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In consiglio comunale
06 Dicembre 2024 - 16:16
Matteo Chiantore
C’era una volta l’Unione di Comuni. Correva il 10 novembre del 2011 quando l’allora sindaco Carlo Della Pepa, paonazzo in volto, roteando il dito indice, ne annunciava una “fresca fresca” con Andrate, Cascinette, Fiorano, Montalto, Nomaglio, Pavone e Salerano. Sembrava Giulio Cesare appena tornato dalla “campagna d’Egitto”.
“Saremo una popolazione di circa 35 mila abitanti per una superficie di 70 chilometri quadrati…”, diceva e commentava.
Poi più niente fino al novembre del 2014, quando in consiglio comunale si tornò a parlare di “Unione e gestione associata di servizi”.
Qualche sindaco però nel frattempo s’era già pentito e aveva rivendicato la sua indipendenza. Via Andrate, via Nomaglio, via Pavone e Salerano. Restavano con le rosse torri, Cascinette, Fiorano e Montalto, più Banchette che nel frattempo si era aggiunta … Sembrava di assistere ad una partita al risiko ma non era un gioco.
Da qui in avanti solo più discorsi sul “gran consiglio”: a Ivrea 7 consiglieri, 4 ai comuni tra 5 e 3 mila abitanti, 3 ai comuni da 3 a mille e due per tutti gli altri.
Da un lato la voglia di fondersi, di diventare un soggetto amministrativo più grande, dall’altra i classici campanilismi duri a morire.
A spingere per qualcosa di più di una semplice "unione" fino a qualche anno fa c'era (chissà se esiste ancora) il Comitato AMIunaCittà, nato nel 2014 con l’obiettivo di coinvolgere e fondere insieme tutti e 66 i comuni dell'Anfiteatro Morenico pari ad una popolazione di 110 mila abitanti. Un sogno!
Pensa un po’ te, grazie all’aggregazione si sarebbero risparmiati, solo in stipendi a sindaci e 400 consiglieri comunali la bellezza di 80 milioni di euro all’anno.
La proposta dell’Ami, manco a dirlo, piombò sulla campagna elettorale del 2018 a Ivrea, così come le preoccupazioni dei quattro sindaci dell’Unione dell’Eporediese che si precipitarono a chiedere ai candidati sindaci di non cedere alle lusinghe dell’Ami che avrebbero avuto come unico risultato lo scioglimento dell’Unione stessa.
Preoccupazioni infondate considerando che con il governo in mano al “dormiglione” Sertoli si è mandata a quel paese non solo l’Unione, non solo l’Ami, ma anche altri organismi previsti dalla legge regionale come la zona omogenea e l’assemblea dei sindaci dell’Asl To4.

Maurizio Perinetti, capogruppo del Pd
Tant'è! Eppur si muove, direbbe qualcuno. All'inizio del 2024 è atterrata una mozione che portava la firma di tutti e tre i capigruppo di maggioranza, di Vanessa Vidano per Viviamo Ivrea, di Barbara Manucci per il Pd e di Andrea Gaudino di Laboratorio Civico.
Chiedevano al sindaco Matteo Chiantore di vagliare la disponibilità dei comuni confinanti a riprendere il filo del discorso finito in fondo ad un cassetto durante la passata amministrazione.
"I Comuni - scrivono - soprattutto quelli piccoli, hanno riscontrato serie difficoltà nell'assicurare l'erogazione dei servizi e il soddisfacimento dei bisogni dei cittadini. Gli istituti di cooperazione hanno lo scopo di razionalizzare i costi dei servizi. Di arginare la polverizzazione amministrativa che spesso porta a gravi disservizi per il cittadino. A liberare risorse in spesa corrente per far fronte al crescente aumento della spesa, cronicizzato dagli alti livelli di inflazione nell'ultimo biennio. Infine ad aumentare il peso specifico dell'Ente nella sua capacità di ingaggiare fondi pubblici per mezzo di bandi e di finanziamenti...".
Evviva, verrebbe da dire. Epperò Matteo Chiantore lo ha fatto? Ci sa tanto di no. Dormiglione, su questo fronte, tanto quanto il predecessore. Eppure l'Unione, già esiste. E' già attiva a loro insaputa.
Basti dire che in consiglio comunale a Ivrea siedono Elisa Bolzanello di Pavone, Andrea Gaudino di Banchette, Andrea Cantoni di Borgofranco d'Ivrea, Barbara Manucci e Nella Franco di Montalto Dora e, dulcis in fundo, il presidente del consiglio Luca Spitale, il sindaco Matteo Chiantore e la moglie Fiorella Pacetti abitano a Chiaverano...
Nella passata legislatura, l'ultima volta che si era parlato di Unione in consiglio comunale a guidare il confronto era stato il capogruppo del Pd Maurizio Perinetti, seduto tra le file dell'Opposizione, a margine di un dibattito sul bilancio e sulla Centrale unica di committenza che non c’era più e obbligava Ivrea a rivolgersi a Biella per le gare e per gli appalti.
“In questi ultimi anni la città ha perso la sua importanza. Si è ridimensionata - aveva inforcato Perinetti - Si era scelta la strada dell’Unione e si era arrivati alla redazione di uno statuto. Si erano delegate delle funzioni poi tutto è morto...”.
Tornando a "AMIunaCittà" è del giugno del 2021 un intervento di Emilio Torri sulla decisione di comprendere nella Città Metropolitana di Torino tutta la ex Provincia.
A suo dire fu un errore: troppo grande e disomogeneo il territorio, troppo frammentato in una miriade di Comuni in gran parte di dimensioni troppo piccole.
Stessa cosa dicasi per le “Zone Omogenee” in cui il territorio è stato organizzato, rimaste entità geografiche, i cui organi rappresentativi (assemblea di Zona e portavoce) non sono in grado di interloquire autorevolmente e sinergicamente con una Torino Aumentata su progetti e iniziative strategiche.
Quelli del Comitato AMIunaCittà vedevano proprio in tutto questo la riconferma della validità di un organismo di governo di tipo nuovo, attraverso processi di fusioni dei Comuni esistenti.
Unità amministrative forti e competenti, dotate delle autonomie previste dalla legge, con accesso diretto ai finanziamenti europei, con le capacità tecniche e professionali necessarie per gestire i piani di sviluppo calibrati sulle specificità locali, in un rapporto dialettico e non subordinato con la Città Metropolitana.
“Questa ipotesi - commentava Emilio Torri - non deve preoccupare le Comunità locali: la legge sulle fusioni prevede la Istituzione dei Municipi decentrati, organi elettivi, per assicurare la continuità dei servizi di prossimità e la tutela e la valorizzazione delle tradizioni locali. La nostra proposta ha trovato l’opposizione di una classe politica e amministrativa in nome della difesa del campanile o, forse, di qualche piccolo ed effimero privilegio identitario. Il rischio è quello di ritrovarci, sempre più vecchi e sempre meno, a festeggiare negli anni futuri le fiere e i Santi Patroni locali...”.
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