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Da ex sindaco di Chivasso a invisibile

Gianni De Mori, un tempo principe del Foro e primo cittadino. Dalla toga impeccabile al degrado. Com'è potuto accadere?

Gianni De Mori

Gianni De Mori

Lo si vede all’alba, quando la città è ancora avvolta nel silenzio e il sole stenta a sorgere oltre i tetti. Oppure nel pomeriggio, quando il traffico impazzisce e la gente corre da un impegno all’altro, immersa nelle proprie vite. Si muove tra i marciapiedi con un passo incerto, quasi esitante, come se ogni suo movimento fosse frutto di un ragionamento preciso, di una logica che esiste solo nella sua mente.

Rovista nei bidoni con la metodicità di chi ha smesso di sperare, ma non di cercare, raccoglie scarti con le mani ossute, scruta le bottiglie abbandonate, sfiora con le dita i resti di cibo avvolti nella plastica. A volte trattiene qualcosa tra le mani, un pezzo di pane raffermo, una vecchia rivista spiegazzata, una lattina ancora mezza piena. Non chiede nulla, non si lamenta. Lo fa come fosse la cosa più normale del mondo.

Se lo guardi, ti guarda. Se gli parli, ti risponde con una lucidità disarmante. "Perché dovrebbe sembrarti strano?", sembra domandarti con gli occhi. Nel suo mondo, ciò che sta facendo ha un senso. Nel tuo, no.

Quando lo saluti, lui non si scompone e ritorna a rovistare.

Per chi lo incontra per la prima volta, è solo uno dei tanti “invisibili”, un uomo ai margini, uno di quelli che il tempo e la società hanno dimenticato. Ma per chi conosce il suo nome, la sua storia, il suo passato, quella visione è un pugno nello stomaco.

C’è stato un tempo in cui Gianni De Mori era un uomo di successo. Un avvocato affermato, brillante, stimato nei tribunali e rispettato persino dagli avversari. La toga sempre in ordine, la dialettica impeccabile, la sicurezza di chi conosce la legge e sa come usarla. Era così autorevole che il Partito Democratico gli chiese di candidarsi a sindaco. Lui accettò. Correva il 2011.

Vinse dopo un ballottaggio rocambolesco, grazie all’apparentamento con l’Udc. I suoi primi mesi alla guida della città furono quelli di un uomo convinto di poter fare la differenza. Poi arrivò lo scandalo: l’inchiesta Minotauro sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nella politica piemontese. Un esponenento dell’Udc Bruno Trunfio, partito con cui il Pd aveva stretto un’alleanza, vinne travolto dall’inchiesta e poi condannato per associazione mafiosa. 

I sospetti si allargarono, come un’onda di piena. Il nome di De Mori si ritrova invischiato nel fango, la sua reputazione sgretolata in un lampo. Un anno appena. Poi il crollo.

Il peso della vergogna, l’isolamento, la pressione. Tutto “troppo” e “troppo” in fretta. Lo ricoverano. Finisce in cura per mesi. Lascia la politica, lascia la toga. Lascia sé stesso.

Oggi il suo presente è un alloggio in via Dell’Asilo, lo stesso in cui giovedì scorso sono entrati i carabinieri e la polizia, richiamati dalle proteste dei vicini. La scena che si sono trovati davanti è di quelle che restano negli occhi.

Borse di plastica piene di frutta e verdura in decomposizione, bottiglie ammucchiate in ogni angolo, strati di polvere sulle superfici, un tavolo sommerso da una montagna di brioches rafferme e pane ovunque. Un accumulatore seriale.

Per qualcuno è solo un uomo che ha perso il senno. Per altri, un simbolo di come la vita possa sgretolarsi in un soffio. 

I vicini non ce l’hanno fatta più. Gli odori, il degrado, l’invivibilità dell’appartamento. Hanno presentato un esposto alla Procura di Ivrea. Così, l’intervento è scattato. Con loro c’era un’assistente sociale del Ciss, il consorzio intercomunale dei servizi socio-assistenziali, che da anni cerca di aiutarlo.

