati il procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini e l’avvocato Marcello Maddalena, ex procuratore generale del Piemonte. Cascini ha sollevato una questione di principio: "Quale sarebbe la norma di legge violata? Si accusa di aver usato come prove le intercettazioni in una fase in cui in realtà non vengono utilizzate. La gip ha deciso ragionando, citando la giurisprudenza della Cassazione. Com’è possibile parlare di negligenza?" Anche Maddalena ha difeso l’operato del pm Colace, sottolineando che "ha chiesto semplicemente che fra le fonti di prova di un procedimento con decine di indagati ci fossero le intercettazioni telefoniche, ma non ne ha mai utilizzata una". Secondo la difesa, dunque, l’accusa disciplinare sarebbe priva di fondamento, in quanto le intercettazioni non sarebbero mai state formalmente impiegate nel processo contro Esposito.
La vicenda assume contorni ancora più controversi se si guarda al percorso giudiziario dell’ex senatore Stefano Esposito. Dopo anni di indagini e intercettazioni, nel dicembre scorso la procura di Roma ha chiesto e ottenuto l’archiviazione di tutte le accuse a suo carico.
Dopo sette anni di inchiesta, con oltre 32.000 intercettazioni telefoniche effettuate, l’ex parlamentare ha visto cadere ogni imputazione a suo danno. Per anni, Esposito è stato sotto la lente della magistratura per presunti illeciti legati a rapporti con l’imprenditore Muttoni, ma alla fine non è stato riscontrato alcun elemento sufficiente per procedere contro di lui. L’ex senatore ha commentato con amarezza la vicenda, parlando della "fine di un incubo durato sette anni", e ha sottolineato come il peso delle indagini abbia avuto un impatto devastante sulla sua carriera e sulla sua vita personale. La decisione della procura di Roma ha alimentato ulteriori dubbi sulla gestione dell’inchiesta torinese e sulle scelte operate dai magistrati coinvolti.

L’intera questione ha riacceso il dibattito sulla gestione delle intercettazioni e sui tempi della giustizia italiana.
Il caso Esposito ha evidenziato come un’indagine possa protrarsi per anni senza che vi siano elementi concreti per un processo, con il rischio di gettare ombre su figure pubbliche che poi, al termine dell’iter giudiziario, risultano completamente estranee ai fatti contestati.
Il procedimento disciplinare contro Colace e Minutella è dunque seguito con attenzione sia dal mondo politico che dall’opinione pubblica, perché tocca un tema delicato: il confine tra il legittimo esercizio dell’azione giudiziaria e il rispetto delle garanzie costituzionali.
La prossima udienza è stata fissata per il 25 marzo, giorno in cui la sezione disciplinare del CSM dovrebbe emettere la propria sentenza e stabilire se i due magistrati abbiano commesso violazioni gravi o se, come sostiene la difesa, abbiano agito nel rispetto delle norme.
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