Si avvia verso la partenza la Comunità Energetica “Fervores” costituita all’interno della Green Community “Sinergie in Canavese” che raggruppa ben 27 comuni e 5 unioni montane. Sono iniziati gli incontri per presentarla ed è iniziata anche la raccolta delle manifestazioni d’interesse da parte di aspiranti produttori ed aspiranti consumatori. I primi due incontri si sono tenuti a Pont (la mattina di sabato 12 ottobre) ed a Castellamonte (la sera di mercoledì 30). A spiegare i vari aspetti sono stati in entrambe le occasioni l’architetto Alberto Brassi (che si occupa di “Fervores” per conto dell’Unione Montana Valli Orco e Soana, capofila del progetto) ed il professor Andrea Lanzini del Politecnico di Torino. A Pont erano presenti anche gli ingegneri Marco Visione e Francesco Viggiano di Enercade, la direttrice del CISS 38 Nicoletta Bellin ed il presidente dell’Unione Montana Valli Orco e Soana Marco Bonatto Marchello, altresì sindaco di Frassinetto.
Grande la soddisfazione espressa da Bonatto, vero promotore dell’idea di Comunità Energetica. “Quest’idea era nata nel 2016, poi avevamo compiuto i primi passi ed ora siamo al dunque: il 29 dicembre firmeremo dal notaio l’atto di nascita della fondazione destinata a gestirla. Naturalmente i singoli comuni dovranno deliberare per approvarla”. Ha sottolineato che “c’è bisogno di energia e per i piccoli comuni è sempre più difficile avere risorse. Per questo abbiamo guardato alla Comunità Energetica, per gli edifici pubblici che per quelli privati, prendendo anche in considerazione i benefici che può offrire alle fasce deboli della società. La fiducia dei sindaci è importante ed è più difficile ottenerla per un’entità nascente come questa ma abbiamo il sostegno dell’IREN e quello del GAL qui rappresentato dal sindaco di Ronco Lorenzo Giacomino. In aree periferiche come le nostre è importante il sostegno delle associazioni di categoria, degli artigiani”.
Anche il sindaco di Pont Paolo Coppo aveva parlato di “un’opportunità unica per il territorio, un’occasione da non perdere. Ne avevo sentito parlare per la prima volta 4 o 5 anni fa da Bonatto, poi sono rimasto assente dalla vita amministrativa e, quando sono tornato, ho visto che quell’idea era germogliata e che era nata Fervores”.
Nelle parole dei sindaci è tornato il tema della sinergia a livello territoriale, troppo spesso proclamata in passato e non sempre concretizzata. “Qualcosa è cambiato - ha detto Giacomino - Occorre portare avanti una collaborazione fra Pubblico e Privato”. Sono in ballo i fondi del PNRR e fondi regionali. Consistenti gli incentivi offerti, soprattutto ai residenti nei Comuni con meno di 5.000 abitanti, che sono poi la quasi totalità nell’Alto Canavese.
All’incontro di Pont (meno in quello di Castellamonte) si è sottolineato un altro aspetto della Comunità Energetica: quello sociale. Non a caso era presente la dottoressa Bellin che ha esordito prevenendo una domanda che sarebbe sorta spontanea in molti cittadini: “Cosa c’entra il CISS 38? C’entra perché questa sarà una CERS ovvero una Comunità Energetica Rinnovabile Solidale, una dimensione che vuole inglobare anche il sociale. Speriamo che la S di CERS ottenga l’attenzione che merita in questo territorio nel quale la povertà si fa facendo sempre più strada. La povertà energetica ha un impatto su salute e benessere; quando una famiglia non può riscaldarsi in modo adeguato ci sono implicazioni per la salute, soprattutto nel caso dei soggetti più fragili. È sempre più necessaria la collaborazione tra amministrazioni locali, servizi sociali (ovvero noi), associazioni no-profit”.
Cos'è Fervores?
Entrando più nel concreto per cercare di descrivere ai lettori cosa sia realmente Fervores, va detto che la materia è complessa e tutt’altro che facile da affrontare per i non esperti. Quando si sente parlare di comunità energetiche, si pensa in genere a singoli comuni di piccole dimensioni e ad uno scambio diretto di energia fra chi la produce e chi la consuma. In realtà esistono dei produttori (che mettono a disposizione il di più rispetto alle proprie esigenze) e dei consumatori, ma - hanno spiegato i tecnici intervenuti ai due incontri – l’energia in eccesso prodotta da ogni singolo impianto viene immessa in rete e quindi gestita dalla società di distribuzione, vale a dire dall’Enel.
Ha spiegato il dottor Lanzini che gli impianti devono essere piccoli (meno di 1 chilowattora) e l’energia che producono deve provenire da fonti rinnovabili, diverse a seconda delle diverse aree geografiche: in queste zone si tratta di fotovoltaico o di piccole centrali idroelettriche, non di eolico. In futuro si potrebbe invece guardare alle biomasse.
