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Lo stiletto di Clio
06 Dicembre 2024 - 18:36
L'incisione riproduce il dipinto <<Sulle ro vine dell’antico castello a Volpiano»,
Ernesto Rayper, chi era costui? Parafrasando il manzoniano don Abbondio che s’interrogava sull’oscuro filosofo Carneade di Cirene, la domanda insorge ogniqualvolta c’imbattiamo in un personaggio che non gode di notorietà. Va da sé che il titubante e un po’ meschino parroco del più famoso fra i romanzi storici italiani non aveva modo di ricorrere agli aiutini di Wikipedia o dell’Enciclopedia Treccani on-line.
In realtà, Rayper non è proprio uno sconosciuto. Nato a Genova il 1° novembre 1840, fu un esponente di primo piano della scuola o cenacolo pittorico di Rivara, un gruppo di artisti piemontesi e liguri che si riuniva attorno a Carlo Pittara (1835-1891), il quale era solito trascorrere i mesi estivi nel piccolo paese bagnato dai torrenti Viana e Levone, ospite del cognato, il banchiere Carlo Ogliari. Del cenacolo, influenzato dal più celebre Antonio Fontanesi (1818-1882), fecero parte Ernesto Bertea, Casimiro Teja, Federico Pastoris e altri.
A Ernesto Rayper si devono alcune belle vedute della campagna canavesana. Una in particolare sprigiona un fascino sottile e delicatissimo: di proprietà privata, dipinta attorno al 1869, s’intitola «Sulle rovine dell’antico castello di Volpiano». Sino al prossimo 6 aprile si potrà ammirarla in una sala del castello di Novara dove è allestita la mostra «Paesaggi. Realtà, impressione, simbolo, da Migliara a Pellizza da Volpedo». Si tratta di un’occasione imperdibile poiché il dipinto – un olio su tela di non grandi dimensioni – è stato esposto al pubblico in ben rare circostanze: una prima volta a Genova, nel 1870, presso la Società promotrice di belle arti, e una seconda, sempre all’ombra della Lanterna, centoquattro anni dopo, nel palazzo dell’Accademia ligustica.

Ernesto Rayper, <<Sulle rovine dell'antico c astello di Volpiano» in mostra a Novara
A Rivara, i giovani vedutisti – spiega Silvestra Bietoletti, che ha curato la scheda illustrativa dell’opera ed è autrice di numerose pubblicazioni sulla pittura dell’Ottocento – erano «accomunati dalla volontà di rinnovare dal profondo il significato della pittura di paesaggio tramite i valori della forma e le sue possibilità emozionali». La figura centrale del dipinto volpianese è una graziosa fanciulla ritratta col proprio gregge nella campagna incolta, fra macchie di erbe selvatiche e arbusti, mentre i raggi del sole mattutino sono velati dalle nubi. Sullo sfondo, in controluce, un campanile e una torre dominano le case del borgo di Volpiano. L’artista scelse una quinta prospettica aperta allo scopo di studiare gli effetti luminosi, senza sentimentalismi né virtuosismi tecnici.
Il dipinto di Rayper – osserva ancora Bietoletti – rivela la sensibilità dell’artista «nel trasporre pittoricamente il soggetto tramite la raffinata tessitura di toni luminosi e l’adozione di una tavolozza impostata essenzialmente sui grigi e verdi modulati in infinite variazioni». L’artista riesce così a «infondere al brano di natura ispirato dal “vero” il tenore alto di una contemplazione soffusa di vago mistero e, al medesimo tempo, un delicato sentimento di partecipazione all’esistenza umana, qui suggerito dal gesto, quasi struggente, della pastorella che si balocca col ramoscello utile per tenere a bada le pecore». Del quadro fu ricavata una bella acquaforte dal titolo «Presso Volpiano»: non di rado, qualche esemplare finisce in vendita sul mercato antiquario.
Prima del 1871, Ernesto Rayper dipinse almeno un altro scorcio della campagna alle porte del Canavese. Intitolato «Brughiera a Volpiano», appartenne al re Umberto I di Savoia. Custodito nel Palazzo reale di Torino, dopo l’incendio che danneggiò gravemente la cappella della Sindone fu collocato provvisoriamente nella camera d’udienza dell’appartamento del duca d’Aosta.
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