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Carcere di Ivrea
18 Ottobre 2024 - 16:03
Cani? No, grazie! Ma se si tratta di gatti... perché no? È questa la curiosa vicenda che anima la Casa Circondariale di Ivrea, dove la gestione degli animali tra le mura carcerarie sta facendo più rumore delle serrature. Il sindacato Osapp(Organizzazione Sindacale Autonoma di Polizia Penitenziaria) è sul piede di guerra contro l’iniziativa che consente ai detenuti di ricevere visite accompagnati dai loro cani, previa richiesta formale. A dirlo, senza mezzi termini, è il segretario generale Leo Beneduci, che ha messo nero su bianco tutte le sue obiezioni in una lettera destinata al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), Giovanni Russo, e al Provveditore Regionale di Torino, Mario Antonio Galati.
La misura, introdotta il 26 settembre, non ha tardato a suscitare reazioni polemiche, e l’Osapp non le manda certo a dire: “È una scelta che va valutata con maggiore attenzione per l’impatto che potrebbe avere sulla protezione della struttura e sulla tutela della salute del personale”, si legge nella missiva, che ha raggiunto anche il Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove.

In parole povere, secondo il sindacato, i cani in carcere non ci dovrebbero proprio entrare, perché la loro presenza complica la vita a tutti. L’Osapp non ha tempo per i sentimenti: “La presenza di cani nei colloqui crea complessità logistiche e operative”, dice senza fronzoli. D’altronde, chi non vedrebbe un guinzaglio come un potenziale veicolo di contrabbando? E i timori non si fermano qui. “Esiste il timore che la presenza di cani possa facilitare il tentativo di introdurre all’interno della struttura oggetti non consentiti o sostanze illecite”, prosegue il sindacato, che lascia poco spazio all’immaginazione.
Come dire: tra un collare e una coda scodinzolante, potrebbero nascondersi ben più che semplici affetti. E così, la richiesta dell’Osapp è netta: sospendere la misura e ripensare le modalità di accesso degli animali ai colloqui.
Ma mentre l’Osapp brandisce la sua opposizione come un bastone ben saldo, c'è un’altra iniziativa che fa capolino tra le mura del carcere di Ivrea, e questa volta gli animali protagonisti sono i gatti.
Sì, perché il Comune di Ivrea ha inserito la casa circondariale in un progetto sulla gestione e il controllo della popolazione felina. Il nome è già un programma: “Gatti Galeotti”. L'idea è di trasformare alcuni di questi mici in compagni di cella dei detenuti, offrendo un po’ di conforto con un tocco di tenerezza. Una sorta di pet therapy in versione carceraria, dove le fusa diventano l’eco di un sollievo per chi vive dietro le sbarre.
Ma attenzione, il progetto “Gatti Galeotti” non ha la pretesa di essere una passeggiata nel parco: anche qui si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la necessità di sicurezza e la volontà di umanizzare le condizioni di detenzione.
Del resto, se i cani sono banditi, i gatti sembrano aver trovato un modo per infilarsi dalla porta di servizio. Eppure, anche questa iniziativa potrebbe far storcere il naso a chi, come l’Osapp, ritiene che il carcere non sia un posto per animali, di qualsiasi specie essi siano.

Dalle obiezioni sui cani alle preoccupazioni sanitarie, il sindacato non lascia spazio all’improvvisazione. “Nelle strutture pubbliche, la presenza di cani è regolata da polizze assicurative e rigorosi standard igienici, qui difficili da applicare”, avverte la nota.
Insomma, tra allergie, morsi e imprevisti, il sindacato teme che la vita dietro le sbarre diventi un po’ troppo movimentata. Per non parlare della mancanza di addestramento del personale penitenziario nella gestione degli animali: “Il personale non è preparato a fronteggiare queste dinamiche, il che compromette la sicurezza”, insiste l’Osapp.
Eppure, c’è chi intravede nei cani un’occasione per avvicinare i detenuti a un legame diverso, capace di rompere la monotonia della vita carceraria. Un progetto che punta a creare un ponte tra il mondo esterno e quello interno. Ma è davvero così facile addomesticare le dinamiche della vita dietro le sbarre?
Il sindacato non sembra convinto, e anzi, lancia un monito: la convivenza tra uomini e animali in carcere rischia di trasformarsi in un problema in più per una struttura già sottoposta a pressioni enormi. C’è poi il rischio di creare un’ulteriore disparità tra i detenuti, dato che non tutti hanno un animale da portare in visita. “Questo potrebbe generare tensioni tra i detenuti, compromettendo l’armonia della struttura”, sottolinea l’Osapp. Insomma, la misura rischia di creare più guai che benefici, almeno secondo il punto di vista del sindacato.
“Ci aspettiamo che la nostra segnalazione non venga ignorata, come spesso accade, ma trattata con la serietà che merita”, conclude la lettera dell’Osapp, lasciando intendere che la battaglia sui diritti (e sui doveri) degli animali in carcere è solo agli inizi. E nel frattempo, tra un cane che vorrebbe entrare e un gatto che già si fa strada, il dibattito si accende.
Da un lato, chi vede nei cani un’occasione di terapia e miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti. Dall’altro, chi non si fida neanche di un pelo e teme che la gestione della sicurezza possa trasformarsi in una corsa ad ostacoli. Forse l’unica certezza è che il carcere di Ivrea, tra pet therapy e polemiche, continuerà a restare sotto i riflettori. Resta da vedere chi, tra cani e gatti, riuscirà a guadagnarsi un posto nella vita dei detenuti. E, soprattutto, se la sicurezza saprà fare le fusa... o continuare ad abbaiare.
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