«Cerchiamo di stargli vicino, ma non è semplice. Speriamo che questa volta accetti il nostro sostegno», dicono.

Intanto, una ditta specializzata ha cominciato a svuotare l’appartamento, nella speranza che almeno lo spazio fisico possa ritrovare un senso di ordine. 

Ma chi conosce Gianni De Mori sa che la vera battaglia non è contro il disordine che lo circonda. È contro quello che ha dentro. Un vuoto che cresce, che lo inghiotte. Fino a renderlo nessuno.

L’attuale sindaco, Claudio Castello, che un tempo fu suo vice non ha parole: «Ci auguriamo che possa superare questo momento difficile. È un uomo che ha dato molto a Chivasso.»

Ma la città lo ha già dimenticato. Il Pd lo ha dimenticato. Le persone che un tempo lo chiamavano per consigli legali ora abbassano lo sguardo quando lo vedono passare. Chi lo ha votato come primo cittadino oggi lo incrocia nei vicoli e non lo riconosce più.

La politica, la tensione, il crollo psicologico.

Nel presente, c’è solo lui: un uomo che, senza più toga né dignità, fruga tra i rifiuti. A cercare, forse, un frammento della sua vita passata. Un pezzo di sé che si è perso nel baratro.

La politica non fa bene a tutti.

Gianni De Mori

Quei terribili giorni

Stando all’inchiesta Minotauro, sarebbe esistita a Chivasso una locale di ‘ndrangheta di serie “B” collegate ad alcune famiglie calabresi (Gioffrè-Santaiti, Pesce-Balocco e Tassone) che avevano come riferimento Pasquale Trunfio di Torrazza Piemonte.

Diciamo “sarebbe esistita” perché stando ad un’altra inchiesta, della Procura di Milano, cioè di Ilda Bocassini, denominata “Crimine” e, nello specifico, basandoci su una conversazione intercettata al Bar Timonedi Giovanni Vadalà, in realtà, a Chivasso, pur essendoci un numero congruo di possibili affiliati, non esisteva una vera e propria struttura organizzata.

Tornando a Minotauro, ad una inchiesta collegata denominata “Colpo di Coda” e a quanto dice il Gip, “la ‘ndrangheta avrebbe determinato l’esito complessivo delle consultazioni elettorali del maggio 2011 a Chivasso consentendo l’elezioni di un sindaco (Gianni De Mori, ndr) che assicurasse al sodalizio criminale non solo appalti e commesse pubbliche, ma anche di entrare fisicamente nella giunta e di ampliare il proprio giro di affari e di influenze nelle attività economiche direttamente o indirettamente”.

E ciò sarebbe accaduto “con l’avvallo delle istituzioni e con un connivente silenzio di non penale rilevanza ma di certa censura”.

Cos’era successo alle elezioni del 2011?

Da una parte Gianni De Mori, avvocato, per il centrosinistra, dall’altra Bruno Matola, sindaco uscente, per il centrodestra. In mezzo il terzo incomodo: Massimo Striglia, segretario provinciale dell’Udc, a capo di una lista civica di ispirazione biancoscudata. Al centro delle intercettazioni c’è una trattativa elettorale tra Bruno Trunfio, ex assessore ai Lavori Pubblici e vice segretario dell’Udc di Chivasso, e i fratelli Cavallaro per far confluire i voti su Pasquale “Lino” Vincenzi (al quale non è mai stata mossa alcuna accusa), ex assessore a Rondissone.

Vincenzi avrebbe dovuto candidarsi nel Pdl, ma il Pdl, a pochi giorni dalla presentazione delle liste elettorali, gli sbatte la porta in faccia e lui rinuncia. Cambia la strategia e spunta Beniamino Gallone, per gli amici Benny, nato a Gioia Tauro e titolare (fino al 2012) di una pizzeria al taglio a Chivasso.

