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Lo stiletto di Clio
09 Gennaio 2025 - 10:42
Sinti piemontesi ritratti attorn o alla metà del secolo scorso
Alla notizia, martedì 7 gennaio, il «Corriere Torino», edizione regionale del «Corriere della Sera», ha dedicato un titolo a sei colonne: «I sinti salvano il piemontese». «Sono i sinti, oggi, a garantire – esordisce l’articolista – la trasmissione del dialetto piemontese. Una minoranza etnica presente in queste terre da quattrocento anni, che ne vanta l’uso esclusivamente orale».
L’articolo si richiama a ricerche vecchiotte ed appare un po’ gonfiato. È vero che gli zingari vivono nell’area subalpina da tempi assai remoti ossia dalla fine del Medioevo (e non dal diciassettesimo secolo). Attorno alla metà dell’Ottocento, rifacendosi allo storico svizzero Johannes von Muller, Luigi Cibrario scrisse che, essendosi «da pochi mesi […] chiuso il concilio di Costanza, a cui era concorsa sterminata quantità di genti di mal affare e di donne mondane», sbucò «una tribù straniera dal volto abbronzato, dagli occhi neri e scintillanti, dalle chiome corvine, gente insomma di tipo orientale, uomini, donne e fanciulli, scesa dai gioghi alpini nel territorio di Zurigo». «Questi erano i zingari che comparivano per la prima volta ne’ nostri paesi», chiarì lo storico e politico piemontese, precisando che il loro capo si chiamava Michele: «diceano venir d’Egitto, essersi convertiti alla fede cristiana, andar pellegrinando per penitenza ovvero recarsi a’ piedi del papa a domandar l’assoluzione de’ loro peccati».
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Zingari in marcia (incisione del francese J acques Callot, prima metà del Seicento)
Le notizie riferite da Cibrario sono sostanzialmente attendibili. Il concilio di Costanza si concluse il 22 aprile 1418. Gli storici moderni ritengono che i primi zingari attraversarono la Germania nel 1417: l’anno seguente giunsero in Svizzera, per poi entrare nei territori sabaudi d’oltralpe. Inizialmente, a quanto sembra, non suscitarono alcuna diffidenza: nei loro confronti prevalevano il fascino dell’esotismo e la curiosità per l’alone di mistero che li avvolgeva. In quanto pellegrini, gli zingari erano certi di ottenere assistenza e aiuti sia dalle autorità laiche ed ecclesiastiche sia dal popolo.
I problemi sorsero in seguito. Lo storico polacco Bronislaw Geremek (1932-2008) attesta che i nomadi erano accettati, nelle società moderne, soltanto perché si presentavano come individui esotici e bizzarri, destando unanime curiosità. Per giustificare la propria presenza in Occidente, gli zingari si rapportavano a uno scopo superiore, cioè all’espiazione dei peccati mediante il pellegrinaggio. Svelata l’impostura, furono trattati alla stregua dei comuni vagabondi, il cui nomadismo appariva irragionevole e sospetto.
Nel 1867 il noto corografo Antonino Bertolotti tracciò un colorito ritratto degli zingari canavesani, condensandovi i più diffusi stereotipi culturali. Per esporre la storia di Volpiano, ricorse a un’immaginaria girovaga, vecchia ma loquace, la cui carnagione ricordava «quella dei mulatti»: «avvolta in luridi cenci», con «un rosso zendado sdrucito» che «le celava a guisa di turbante il capo», la donna «teneva in mano un bastone in forma di rozzo serpente, che le dava l’aspetto di sibilla», mentre «un mozzicone di pipa sporgeva dalle sue livide labbra». Di lì a breve tre o quattro uomini, con donne e bambini al seguito, la raggiunsero, drizzando una tenda e accingendosi a desinare attorno al fuoco.
