AGGIORNAMENTI
Cerca
Sbatti il Canavese in prima pagina
11 Febbraio 2025 - 10:24
Maria Romano, 74 anni
L’anziana possidente Maria Romano, 74 anni, è stata uccisa a colpi di sedia intorno a mezzanotte. Il corpo l’hanno avvolto in un lenzuolo, chiuso in un sacco di iuta – con mani e piedi legati – e lasciato nel locale caldaia della sua villetta. Forse volevano bruciarlo, ma la voce di qualcuno, giù in strada, li ha disturbati e sono fuggiti prima di completare il loro macabro piano. “Possidente”, la definisce La Stampa nel titolo che annuncia l’omicidio, martedì 13 gennaio 1970.
Viveva da sola in questa grande casa indipendente costruita cinque anni prima nel rione San Gaudenzio di Agliè, pieno centro abitato, a due passi dal cimitero e a qualcosa di più dalla sagoma del famoso castello ducale. Lontana un oceano dal fratello Giacomo, emigrato da tempo negli Stati Uniti, distante meno di venti chilometri dalla sorella Cristina, di Ivrea, e soltanto un soffio da un paio di fratellastri, nella strada accanto. È proprio Cristina a scoprire l’orrore, avvertita da una vicina che si è preoccupata di non aver più visto Maria da qualche giorno. I cancelli della villetta sono chiusi dall’interno, serve il fabbro del paese per forzare la serratura. Dentro ci sono le tracce della mattanza. È successo tutto in camera da letto, o almeno così pare: cassetti aperti, vestiti gettati ovunque e sangue, tanto sangue, sul pavimento e sulle pareti. Le macchie conducono allo scantinato: nel sacco il povero corpo massacrato, il cranio fracassato e segni di strangolamento. Maria Romano indossa soltanto una camicia da notte. Tutte le porte sono chiuse, non ci sono segni di scasso. Non sembra una rapina: per terra, tra i vestiti, ci sono alcuni dei suoi gioielli. E anche il portafogli con dentro 150 mila lire.
I carabinieri scavano nella vita di Maria Romano e 24 ore dopo il ritrovamento del corpo lasciano già intendere qualcosa sui primi sospetti. E così anche La Stampa: “Sembra che fosse una grande appassionata di musica moderna. Spesso ospitava nel suo garage un complesso beat formato da ragazzi del luogo”. Ecco, loro. I beat. Si fanno chiamare “I Nobili” e quel nome singolare l’hanno perfino scritto a lettere cubitali sull’ingresso del locale che la signora aveva prestato loro per le prove e qualche piccolo concerto casalingo. Hanno dai 17 ai 19 anni: secondo gli inquirenti tre di questi “mini cantanti” (gli abitanti li chiamano anche così) c’entrano con il barbaro omicidio. Ci sarebbe anche un movente: a giugno la donna li aveva denunciati perché non avevano ancora restituito 600 mila lire prestati per fare musica con chitarre elettriche e batteria. E tre giorni prima del delitto erano stati convocati dal magistrato, a Ivrea, per una storia di soldi spariti dalla casa della signora. Per chi indaga non può essere una semplice coincidenza. Senza contare che i “Nobili” gironzolavano in quelle stanze, potevano avere le chiavi di casa.
I tre ragazzi sono interrogati per 24 ore e poi rispediti a casa. Vengono anche accompagnati all’interno della villetta, i militari sperano di cogliere qualcosa dalle loro reazioni. I beat tremano, negano tutto. Si capisce che sono gli unici indiziati. Passa un mese e due componenti della band – hanno entrambi 17 anni – vengono arrestati. La Stampa di venerdì 13 febbraio racconta che “dopo un nuovo sopralluogo alla villa e dopo aver ascoltato le dichiarazioni dei testi, i carabinieri hanno avuto la conferma che gli alibi presentavano dei vuoti di tempo incolmabili”. Poi c’è l’atteggiamento tenuto durante i sopralluoghi, che viene definito sospetto. Di prove, però, non c’è traccia. Ma una parte dell’opinione pubblica li ha già condannati solo per quelle abitudini che pochi accettano in un paese come Agliè: “Ho sempre pensato che fossero dei poco di buono, facevano un sacco di baccano e dicevano di suonare, ma io di musica non ne ho mai sentita”, racconta uno sconosciuto all’inviato de La Stampa. Ecco, a qualcuno basta questo. Durante la notte i due beat vengono portati al Ferrante Aporti. E da lì continueranno a negare tutto: hanno anche un alibi, ripetono i famigliari.
Non era mai successo niente di così sconvolgente in una piccola comunità come quella di Agliè: finora al massimo era finita sul giornale per il castello che ospita i raduni degli anziani del lavoro organizzati dalla Fiat, per l’Olivetti che qui, nel suo stabilimento, ha iniziato a produrre la Lettera 22, la celeberrima macchina per scrivere portatile, per il poeta crepuscolare Guido Gozzano che nella sua casa di campagna ha scritto le composizioni più belle. Mai un episodio così pauroso dai giorni della Seconda guerra mondiale e della guerra civile. Figuriamoci due nel giro di pochi mesi.
Mercoledì 30 settembre 1970, La Stampa titola: “Contadino assassinato a colpi di fucile in una cascina fra i campi del Canavese”. Torre Canavese dista una manciata di chilometri da Agliè. Giovanni Delaurenti, 70 anni, viveva da solo: l’hanno ucciso con quattro colpi di fucile. Due esplosi da lontano, al petto, gli altri alla testa e alla schiena, dopo averlo spinto in cucina. L’omicida ha cercato di nasconderlo con una coperta e un cuscino, poi ha tentato di simulare una rapina e prima di andarsene ha chiuso la porta a chiave. “La camera era sottosopra: le casse erano aperte, il materasso sventrato, una scatola con documenti capovolta. Il libretto degli assegni era, però, al suo posto”, racconta il cronista de La Stampa.
Il comandante dei carabinieri di Agliè continua a indagare sull’omicidio di Maria Romano, sono passati quasi quattro anni e le indagini sui beat minorenni si sono concluse con un nulla di fatto: scagionati i tre giovani musicisti, la nuova pista lo conduce a casa di Angelo Mandolino, 31 anni, dove i militari trovano un arsenale. Si trova in via Molino, nel budello storico a poche centinaia di metri dal castello ma soprattutto dall’abitazione della “possidente”. E sul giornale di domenica 7 ottobre 1973 si legge della svolta nelle indagini: Angelo viene arrestato con il fratello Giuseppe, 45 anni, per i due delitti irrisolti del rione San Gaudenzio e di Torre Canavese.

Angelo e Giuseppe Mandolino
E due anni dopo, il 12 marzo 1975, La Stampa racconta l’ultima pagina del giallo concluso con la condanna dei due fratelli in Corte d’Assise a Ivrea: Angelo è giudicato seminfermo di mente e condannato a 17 anni di carcere e a tre anni di casa di cura, mentre Giuseppe, giudicato totalmente infermo di mente, sconterà dieci anni nel manicomio giudiziario.
La moto Beta sfreccia al buio, a fari spenti, lungo la provinciale tra Agliè e Feletto. Angelo Mandolino, 56 anni, ha di che festeggiare: è il primo sabato di libertà dopo il carcere. Ma a casa non arriverà mai: una Fiat Bravo lo investe e lo uccide sul colpo. La Stampa scrive: “È morto solo, come era vissuto”.




Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.