A gestire la Comunità Energetica sarà la costituenda fondazione. “Abbiamo scelto questa formula” – è stato spiegato – “perché, rispetto a quella dell’associazione, ci consente di avere due categorie differenti di soci: quelli fondatori e quelli ordinari. I fondatori (enti pubblici e soggetti privati) entrano con una quota di adesione, che per i Comuni è stata fissata in 1.000 euro, fanno l’investimento ed ottengono gli incentivi; gli ordinari possono entrare a costo zero. Va da sé che i primi ottengono solitamente di più nella ripartizione, visto che attuano un investimento, ma le percentuali vengono decise dalla singola comunità energetica”.
Il risparmio non sarà dato da una diminuzione della bolletta: questa resterà invariata così come rimarrà in capo al singolo utente la scelta della società elettrica che preferisce. Si otterrà invece un rimborso, che i tecnici hanno quantificato grosso modo in una sessantina di euro l’anno per un utente medio: il corrispondente di una bolletta. “Non è molto” – hanno detto – “ma lo si ottiene senza fare nulla. Ovviamente, se invece che di un’abitazione si tratta di un’attività economica energivora, il risparmio si fa interessante”.
Dalla comunità energetica si può uscire, verrà fissato solo un limite minimo di permanenza (forse 5, forse 10 anni) per ovvi motivi: se venisse a mancare all’improvviso l’apporto di un grosso produttore si avrebbero ripercussioni sulla possibilità di redistribuire a tutti l’energia, visto che è necessario un equilibrio fra chi produce e chi consuma.
Gli impianti devono essere di nuova installazione: sono esclusi quelli già in funzione alla data di nascita della fondazione.
Non possono partecipare alla Comunità Energetica le grandi società, ma possono finanziarla.
I limiti della comunità energetica e i dubbi
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La presentazione a Pont Canavese
Nel corso dei due incontri, ma soprattutto in quello di Castellamonte, sono emersi - grazie alle domande del pubblico – una serie di problematiche ed anche di rischi.
Bisognerà vedere innanzitutto se si raggiungerà un numero sufficiente di adesioni (ma pare che le manifestazioni d’interesse siano state già numerose) e se queste saranno ripartite in modo più o meno omogeneo fra le diverse aree della Comunità Energetica. Il territorio è infatti servito da 5 cabine primarie (ubicate a Locana, Campore di Cuorgnè, Castellamonte, Rivara e Forno) e la presenza di possibili produttori è ovviamente molto più consistente nelle zone industriali di fondovalle che in quelle montane. Bisognerebbe anche verificare (ma questo non è possibile a priori) se la rete attuale sia in grado di ricevere e redistribuire l’energia prodotta. Domanda tutt’altro che insensata in zone come quelle dell’Alto Canavese dove si verificano spesso interruzioni di corrente dovute proprio all’inadeguatezza della rete: basti pensare ai clamorosi disservizi che si ripetevano di continuo in Valle Soana qualche anno fa o ai recenti disagi nelle frazioni castellamontesi, in particolare in quella di Filia. Il sindaco di Castellamonte si è detto fiducioso sulla risoluzione dei problemi “L’ENEL ci sta lavorando attivamente già da prima dell’estate” ma è emerso un vuoto normativo che sembra non preoccupare i tecnici ma i cittadini sì: le società di distribuzione dell’energia non sono tenute a condividere le informazioni con le nascenti comunità energetiche. “Loro pianificano e fanno, non ricevono ordini dal basso” – ha detto Lanzini, il che significa che ci si deve fidare ad occhi chiusi, sperando che tutto funzioni per il meglio. Ma se uno facesse l’investimento e poi si trovasse a non poterne godere i frutti perché la rete troppo vecchia e malconcia non è in grado di ricevere l’energia prodotta dal suo impianto?
Un altro aspetto emerso vistosamente nell’incontro di Castellamonte è quello della possibile speculazione. La comunità energetica dovrebbe puntare al risparmio, non a danneggiare l’ambiente per consentire ai soliti furbi di lucrarci sopra, ma l’impressione è che potrebbe esserci qualcuno intenzionato a fare proprio questo: ad esempio costruire mega-impianti fotovoltaici su terreni fertili. Certe affermazioni infastidite sui vincoli urbanistici, sui comuni “che con i loro regolamenti bloccano le iniziative”, sui vincoli paesaggistici posti dalla Soprintendenza, dovrebbero mettere sull’avviso ma non sembra che ci si preoccupi troppo di questo. Se Brassi ha sottolineato che si punta a privilegiare le richieste riguardanti superfici già costruite (come i tetti) o compromesse (ad esempio la discarica di Vespia), l’impressione è stata che anche i tecnici ritenessero i vincoli un inutile ostacolo. È stato più rassicurante – per chi desidera effettuare un investimento onesto e per chi ha a cuore la tutela dell’ambiente – l’atteggiamento del sindaco di Castellamonte. “Tutto sta nel buonsenso” – ha detto Mazza – “Se una zona è a vocazione agricola, è evidente che lì ci sono seri dubbi su un impianto fotovoltaico. Se qualcuno volesse realizzarlo a Sant’Antonio, gli allevatori sarebbero contrari; accanto al Rio San Pietro o al Malesina lo vieterebbero i vincoli idrogeologici: a Vespia andrebbe bene”.
Interessante invece il discorso sulle possibilità di allargare la comunità e farla diventare anche Gruppo di Acquisto Solidale: “È possibile ed anzi auspicabile che in futuro lo diventi” – ha affermato Brassi.