L’episodio servì a Bertolotti per introdurre il discorso sugli zingari che percorrevano «a frotte, di tanto in tanto, il Canavese, limosinando e rubacchiando le campagne ed i creduli villani sotto pretesto di loro dire la buona ventura». Egli si limitò a riferire opinioni diffuse: «siccome li si crede capaci di dare il fuoco ai pagliai e anche, da qualche ignorante, di produrre malanni se non soccorsi, così loro si dà sempre una elemosina forzata per liberarsi della loro presenza». E ancora: «Fingendo di esercire il mestiere di merciaiuoli ambulanti, sfuggono alla polizia, mentre in fatto sono vagabondi, impostori ed astuti ladri». Pressappoco nello stesso periodo, Luigi Cibrario presentò gli zingari come un popolo misterioso, abituato ai furti e agli omicidi, con «costumi e riti e favella particolare».
Nei confronti degli zingari che gravavano sulle popolazioni locali in maniera ritenuta intollerabile, le comunità dell’odierno Piemonte adottarono assai presto politiche di autodifesa. Della pratica di versare taglie alle bande perché non invadessero un territorio o entrassero in una città si ha notizia fin dalla metà del quindicesimo secolo. Innumerevoli risultano le popolazioni taglieggiate. Una lunga serie di «donativi» delle comunità canavesane (Valperga, Rivara, Rocca, Prascorsano, Locana, ecc.) nel corso del Seicento è riportata da Giuseppe Cesare Pola Falletti Villafalletto (1870-1952). Nel 1618, appellandosi al duca Carlo Emanuele I di Savoia per porre fine ai soprusi e alle violenze degli zingari, gli abitanti di Cuorgné fecero notare che le bande invadevano sovente le loro terre: «ogni dieci o dodici huomini hanno un capitano et una compagnia e vengono con rescritti dell’Ecc. Senato, di modo che si mettono in campagna, depredando li frutti e le poche ughe».
L’allarme sociale era elevato anche a Settimo Torinese. Da una lettera del giudice Baretti al sindaco, ai consiglieri e al segretario comunale si apprende che alcuni soldati giunsero in paese il 24 agosto 1782 «per inseguire ed estirpare [...] li zingari e malviventi». È probabile che costoro fossero stati attratti dalla festa dei Santi Martiri, i patroni della comunità civile e religiosa del luogo, in programma per l’indomani, domenica 25 agosto. Poiché i militari erano pochi per conseguire l’obiettivo, Baretti consigliò di «quotidianamente far precettare un competente numero di uomini e con questi, unitamente a detti soldati, sotto la direzione di qualche amministratore [...], battere la pattuglia in quei siti e posti» dove, «per mezzo di spia da pagarsi sul campo», si sarebbe constatato «trovarsi li detti zingari e malviventi […], non omettendo massime li tenimenti di boschi e le cassine [...] in vicinanza delle strade pubbliche di Torino e della Cebrosa, così continuando sino a nuovo ordine». E tutto ciò «per l’estirpazione di così cattiva gente» e «per far giojire» la popolazione «della tranquillità che si desidera».
Da allora, molte cose sono mutate. Dal punto di vista glottologico, la questione è un po’ più complessa rispetto all’analisi del «Corriere Torino». I sinti della regione si esprimono nell’idioma romaní o romanes, il quale ha subito notevolissime influenze dalle lingue germaniche e neolatine dell’Europa occidentale, fra cui il piemontese. Ora, però, risulta in lento ma costante abbandono. È per tale motivo che l’idioma è stato reso inintelligibile. In altri termini, i sinti non amano divulgarlo agli estranei. Ne conseguono enormi difficoltà per recuperarlo e tutelarlo.
Molti termini della lingua sinta ricalcano gli equivalenti piemontesi: agúst (agosto), dópu (dopo), trop (troppo), avril(aprile), bárba (zio), dzémber (dicembre), karlevé (carnevale), fervé (febbraio), mártes (martedì), nóna (nonna), mesté(mestiere), ǧené (gennaio), ecc. Altri se ne distaccano nettamente: kóro (giacca), balavás (lardo), čačó (vero), čiriginí(luna), čungaribén (sputo), drom (strada), durjéngero (poliziotto) e così via.
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