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Carnevale di Ivrea
17 Novembre 2024 - 19:18
Francesco Gioana e Franco Quaccia
Tra i progetti finanziati dalla Fondazione dello storico carnevale elaborati dalle Componenti c’è un contributo di 1.500 euro per una ricerca sull’evoluzione storica delle divise dei Pifferi, con la definizione di una divisa storica e relativa rappresentazione grafica/digitale da esporre durante il periodo di Carnevale. Che dire... Che uno studio in realtà già c’è, pubblicato su La Diana 29 del 2020. Il testo è di Franco Quaccia, che è uno che ne sa.
E proprio a partire dagli scritti di Quaccia emerge un quadro dettagliato, affascinante e, talvolta, contraddittorio dell’evoluzione storica delle divise della Banda dei Pifferi e Tamburi.
Secondo il ricercatore, questo gruppo, che costituisce il cuore musicale del Carnevale di Ivrea, non ha mai avuto una divisa storica coerente o autentica, ma si è sempre mosso su un delicato filo tra reinvenzione carnevalesca e rievocazione popolare. “Le divise che oggi indossano sono, nel bene e nel male, quelle della Banda dei Pifferi e Tamburi dello Storico Carnevale di Ivrea, e questo è quanto”, spiega Quaccia, sottolineando come queste uniformi siano il risultato di adattamenti e reinterpretazioni piuttosto che di una rigorosa ricerca filologica.
Le prime rappresentazioni iconografiche del gruppo risalgono al 1847, in incisioni che ritraggono la Banda durante il Carnevale di quell’anno. Le immagini mostrano un Tamburo Maggiore in una divisa militare che ricorda vagamente quelle sabaude, con spalline e un colbacco, affiancato da due musicisti più giovani – un tamburino e un piffero – vestiti in modo più semplice, con casacche e il berretto frigio rosso, simbolo distintivo del Carnevale eporediese.
“Il berretto frigio”, afferma Quaccia, “non è mai stato un elemento storicamente coerente, ma una reinterpretazione carnevalesca, espressione del carattere ribelle e popolare della manifestazione”.
Questo copricapo, che richiama idealmente i valori rivoluzionari e libertari, è diventato nel tempo un simbolo fondamentale del Carnevale, nonostante le sue radici poco storiche.
Nel corso del XIX secolo, le divise dei Pifferi e Tamburi iniziarono ad acquisire una maggiore struttura e formalità, anche se mantennero sempre un carattere ibrido.
La fotografia del 1889, citata da Quaccia, mostra per la prima volta un gruppo composto esclusivamente da adulti, vestiti con uniformi che mescolano elementi militari e carnevaleschi.
Questo cambiamento rifletteva la volontà di dare un’aura di maggiore professionalità al gruppo, che stava acquisendo un ruolo sempre più centrale nella celebrazione. Tuttavia, come osserva il ricercatore, “non esistono riferimenti precisi a reali divise militari sabaude: quelle indossate dai Pifferi e Tamburi sono invenzioni, pensate per nobilitare un gruppo che, nella sua origine, era legato alla tradizione popolare e contadina”.
Un punto di svolta si verificò negli anni ’30 del Novecento, quando il regime fascista, sempre attento alla propaganda e alla spettacolarità, intervenne anche sulle manifestazioni popolari come il Carnevale.
La Banda adottò un’uniforme più definita, composta da pantaloni alla zuava color cachi, ghette alte e una giubba blu con risvolti e colletto in tinta. La scelta era chiaramente ispirata a un’idea di ordine e disciplina che si voleva trasmettere in quel periodo. Tuttavia, questa svolta non cancellò mai del tutto il carattere indipendente del gruppo.
“La Banda dei Pifferi e Tamburi è sempre stata un corpo separato”, scrive Quaccia, “fornitrice di un servizio a pagamento ma autonomo rispetto alla rappresentazione storica borghese del Carnevale”.
Questa autonomia si rifletteva anche nella modalità di trasmissione della tradizione musicale: l’apprendimento avveniva spesso all’interno di famiglie, creando vere e proprie dinastie di musicisti, come i Revel Chion e i Fornero Monia per i pifferi, o i Gili Meina per i tamburini.
A rafforzare questa lettura interviene anche Francesco Gioana, che, in uno studio pubblicato nello stesso numero de La Diana, approfondisce il tema del rapporto tra la Banda e l’identità del Carnevale.
“Le divise sono un elemento di sintesi tra tradizione e invenzione: rappresentano l’immagine che il Carnevale vuole dare di sé, più che un riferimento a un passato autentico”. Gioana evidenzia che la Banda dei Pifferi e Tamburi, pur essendo una componente fondamentale della festa, ha sempre mantenuto una posizione autonoma, quasi periferica, rispetto al cerimoniale ufficiale. Questo aspetto ha contribuito a rendere il gruppo meno incline a storicizzazioni forzate, concentrandosi invece sulla conservazione del proprio repertorio musicale.
Il difficile periodo della Prima Guerra Mondiale e il successivo dopoguerra misero a dura prova il Carnevale, e la Banda non fu immune a queste difficoltà. Le cronache riportano che, in quegli anni, i musicisti si esibivano spesso in abiti di fortuna, a volte persino in abiti borghesi. Tuttavia, la loro presenza non venne mai meno, e i Pifferi e Tamburi continuarono a rappresentare la colonna sonora indispensabile del Carnevale.
“Nonostante la scarsità di mezzi, hanno sempre tramandato un patrimonio musicale unico, genuino e straordinariamente intatto”, ricorda Quaccia, sottolineando come il valore del gruppo risieda più nella sua musica che nel suo abbigliamento.
Gioana, inoltre, non manca di rilevare il carattere quasi ironico della situazione: “I Pifferi e Tamburi indossano abiti inventati che riflettono una storia costruita più che un passato realmente vissuto. Eppure, sono loro a portare avanti la tradizione musicale autentica, che rimane la vera eredità storica del Carnevale”. Questo paradosso, secondo Gioana, è ciò che rende il Carnevale di Ivrea unico rispetto alle rievocazioni storiche più rigide e filologiche.
La questione delle divise rimane quindi un tema aperto.
“I Pifferi e Tamburi si trovano oggi a dover risolvere un problema che non può avere soluzione: sono portatori sani di un patrimonio musicale antico, ma indossano abiti inventati”, osserva Quaccia.
E, come aggiunge Gioana, “il valore del Carnevale non sta tanto nella fedeltà ai dettagli storici, quanto nella capacità di reinventarsi e di far vivere una tradizione che, proprio per questo, continua a evolversi”.
A fronte di queste approfondite analisi, viene da chiedersi se fosse davvero necessario destinare ulteriori fondi a uno studio che, grazie a Quaccia e Gioana, è già stato ampiamente documentato. Ma, si sa, al Carnevale di Ivrea anche i progetti più bizzarri trovano sempre un modo di sfilare. E, forse, è proprio questa capacità di mescolare storia, leggenda e invenzione a rendere la festa così affascinante.







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