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Rivalità
05 Dicembre 2024 - 16:24
Resi noti in questi giorni i contributi deliberati dal Ministero della Cultura agli organizzatori dei Carnevali storici italiani, suddivisi per fasce di antichità: oltre 600 anni, tra 500 e 599 anni, e infine dai 25 ai 499 anni.
L’età, si sa, conta eccome, soprattutto per il Ministero, che la utilizza come parametro chiave per distribuire i fondi.
Ma qual è, dunque, il Carnevale più antico d’Italia? La domanda, che potrebbe sembrare banale, apre invece un vero e proprio vaso di Pandora. Tra i più longevi spiccano quello di Fano e quello di Santhià, entrambi accreditati di oltre 600 anni di storia, seguiti dal celebre “Bacanal del Gnoco” di Verona.

Papagnocco

I fagioli di Santhià
E i contributi? Qui arrivano le note dolenti – o trionfali, a seconda dei punti di vista.
Verona si porta a casa una cifra che sfiora i 291 mila euro, Santhià poco più di 191 mila euro.
Ivrea, invece? Molto meno. Si colloca nel calderone generale di tutti gli altri Carnevali storici, come Viareggio, Venezia, Loano e Aliano. Alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, guidata da Alberto Alma, per il 2024 spettano 58.181,76 euro. Una cifra che, soprattutto in riva alla Dora, fa discutere, alimentando polemiche sulla percezione e il riconoscimento della storicità del Carnevale eporediese rispetto ai suoi vicini più celebrati.
Insomma ci si interroga su questa disparità. La Fondazione presieduta da Alberto Alma, che organizza lo Storico Carnevale, pur ricevendo un contributo che potrebbe sembrare non irrilevante, non può che guardare con invidia ai fondi destinati a Santhià.
È davvero possibile che il Carnevale di Santhià, sebbene definito storico, possa vantare una tradizione più radicata o autentica di quella eporediese?
Le discussioni non sono nuove. Già nel 2011, Franco Quaccia e Francesco Gioana, attraverso un’indagine dai toni volutamente ironici intitolata “Specchio delle mie brame, chi è il più antico del reame?”, avevano provato a fare chiarezza sul proliferare di Carnevali italiani che si autoattribuiscono primati di anzianità. Il risultato di quella ricerca, oltre a evidenziare il carattere grottesco della competizione, aveva portato alla luce un dato inconfutabile: stabilire chi sia il più antico è, di fatto, impossibile.
La ragione risiede nella mancanza di parametri oggettivi e condivisi. Molti Carnevali italiani vantano tradizioni che affondano le radici nei secoli passati, ma le prove a sostegno di tali affermazioni sono spesso inconsistenti, quando non del tutto inventate.
Certo, è possibile risalire all’origine delle celebrazioni carnevalesche come fenomeno sociale e culturale, ma individuare quale città abbia dato vita alla prima manifestazione è una questione ben più complessa.
Il Carnevale, infatti, ha radici antiche, che risalgono all’epoca romana e ai baccanali pagani. In epoca medievale, la Chiesa trasformò queste celebrazioni, dando loro una nuova veste cristiana e collegandole al ciclo liturgico.
Da lì in avanti, ogni città ha sviluppato le proprie tradizioni, rendendo il Carnevale un fenomeno comune a gran parte dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.
Ma chi ha cominciato per primo? Una domanda a cui non si può rispondere senza inciampare in speculazioni.
Santhià, ad esempio, si autodefinisce il Carnevale più antico del Piemonte e d’Italia. Tuttavia, questa affermazione si basa su una serie di documenti di dubbia solidità. Uno di questi sarebbe un manoscritto della prima metà del Trecento, citato da uno storico locale ma attualmente disperso, che farebbe riferimento a festività organizzate in città.
Un’altra “prova” spesso citata è una multa comminata nel 1430 a un gruppo di giovani dell’Abbadia di Santhià, colpevoli di aver portato un asino addobbato con abiti sacerdotali in chiesa.
Un atto di goliardia tipico delle celebrazioni carnevalesche, ma diffuso in molte altre località, compresa Ivrea. Ancora più discutibile è il documento del 1893, conservato dalla Pro Loco, che celebra l’“ottavo centenario” dell’Antica Società Fagiuolesca, retrodatandone l’esistenza al 1093 senza fornire alcuna prova concreta.
In questo contesto, le rivendicazioni di Santhià appaiono fragili e, per certi versi, forzate.
D’altro canto, Ivrea può vantare una peculiarità unica: dal 1808, ogni dettaglio del Carnevale è documentato in un registro ufficiale. Questo ha permesso di costruire una narrazione storica scritta che altre manifestazioni non possono eguagliare. Tuttavia, anche a Ivrea manca una ricostruzione precisa del periodo precedente a questa data. Si sa che esisteva una tradizione carnevalesca non scritta, ma gli eporediesi non sono stati altrettanto abili nel valorizzarla e comunicarla. Questo potrebbe spiegare perché, nonostante il prestigio dello Storico Carnevale di Ivrea, i contributi ministeriali siano così limitati rispetto a quelli destinati ad altre località.
La questione dei fondi solleva interrogativi più ampi sul ruolo e sul valore del Carnevale nella società contemporanea. Nato come festa popolare nel Medioevo, il Carnevale era un momento di rottura rispetto alle rigide gerarchie sociali, un’occasione in cui il mondo si capovolgeva e il popolo prendeva il sopravvento.
Con il passare dei secoli, però, la natura della festa è cambiata. Nel Settecento, con l’avvento della borghesia e della rivoluzione industriale, il Carnevale ha perso gran parte della sua carica sovversiva, trasformandosi in un evento più controllato e spettacolare. Nel Novecento, l’abbassamento del livello culturale e la crescente commercializzazione hanno ulteriormente ridimensionato il significato originario di questa celebrazione.
Oggi, i Carnevali storici rappresentano un patrimonio culturale da salvaguardare, ma anche un’occasione di riflessione.
Qual è il vero valore di una tradizione? È davvero importante stabilire chi sia il più antico, o non sarebbe più utile concentrarsi sulla capacità di ciascun Carnevale di coinvolgere la comunità e mantenere vivo lo spirito originario della festa?
Ivrea, con la sua battaglia delle arance, ha certamente trovato un modo unico per distinguersi con un coinvolgimento di oltre 10 mila persone, che non sono spettatori ma attori veri e propri.
Ma la domanda resta: bastano le arance a riportare il Carnevale eporediese sul podio delle eccellenze italiane?
Cosa si potrebbe e si dovrebbe fare?
Una ricerca storica sarebbe il minimo, con un tavolo al quale far sedere tutti gli storici del territorio. Obiettivo dichiarato. Ridefinire l'inizio della più bella storia carnascialesca d'Italia...
La storia di un barone che opprimeva il popolo, finché la figlia di un mugnaio, simbolo di libertà, lo sfidò, portando alla distruzione del suo castello.
E tutti a cantare "Una volta anticamente egli è certo che un Barone ci trattava duramente con la corda e col bastone...".




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