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Lo Stiletto di Clio
22 Novembre 2024 - 16:57
ll primo allestimento della collezione di Bernardino Drovetti a Torino (disegno di Marco Nicolosino, 1832).
I festeggiamenti per i due secoli del Museo Egizio di Torino sono ormai entrati nel vivo. Un ricco programma d’iniziative, fra cui una «Notte bianca» e la cerimonia di presentazione del francobollo commemorativo, ha caratterizzato i tre giorni di festival dal 20 al 22 novembre. Non mancheranno, nell’immediato futuro, altri importanti appuntamenti.
Non c’è che dire. Nel capoluogo piemontese, l’interesse per la civiltà egizia affonda le radici assai indietro nel tempo, ben prima che gli studiosi al seguito di Napoleone Bonaparte facessero conoscere la terra dei faraoni in Europa. Nel 1628, dai Gonzaga, signori di Mantova, il duca Carlo Emanuele I di Savoia acquistò un reperto di grande fascino, la Mensa isiaca. Si tratta di una tavola bronzea con intarsi in varie leghe metalliche che fu forse realizzata a Roma, nel primo secolo d.C., per il culto di Iside, sorella e sposa di Osiride, dea della vita e della fertilità. In una cappella, al centro della tavola, spicca un personaggio che viene identificato con Iside. Motivi egizi compaiono un po’ dappertutto: i geroglifici, però, sono privi di senso.
Bizzarra è la storia del reperto. Dopo il sacco di Roma del 1527, la Mensa fu venduta da un fabbro bolognese al famoso cardinale Pietro Bembo (1470-1547), un umanista di straordinaria cultura, autore di una delle prime grammatiche italiane. Ereditata dal figlio Torquato, passò al duca Vincenzo I Gonzaga, quindi ai Savoia. Il gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602-1680), filosofo e storico, ne parla nel suo «Œdipus ægyptiacus». In seguito all’invasione del Piemonte, i francesi la trasferirono a Parigi, ma la restituirono a Torino dopo la definitiva sconfitta di Napoleone.
Fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la Mensa isiaca non mancò di destare l’interesse di noti esoteristi, fra cui il francese Eliphas Lévi (1810-1875), l’inglese William Wynn Westcott (1848-1925) e il canadese Manly Palmer Hall(1901-1990).
Fra i piemontesi legati all’antico Egitto, il più interessante è, senza dubbio, Bernardino Drovetti. Nato il 4 gennaio 1776 a Barbania, nel Canavese, si laureò giovanissimo in legge, presso la Regia Università di Torino, per poi intraprendere una brillante carriera militare nell’esercito francese. Il che gli aprì la via per l’attività diplomatica al servizio di Napoleone Bonaparte.
Sottocommissario alle relazioni commerciali ad Alessandria d'Egitto (1802), quindi console generale (1811), Drovettisi rivelò abile e capace, appoggiando Mehmet Ali (1769-1849), un soldato albanese, quale personaggio emergente per il futuro sviluppo del paese. Divenuto governatore sotto la formale autorità del sultano ottomano (1805), Mehmet Aliriuscì a cacciare gli inglesi (1807) e a sedare la guerra civile (1811), ponendo le basi del significativo ruolo che la Francia eserciterà per un trentennio negli affari egiziani.
Privato dell’incarico diplomatico in seguito alla definitiva sconfitta di Napoleone, Drovetti mantenne la propria residenza in Egitto, continuando a esercitare una grande influenza sul governatore ottomano. Libero dagli incarichi ufficiali, si dedicò ai viaggi di esplorazione nell’Egitto, rivelando un crescente interesse per le antichità del paese. Grazie ai suoi studi fu accolto nella Regia Accademia delle Scienze di Torino. Nel frattempo diede inizio a campagne di scavi archeologici nella zona dell’antica Tebe (Karnak e Luxor) nonché nel Fajium e a Tanis. In pochi anni, a proprie spese, recuperò una notevole quantità di antichità egizie: statue, steli, mummie, papiri e oggetti di uso quotidiano. Nel 1819 Luigi XVIII, re di Francia, lo nominò nuovamente console generale.

Il canavesano Bernardino Drovetti misura col filo a piombo una testa dalle dimensioni colossali nel deserto egiziano

La Mensa isiaca di Torino riprodotta in «Œdipus Aegyptiacus» del gesuita Athanasius Kircher.
Affascinato dalla collezione di antichità egizie che Drovetti aveva messo insieme, il conte Auguste de Forbin, direttore dei Musei reali di Francia, avviò trattative per acquistarla. A opporsi fu un esploratore e bibliofilo di Casale Monferrato, il conte Carlo Vidua (1785-1830), il quale si rivolse al conte Prospero Balbo di Vinadio (1762-1837), presidente perpetuo dell’Accademia delle Scienze di Torino, a cui fece osservare che il Piemonte non poteva essere «defraudato» della «più copiosa» e «più ricca raccolta di antichità» che un piemontese avesse mai riunito.
Il re Carlo Felice di Savoia (1765-1831) non tardò a convincersi della grande opportunità che gli si offriva. D’altronde il suo predecessore Vittorio Emanuele I si era già espresso favorevolmente in merito all’acquisizione della raccolta di Drovetti. Il 24 gennaio 1824, pertanto, fu sottoscritto un regolare contratto d’acquisto per l’ingente somma di 400 mila lire.
Nelle casse che giunsero a Torino vi erano migliaia di reperti, fra cui papiri, mummie e statue di immenso valore storico, ma anche numerosissimi oggetti di uso comune. La collezione trovò posto nell’ex Collegio dei Nobili, progettato dall’architetto Michelangelo Garove, in parte sede della Reale Accademia delle Scienze, dove furono altresì trasferiti reperti preistorici, preromani e romani, oltre a una sezione di storia naturale.
Il Museo Egizio di Torino nacque così: sulle rive del Po, guardando a quelle del Nilo.
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