AGGIORNAMENTI
Cerca
Lo stiletto di Clio
01 Novembre 2024 - 16:10
Nebbia al Villaggio Fiat di Settimo Torinese negli anni Ottanta del secolo scorso
«Umida, spessa, a l’è la nebia ‘d Seto. / A gava ‘1 fìà, la luce; a dà ‘d sagrin / ai grand, ai cit, a j’operai ch’a speto / ël pullman ch’a ritarda per Turin» (umida, spessa, è la nebbia di Settimo. / Toglie il fiato, la luce; provoca grattacapi / ai grandi, ai piccoli, agli operai che attendono / l’autobus che ritarda per Torino).
Intitolata «Nebia», la poesia fu pubblicata nel dicembre 1965 da un periodico cittadino. L’autore evitò di firmarla, limitandosi a una sigla, D. G. P.
Dietro le tre lettere si celava don Guglielmo Pistone, da due anni parroco di San Pietro in Vincoli. Per il pio e colto sacerdote, nato a Bra nel 1910, signorile poeta in piemontese, la nebbia rappresenta la confusione morale che caratterizza la società contemporanea e offusca le menti di «giovnòt, tòte, masnà» (giovinetti, ragazze e bambini).
«Sento ij descors che anssema a fa la gent; / sento criché: oh, che ‘d paròle storte! / che nebia s-ciassa ‘ndrinta a cole ment!» (sento i discorsi che insieme fa la gente; / sento chiudere: oh, quante parole storte! / Che nebbia fitta in quelle menti!).
Fuor di metafora, un tempo gli scolari mandavano a memoria i versi di Giosuè Carducci: «La nebbia agl’irti colli / piovigginando sale». Poi le spesse brume divennero un fenomeno raro. E i giornali non si trattennero dal lanciare angosciati allarmi. Scriveva «Avvenire» nel novembre 2007: «Una volta era un luogo comune, nebbia in Val Padana, ora rischia di suonare esotico. Perché, come l’homo padanus si è accorto da anni, e la scienza ha acclarato, qualcosa è decisamente cambiato: di nebbioni da tagliare con il coltello, anche a ridosso del Po, se ne vedono molti, ma molti meno».

Da qualche tempo, però, la nebbia è riapparsa «melanconica» a bagnare «il lastrico delle strade», per dirla col piemontese Vittorio Bersezio (1828-1900). Non una nebbia «spessa e opaca», che involge «le cose e i rumori», come quella descritta da Italo Calvino nel suo «Marcovaldo», raccolta di racconti comico-poetici: una nebbia che «spiaccicava le distanze in uno spazio senza dimensioni» e «mescolava le luci dentro il buio, trasformandole in bagliori senza forma né luogo». Ma pur sempre, quella del 2024, una nebbia «fitta ed umidiccia», come avrebbe forse osservato Bersezio. E Umberto Eco, già nel 2009, credette bene di dare alle stampe presso Einaudi, insieme a Remo Ceserani, un libro che s’intitola «Nebbia».
Com’è noto, il clima della regione fra Settimo Torinese, Chivasso e Verolengo è tipico dell’area subalpina, con inverni piuttosto accentuati. Un tempo l’intera zona era soggetta a nebbie molto fitte per lunghi periodi dell’anno. Il territorio – si evidenzia in una relazione del 1856 – è «esposto a venti freddo-umidi e soggetto ad una incostanza notabile di temperatura, a nebbie e brinate frequenti». In un ponderoso volume (poco meno di mille pagine), i climatologi Luca Mercalli e Gennaro Di Napoli rilevano che le nebbie, nella pianura attorno a Torino, sono favorite «dalle calme di vento o da deboli correnti fredde da nord o umide tra ovest e sud». Per contro, in inverno, i venti da est apportano aria fredda e secca.
Maggiormente soggette alla nebbia erano le zone «basse» del territorio di Settimo, a sud del terrazzo fluviale dove si sviluppò il borgo d’impianto storico. Fra il Po e il rio Freidano, nella campagna disseminata di casolari dei lavandai, ma anche nella frazione Mezzi, sino al 1957 unita al Comune di Gassino, i nebbioni rendevano tutto indistinto. «Nascondi le cose lontane, / tu nebbia impalpabile e scialba», cantava Giovanni Pascoli. Decisamente peggiore risultava la situazione prima del 1845, allorché fu bonificata la palude Chiomo-Pramorto che si estendeva per alcuni ettari fra il piede del terrazzo fluviale e la chiesetta campestre di San Bernardino da Siena. Ancora nel 1959, tuttavia, si scriveva che il traffico veicolare in Settimo era ostacolato, per lunghi mesi, dalle «nebbie basse e dense».
Per Edmondo De Amicis, la nebbia invernale di Torino aveva «un sapore irritante, quasi di bruciaticcio». Ma qualcuno non è d’accordo. «La nebbia – osserva Umberto Eco – è buona e ripaga fedelmente chi la conosce e la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve, calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso, ma anche dall’alto, non la insudici, ti scivola affettuosa d’intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento, punzecchiandoti il collo; ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all’improvviso di fronte delle figure forse reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla».
Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.