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Lo stiletto di Clio

Il ritorno della nebbia

Un viaggio nella storia, tra versi poetici e atmosfere subalpine, per riscoprire il fascino perduto della nebbia che avvolge Settimo Torinese

Nebbia al Villaggio Fiat di Settimo Torinese negli anni Ottanta del secolo scorso

Nebbia al Villaggio Fiat di Settimo Torinese negli anni Ottanta del secolo scorso

«Umida, spessa, a l’è la nebia ‘d Seto. / A gava ‘1 fìà, la luce; a dà ‘d sagrin / ai grand, ai cit, a j’operai ch’a speto / ël pullman ch’a ritarda per Turin» (umida, spessa, è la nebbia di Settimo. / Toglie il fiato, la luce; provoca grattacapi / ai grandi, ai piccoli, agli operai che attendono / l’autobus che ritarda per Torino).

Intitolata «Nebia», la poesia fu pubblicata nel dicembre 1965 da un periodico cittadino. L’autore evitò di firmarla, limitandosi a una sigla, D. G. P.

Dietro le tre lettere si celava don Guglielmo Pistone, da due anni parroco di San Pietro in Vincoli. Per il pio e colto sacerdote, nato a Bra nel 1910, signorile poeta in piemontese, la nebbia rappresenta la confusione morale che caratterizza la società contemporanea e offusca le menti di «giovnòt, tòte, masnà» (giovinetti, ragazze e bambini).

«Sento ij descors che anssema a fa la gent; / sento criché: oh, che ‘d paròle storte! / che nebia s-ciassa ‘ndrinta a cole ment!» (sento i discorsi che insieme fa la gente; / sento chiudere: oh, quante parole storte! / Che nebbia fitta in quelle menti!).

Fuor di metafora, un tempo gli scolari mandavano a memoria i versi di Giosuè Carducci: «La nebbia agl’irti colli / piovigginando sale». Poi le spesse brume divennero un fenomeno raro. E i giornali non si trattennero dal lanciare angosciati allarmi. Scriveva «Avvenire» nel novembre 2007: «Una volta era un luogo comune, nebbia in Val Padana, ora rischia di suonare esotico. Perché, come l’homo padanus si è accorto da anni, e la scienza ha acclarato, qualcosa è decisamente cambiato: di nebbioni da tagliare con il coltello, anche a ridosso del Po, se ne vedono molti, ma molti meno».

Nebbia nella campagna brulla

Da qualche tempo, però, la nebbia è riapparsa «melanconica» a bagnare «il lastrico delle strade», per dirla col piemontese Vittorio Bersezio (1828-1900). Non una nebbia «spessa e opaca», che involge «le cose e i rumori», come quella descritta da Italo Calvino nel suo «Marcovaldo», raccolta di racconti comico-poetici: una nebbia che «spiaccicava le distanze in uno spazio senza dimensioni» e «mescolava le luci dentro il buio, trasformandole in bagliori senza forma né luogo». Ma pur sempre, quella del 2024, una nebbia «fitta ed umidiccia», come avrebbe forse osservato Bersezio. E Umberto Eco, già nel 2009, credette bene di dare alle stampe presso Einaudi, insieme a Remo Ceserani, un libro che s’intitola «Nebbia».

Com’è noto, il clima della regione fra Settimo Torinese, Chivasso e Verolengo è tipico dell’area subalpina, con inverni piuttosto accentuati. Un tempo l’intera zona era soggetta a nebbie molto fitte per lunghi periodi dell’anno. Il territorio – si evidenzia in una relazione del 1856 – è «esposto a venti freddo-umidi e soggetto ad una incostanza notabile di temperatura, a nebbie e brinate frequenti». In un ponderoso volume (poco meno di mille pagine), i climatologi Luca Mercalli e Gennaro Di Napoli rilevano che le nebbie, nella pianura attorno a Torino, sono favorite «dalle calme di vento o da deboli correnti fredde da nord o umide tra ovest e sud». Per contro, in inverno, i venti da est apportano aria fredda e secca.

Maggiormente soggette alla nebbia erano le zone «basse» del territorio di Settimo, a sud del terrazzo fluviale dove si sviluppò il borgo d’impianto storico. Fra il Po e il rio Freidano, nella campagna disseminata di casolari dei lavandai, ma anche nella frazione Mezzi, sino al 1957 unita al Comune di Gassino, i nebbioni rendevano tutto indistinto. «Nascondi le cose lontane, / tu nebbia impalpabile e scialba», cantava Giovanni Pascoli. Decisamente peggiore risultava la situazione prima del 1845, allorché fu bonificata la palude Chiomo-Pramorto che si estendeva per alcuni ettari fra il piede del terrazzo fluviale e la chiesetta campestre di San Bernardino da Siena. Ancora nel 1959, tuttavia, si scriveva che il traffico veicolare in Settimo era ostacolato, per lunghi mesi, dalle «nebbie basse e dense».

Per Edmondo De Amicis, la nebbia invernale di Torino aveva «un sapore irritante, quasi di bruciaticcio». Ma qualcuno non è d’accordo. «La nebbia – osserva Umberto Eco – è buona e ripaga fedelmente chi la conosce e la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve, calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso, ma anche dall’alto, non la insudici, ti scivola affettuosa d’intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento, punzecchiandoti il collo; ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all’improvviso di fronte delle figure forse reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla».

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