“La sua famiglia – si legge in un’informativa dei carabinieri di Nicotera – è vicina a noti esponenti dei Mancuso di Limbadi” potentissima ‘ndrina operante a Vibo Valentia… E Gallone, insieme a Ferdinando Cavallaro, era pure l’intestatario fittizio di alcune quote della Contemax sas, proprietaria del Punto Snai di via Gerbido 15 a Chivasso e di una sala giochi a San Mauro.

Cosa fa?

Si candida con Striglia per mandare tutti al ballottaggio e poi “andare con chi offre di più, onestamente”. Gallone prenderà 134 voti, ben al di sotto dei consensi sperati (“Alla Coppina ne sono arrivati 13 e ce ne aspettavamo cento e passa”). Si va comunque al ballottaggio.

A questo punto i “sodali contattano gli esponenti dei due partiti maggiori allo scopo di verificare quale delle due coalizioni avrebbe offerto più cariche”. Nelle telefonate non si parla di ideali o progetti per la città “e gli stessi interlocutori – scrive il giudice – non hanno mai un atteggiamento di chiusura o di censura ma, al contrario, di accettazione o di rifiuto per mero e diretto calcolo di interesse”.

Alla fine la scelta cadrà sul centrosinistra. È il 19 maggio.

“Alla sera c’è un incontro tra il candidato De Mori, Trunfio e Gallone annotano i carabinieri. È lì che si decide l’apparentamento decisivo.

“L’intera operazione elettorale conseguiva il successo sperato – scrive il Gip – e risultava eletto sindaco il candidato Gianni De Mori. Si festeggia al Bar Timone. “De Mori è primo per 309 voti, se non li portavamo noi, non vincevano”, dicono. Cavallaro brinda e lo fa anche in una telefonata al fratello Bruno: “Non hanno voluto unirsi con l’Udc, erano sicuri che vincevano. Li abbiamo fottuti, li abbiamo “scasciati” (distrutti, ndr). Sono soli, soli come dei cani randagi”.

E poi ancora: “Abbiamo già preso accordi. Gli abbiamo chiesto il vicesindaco e alla fine (prenderemo?) un assessore più altri tre incarichi”. La delega amministrativa che spetterebbe a Striglia è quella al Bilancio.

La festa dura poco... Tre settimane dopo arriva Minotauro. In manette finiscono 150 persone tra cui Pasquale Trunfioe i figli Bruno e Giuseppe. Appena saputa la notizia Gallone chiama Striglia: “Ti devo parlare”.

L’interlocutore sembra sapere: “Ma pure suo papà hanno arrestato?”, chiede riferendosi a Pasquale Trunfio e al figlio Bruno. Il neo sindaco Gianni De Mori a questo punto congela l’assessorato e tiene per sé le deleghe.

“L’ultima novità – dice Striglia– è che De Mori si caga addosso, non vuole più darmi l’assessorato. Come se l’Udc fosse tutto mafioso…”

Il 31 gennaio Gianni De Mori, andato completamente fuori di testa, quasi certamente proprio per questa cosa, si dimette, per motivi di salute.

Dirà: “Non avevo mai fatto politica prima del 2011 e non ho mai avuto nessun sentore di un coinvolgimento della criminalità organizzata. Mi sono fidato di chi mi circondava”.

E chi lo circondava? Il Partito Democratico, evidentemente. 

Dirà poi, il 19 dicembre del 2013, l’ormai ex Procuratore Capo di Torino Giancarlo Caselli in un’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia: “Colpo di Coda riguarda un grosso comune, Chivasso, per il quale era forse alle porte un provvedimento di scioglimento del consiglio comunale analogo a quello di Leinì e Rivarolo Canavese. Questo non è stato adottato perché ci sono stati degli arresti e la giunta comunale appena eletta ha avuto momenti di difficoltà, che poi hanno portato alle dimissioni del sindaco e quindi a nuove elezioni, quindi l’ipotizzabile scioglimento del consiglio comunale a Chivasso non si è verificato, ma i problemi di infiltrazioni mafiose da questa inchiesta vengono fuori a chiare lettere…”.

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