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Lo stiletto di Clio
14 Novembre 2024 - 22:07
Un lampionaio al lavoro
Fu ideato dal francese Antoine de Saint-Exupéry, scrittore e aviatore, il lampionaio più famoso della letteratura internazionale. Compare nel best-seller Il piccolo principe, edito a New York nella sua traduzione inglese, mentre infuriava il secondo conflitto mondiale e mezza Europa era oppressa sotto il tallone tedesco. La storia è attraente. Sull’asteroide 329, alla scoperta di nuovi mondi, un bambino extraterrestre incontra l’uomo che accende i fanali: «Non riusciva a spiegarsi a che cosa potessero mai servire lì nel cielo, su un pianeta senza case né abitanti, un lampione e un lampionaio. Nonostante ciò si disse: Può anche darsi che quest’uomo sia assurdo. Ma è comunque meno assurdo del re, del vanitoso, dell’uomo d’affari e dell’ubriacone». E commenta: «Quando accende il suo lampione, è come se facesse nascere una stella in più o un fiore. Quando lo spegne, addormenta il fiore o la stella. È una bellissima occupazione, ed è veramente utile, perché è bella».
Da sempre il lampionaio stimola la fantasia di poeti e romanzieri. L’australiano Anthony O’Neill, nato nel 1964, gli ha dedicato un thriller gotico, Il lampionaio di Edimburgo, la cui vicenda si svolge nel 1878 in una città nebbiosa, fra vicoli antichi e sordidi, dove avvengono strani delitti. La statunitense Maria Susanna Cummins (1827-1866), invece, racconta le lacrimose disavventure di un’orfanella, Gertrude, adottata da un anziano lampionaio, poverissimo ma molto buono.

<<Il lampionaio>>, romanzo della scrittrice statunitense Maria S usanna Cummins, usci nel 1854 e riscosse un enorme successo
Ci fu un tempo in cui gli amministratori pubblici stipendiavano un proprio lampionaio. A Settimo Torinese, l’origine del servizio d’illuminazione pubblica a olio risale al 1861, poco dopo la proclamata unità d’Italia. Era il periodo in cui l’apertura di opifici, laboratori e botteghe dischiudeva allettanti prospettive di sviluppo economico. Le giunte municipali di Settimo dovettero conseguentemente porre mano ad alcuni lavori d’interesse collettivo che contribuirono a rendere più decoroso il paese, proiettandolo verso quel sospirato ruolo nuovo che tanta importanza rivestiva per la borghesia del luogo. Da allora le notti sarebbero apparse un po’ meno buie, compatibilmente con le risorse finanziarie del Comune, proprio come nei maggiori centri urbani.
Non andava diversamente negli altri paesi della zona, fra Torinese e Canavese. La modernizzazione era sostenuta dall’ottimismo delle classi dirigenti (proprietari terrieri, contadini agiati, imprenditori, liberi professionisti e commercianti), ma anche dei ceti sociali in ascesa. In tale contesto, meraviglia e interesse suscitarono i primi esperimenti d’illuminazione delle strade mediante lampade a olio.
Presieduta dall’assessore Giovanni Battista Richiardi, l’assemblea civica di Settimo discusse il progetto durante la seduta del 7 novembre 1861. Approvandolo con nove voti favorevoli, tre contrari e un’astensione, diede incarico ai consiglieri Giovanni Battista Triccò, Giuseppe Pessione e Francesco Cernusco di provvedere – come fu verbalizzato – «all’acquisto, piazzamento ed esercizio ad economia» di nove lampade. Il numero di queste sarà più volte aumentato in rapporto alle necessità del paese. Il consiglio e la giunta assumeranno altresì gli opportuni provvedimenti per organizzare meglio il servizio, abbandonando la gestione diretta a favore di quella in appalto.
A titolo esemplificativo si può considerare il contratto per il triennio 1870-1873. I lampioni pubblici erano allora quattordici. Il Comune esigeva che l’appaltatore li mantenesse in perfetta efficienza, sostituisse a proprie spese gli eventuali vetri infranti (fuorché nel caso di danni attribuibili alle intemperie) e fornisse stoppini e olio minerale «di buona qualità».
Limitato ai mesi di gennaio, febbraio e dicembre, il servizio era sospeso nelle notti di plenilunio. I tre lampioni in corrispondenza delle case di Angelo Beccaria, Francesco Cernusco e Giuseppe Falchero, alle estremità e al centro della Contrada Maestra (ora via Italia), rimanevano accesi dal tramonto all’alba, gli altri sino alle ore ventitré. «Le fiammelle – si precisò nel capitolato di servizio – dovranno tenersi ad un’altezza tale che porgano la maggiore luce possibile senza pregiudicare li vetri». Nei giorni di fiera, Carnevale e festeggiamenti patronali dei Santi Martiri, tutte le lampade si spegnevano all’alba, «anche in tempo di luna».
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