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Lo stiletto di Clio
08 Novembre 2024 - 17:46
La caccia al lupo, incisione del 1872
È un emendamento al disegno di legge per la salvaguardia e lo sviluppo socioeconomico delle zone montane. Approvato dal Senato, mira a contenere la proliferazione dei lupi, demandando a ogni Regione il compito di definire annualmente il numero massimo di esemplari che si potranno uccidere. L’iter procedurale affinché il disegno di legge si trasformi in un atto normativo sarà lungo: nel frattempo l’Enpa (Ente nazionale protezione animali), la Lac (Lega abolizione caccia) e le altre associazioni ambientaliste hanno deciso di marciare sul sentiero di guerra.
Il fatto è che uomini e lupi si sono confrontati per secoli in modo assai duro, contendendosi il territorio. I temibili canidi, come bene si evince dalle fonti d’archivio, furono una presenza abituale nei boschi del Canavese e delle valli di Lanzo, Susa e Pinerolo, sino alle porte di Torino. Non pare privo di significato che un solo obbligo dovessero rispettare i caprai pubblici di Cuorgnè nel 1499: esibire le carcasse delle bestie morte o presentare testimoni attendibili in caso di assalto dei lupi.
È interessante osservare come la memoria delle fiere e delle loro vittime si sia tramandata di generazione in generazione, anche quando gli animali selvatici non rappresentavano più una reale minaccia per gli uomini. Ricostruendo la storia di Rivarolo, l’abate Goffredo Casalis (1781-1856) riferì delle «irruzioni di molti lupi rapaci», come nell’agosto 1678, allorché le fiere «ammazzarono molte persone», stando a «un ricordo del tempo». «E i lupi c’erano, tanto che una volta, a Rivara, si prese per uno di essi un grosso macigno di Pesmonte che la neve caduta non aveva interamente coperto e che fu materia d’interminabili risate, l’eco delle quali è giunto al mio orecchio nei lontani giorni della mia puerizia», scherzava, nel 1945, Giuseppe Cesare Pola Falletti (1870-1952), magistrato e studioso delle tradizioni e della cultura popolare piemontese.
Lo stesso Casalis menziona la «porta detta dei Lupi», a tramontana del vecchio borgo di Volpiano, dove si dipartiva la strada per Lombardore. Pure Antonino Bertolotti (1834-1893) accenna alla Porta dei Lupi, facendo dire a una grinzosa zingara che questi animali anticamente «vivevano tranquilli» nella selva, la quale poi lasciò il posto a campi e prati. Secondo il corografo canavesano, quando «furono tagliate molte foreste nel Tirolo», i lupi comparvero nei boschi di «quercioleti, carpini ed olmeti» attorno a Lombardore e «sgozzarono parecchi ragazzi».
A proposito di San Maurizio Canavese, Bertolotti spiega che gli «incendi specialmente consumarono la selva da ridurla a pascolo comune», lasciando però «folti boschi qual ricordo dello stato primitivo». «Ed in essi – prosegue – ancora nel secolo passato [ossia nel Settecento] trovavansi lupi, dei quali con la caccia e premi a chi ne portava la testa e pelle a poco a poco si fece scomparire la razza. Con tale mezzo anche altrove si liberarono dai lupi».
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Il lupo e le pecore, incisione del f rancese Gustave Doré (1832-1883)
Non sorprende che la notizia di uno sporadico avvistamento riaccendesse paure mai sopite. Il 3 agosto 1826 la «Gazzetta Piemontese» informava della comparsa di «alcuni lupi cervieri» – linci, in realtà – nel mandamento di Candelo: fortunatamente i guardaboschi erano riusciti a cacciarli, liberando il territorio da un inquietante pericolo. «Si è poscia saputo – scriveva il corrispondente da Biella – che questi lupi hanno attraversato il torrente Cervo e si sono diretti alla volta del Vercellese, ove sicuramente non sarà minore lo zelo dei pubblici ufiziali nel far inseguire e distruggere queste belve».
Il timore delle linci fu sempre associato a quello dei lupi. Scriveva nel 1823 Luigi Francesetti di Hautecour (1776-1850), conte di Mezzenile, futuro sindaco di Torino: «Io stesso mi ricordo di aver visto, durante la mia infanzia, due linci o lupi cervieri che erano stati presi a Mezzenile e Ceres».
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