AGGIORNAMENTI
Cerca
La polemica
14 Dicembre 2024 - 17:44
Gli storici del Carnevale: Danilo Zaia, Franco Quaccia, Gabriella Gianotti e Francesco Gioana
Strano ma vero. Oggi, i Carnevali storici rappresentano un patrimonio culturale da salvaguardare, ma anche un’occasione di riflessione.
Al Carnevale di Santhià, che dice di avere più di 600 anni di storia, han dato 191 mila euro; a Ivrea, che ne avrebbe contati poco più di 200, appena 58.181 euro. Di questo parlavamo la scorsa settimana, a fronte di un bando del Ministero della Cultura che guarda ai Carnevali storici italiani, suddivisi per fasce di antichità: oltre 600 anni, tra 500 e 599 anni, e infine dai 25 ai 499 anni.
Da qui in avanti ci si interrogava su questa disparità. È davvero possibile che il Carnevale di Santhià possa vantare una tradizione più radicata o autentica di quella eporediese?
È davvero importante stabilire chi sia il più antico o non sarebbe più utile concentrarsi sulla capacità di ciascun Carnevale di coinvolgere la comunità e mantenere vivo lo spirito originario della festa? A quanto pare sì, se è vero, com’è vero, che dall’età dipendono i contributi. Chiaro a tutti che 191 mila euro sono molti di più di 58 e alla Fondazione dello storico Carnevale di Ivrea, costantemente con il cappello in mano, farebbero comodo.
A ciò si aggiunge un’altra batosta quella della Regione Piemonte che per il 2024 ha assegnato 37.500 euro per il Carnevale di Borgosesia, 35 mila per quello di Santhià, e… 16.941 euro per Ivrea. Una cifra che definire ridicola e dire poco. Incredibile ma vero, un po’ più dei 10 mila euro destinati agli Spazzacamini per la “pulitura dei camini”, e persino meno dei 35 mila euro che vanno agli Asini di Alba.

Insomma c’è qualcosa che non va. E delle due l’una. O chi ha gestito e sta gestendo la manifestazione è un incapace o l’Amministrazione comunale, quindi il sindaco che da statuto è il presidente non se n’è mai preoccupato quanto dovrebbe. Tutti concentrati, da queste parti, a cercare Mugnaie, generali, escludere ufficiali e farne entrare altri, a inventare regole su chi fa cosa in una logica da festa “di paese” e senza alcun vero sforzo per esportare la manifestazione fuori dai confini.
A questo punto la domanda è: cosa si potrebbe e si dovrebbe fare? La scorsa settimana proponevamo una ricerca storica, con un tavolo al quale far sedere tutti gli storici del territorio. Obiettivo dichiarato: ridefinire l'inizio della più bella storia carnascialesca d'Italia...
Ci era sfuggito - ma ce lo hanno fatto rilevare in un nano secondo - un piccolo particolare.
Nel 2020, Danilo Zaia, con la collaborazione di Franco Quaccia, Gabriella Gianotti, Giansavino Pene Vidari e Francesco Gioana (gli unici canavesani che negli ultimi quarant'anni hanno fatto ricerca sulla festa frequentando gli archivi) ha pubblicato il libro “Dalla paura alla vanità. Storia del Carnevale di Ivrea”, che fa il punto degli odierni studi storici sul Carnevale eporediese.
Il libro ha riscosso un notevole successo, vendendo quasi un migliaio di copie. Cifra notevole se si considera che si tratta di un testo scientifico e non del solito raccontino.
“Negli statuti comunali della città di Ivrea del 1433 vengono descritte le mascherate che si tenevano nei giorni di San Nicola e Sant'Ambrogio (6-7 dicembre) e di Santa Caterina (29 aprile)” - ci spiega Danilo Zaia. “Ma le cavalcate pazze compiute dai giovani eporediesi in questi giorni erano già attestate nel XIII secolo. Il problema risiede nella natura multiforme della festa e, se alcune località sostengono di festeggiare ininterrottamente il Carnevale da più di seicento anni, raccontano una favola. Perché, come sostiene l'odierna antropologia, tutta la festa ha subito notevoli trasformazioni, prendendo il nome di Carnevale (in tutta Italia e anche in Piemonte) solo durante il XVI secolo. Segno di un cambiamento culturale che attestava il prendere sopravvento delle classi nobiliari e del clero su quelle che fino a quel momento erano chiamate semplicemente mascherate e che in molti paesi di montagna continuano a chiamarsi così tutt'oggi. Dalle feste di San Nicola si svilupparono le badie, l'odierno Stato Maggiore, gli Abbà e il Generale; da Santa Caterina una parte di quella figura che chiamiamo Mugnaia. Tutto questo rigorosamente datato e documentato...”.
Insomma, tutta un’altra storia, con Ivrea che ben potrebbe celebrare e farsi riconoscere dal Ministero ben di più di quanto non riceva oggi.
Le discussioni su Santhià e su Ivrea, peraltro, non sono nuove. Già nel 2011, Franco Quaccia e Francesco Gioana, attraverso un’indagine dai toni volutamente ironici intitolata “Specchio delle mie brame, chi è il più antico del reame?”, avevano provato a fare chiarezza sul proliferare di Carnevali italiani che si autoattribuiscono primati di anzianità. Il risultato di quella ricerca, oltre a evidenziare il carattere grottesco della competizione, aveva portato alla luce un dato inconfutabile: stabilire chi sia il più antico è, di fatto, impossibile.
La ragione risiede nella mancanza di parametri oggettivi e condivisi. Molti Carnevali italiani vantano tradizioni che affondano le radici nei secoli passati, ma le prove a sostegno di tali affermazioni sono spesso inconsistenti, quando non del tutto inventate. S’intende quelle degli altri, non quelle di Ivrea.
Certo, è possibile risalire all’origine delle celebrazioni carnevalesche come fenomeno sociale e culturale, ma individuare quale città abbia dato vita alla prima manifestazione è una questione ben più complessa.

Il Carnevale, infatti, ha radici antiche, che risalgono all’epoca romana e ai baccanali pagani. In epoca medievale, la Chiesa trasformò queste celebrazioni, dando loro una nuova veste cristiana e collegandole al ciclo liturgico.
Da lì in avanti, ogni città ha sviluppato le proprie tradizioni, rendendo il Carnevale un fenomeno comune a gran parte dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.
E Santhià che si autodefinisce il Carnevale più antico del Piemonte e d’Italia?Questa affermazione si baserebbe su una serie di documenti di dubbia solidità. Uno di questi sarebbe un manoscritto della prima metà del Trecento, citato da uno storico locale ma attualmente disperso. Un’altra “prova” spesso citata è una multa comminata nel 1430 a un gruppo di giovani dell’Abbadia di Santhià, colpevoli di aver portato un asino addobbato con abiti sacerdotali in chiesa. Un atto di goliardia tipico delle celebrazioni carnevalesche, ma diffuso in molte altre località, compresa Ivrea. Ancora più discutibile è il documento del 1893, conservato dalla Pro Loco, che celebra l’“ottavo centenario” dell’Antica Società Fagiuolesca, retrodatandone l’esistenza al 1093 senza fornire alcuna prova concreta.
Chiaro a tutti che in questo contesto, le rivendicazioni di Santhià appaiono fragili e, per certi versi, forzate.
Infine l’arcano. Perchè la Fondazione dello storico Carnevale parla di poco più di 200? Perchè è del 1808 la prima trascrizione di una cerimonia ne “I Libri dei Processi Verbali”. Tant’è!
I contributi del Ministero della cultura




I contributi della Regione Piemonte



Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.