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08 Gennaio 2025 - 15:53
Si chiama Franco Padellaro. Ha 80 anni. Faceva l'artigiano. Oggi dovrebbe godersi la pensiona ma si trova intrappolato in un incubo fiscale che sembra non avere fine.
Da vent’anni vive a Robassomero, in provincia di Torino, insieme alla moglie e ai figli, dopo aver chiuso la sua piccola azienda familiare a Cirié nel 2004.
Un’attività avviata nel 1971 con sacrificio e passione, che assemblava componenti elettrici per automobili e che, negli anni migliori, aveva dato lavoro a otto dipendenti.

Quando le commesse iniziarono a diminuire, costringendolo a cessare l’attività, Franco e la sua famiglia fecero l’unico gesto possibile per onorare i debiti: vendettero la loro casa di San Francesco al Campo per saldare i dipendenti e i fornitori. Credevano di aver chiuso quel capitolo della loro vita.
Oggi, invece, si trovano a fare i conti con una cartella esattoriale da 485.000 euro che arriva come una bomba a orologeria vent’anni dopo.
“Ho venduto casa per chiudere l’attività e non avere debiti. Pensavo che tutto fosse finito lì. E invece, mi ritrovo a 80 anni con un fardello impossibile da sostenere”, ci aveva raccontato con amarezza. “Avrei dovuto guadagnare milioni per poter pagare quelle tasse. E invece, per sanare i miei, non ho più nulla. Hanno perfino minacciato di prendersi i mobili, che sono tutto ciò che possiedo”.
La situazione è aggravata dal fatto che l’Agenzia delle Entrate ha iniziato a bloccare i conti correnti della famiglia.
Il figlio Davide, disoccupato, si è visto prelevare 700 euro da un vecchio conto cointestato con i genitori. Anche la moglie Marisa, che non ha mai avuto a che fare con l’azienda, ha ricevuto una notifica: “Ci hanno bloccato il conto cointestato. Cosa possono portarci via? Abbiamo solo vecchi mobili e una macchina di quindici anni”.
Franco e la sua famiglia stanno cercando di trovare una soluzione, ma ogni tentativo sembra scontrarsi contro un muro di burocrazia e rimpalli.
Qualche tempo fa si sono presentati negli uffici dell’Agenzia delle Entrate di via Lanzo, ma lì è stato detto loro che la questione non era di competenza. Inviati in via Mazzini, si sono sentiti consigliare di rivolgersi all’Organismo per la Composizione delle Crisi di Torino.
“È un flipper burocratico”, ci spiegava Franco, esasperato.
“Ogni ufficio ci rimanda a un altro. Nessuno sa niente. Ti senti una pallina che rimbalza, urta e scivola, ma non arriva mai alla soluzione. Non c’è una risposta chiara, solo un continuo girare a vuoto”.
Quando finalmente sono riusciti a parlare con un funzionario, si sono sentiti dire che l’importo dei debiti si evinceva dalle dichiarazioni dei redditi dell’epoca.
“Ma dopo vent’anni, cosa possiamo fare? Tornare al punto di partenza?”, si domanda Franco.
Nel frattempo, la famiglia Padellaro vive con l’angoscia di non sapere come affrontare la situazione. Stanno valutando se inviare una richiesta per verificare se parte del debito possa essere caduto in prescrizione o se aderire alla rottamazione delle cartelle esattoriali, magari scegliendo una rateizzazione.
Ma ogni passo sembra complicato e incerto. “Non riusciamo più a dormire la notte”, ci confessava Franco.
“Abbiamo chiesto aiuto alla CNA, che si occupava della contabilità dell’azienda, ma finora non abbiamo ricevuto risposte chiare. Speriamo che ci sia un errore, ma non riesco a essere tranquillo”.
La paura maggiore è per i figli, che rischiano di pagare le conseguenze di una vicenda che non li riguarda. “I nostri figli non hanno mai avuto un ruolo nell’azienda. Eppure, sembra che il fisco voglia colpire anche loro”.
Franco e la sua famiglia torneranno agli uffici dell’Agenzia delle Entrate, nella speranza di trovare finalmente una via d’uscita. “Non vogliamo pietà”, sottolinea Franco, con un filo di dignità che resiste nonostante le difficoltà.
“Vogliamo solo giustizia. Se dobbiamo pagare, vogliamo almeno capire come farlo senza distruggere ciò che ci resta della vita”.
La vicenda di Franco Padellaro non è solo una storia personale, ma il simbolo di un sistema fiscale che spesso sembra incapace di garantire equità. Un sistema che, dietro alle cifre e alle procedure, dimentica le persone.
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