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Pagine di storia

Telefoni militari, radio proibite e segreti di guerra: quei terribili ragazzi di Azeglio

Un lavoro di Fabrizio Dassano per la rivista Canavèis dell'editore Baima e Ronchetti

Enzo Benedetto nel suo studio, ricco di apparecchiature, ad Azeglio

Enzo Benedetto nel suo studio, ricco di apparecchiature, ad Azeglio.

Dell’occupazione di Azeglio e delle rive del lago di Viverone nel maggio 1945 da parte del corpo d’armata tedesco in ritirata, trattiamo a pag. 113, con l’aiuto di Enzo Benedetto, testimone di quei momenti. Negli ultimi giorni di guerra, Enzo e altri ragazzi del paese, diedero vita alla CAR. Quella che segue è la loro storia.

 

* * *

Una vicenda a suo modo straordinaria, che si sarebbe fissata in maniera indelebile nella loro memoria di inconsueti cultori e appassionati di elettrotecnica e radiotrasmissioni. Pur nella drammaticità di quelle ore, la spensieratezza e la leggerezza dell’età, permise loro di approfittare della situazione: si accaparrarono delle apparecchiature da campo abbandonate dai militari in fuga, dei cavi telefonici e di altri dispositivi di trasmissione. Una vera e propria miniera. E non poteva essere diversamente per i ragazzi della C.A.R., la Consociazione Azegliese Radiotecnici.

 

Quei telefoni da campo…

Enzo Benedetto, classe 1927, tecnico specializzato, oggi pensionato della Olivetti di Ivrea, mi riceve nel suo bel giardino della sua casa di Azeglio in un giorno verso la prima metà di ottobre, un giardino rivestito dei colori d’autunno ancora caldo. Sul tavolino rotondo dispone un telefono da campo tedesco in bakelite, perfettamente funzionante. Sembra appena uscito dalla fabbrica, eppure i marchi di accettazione del Terzo Reich sono inconfondibili. Con una manovella che agisce su un rocchetto di Rumkoff, lo carica, poi crea un ponte tra due poli, simulando il secondo telefono e questo si mette a suonare. Alzando la cornetta, la comunicazione telefonica è stabilita. Dopo quasi 70 anni l’apparecchio funziona perfettamente.

Racconta Enzo: «Questi telefoni funzionano piantando un picchetto a terra, ad un capo e all’altro un filo va collegato ad ogni apparecchio analogo. Si crea una rete che li collega tutti insieme: proprio in quella notte tra il 4 e il 5 maggio 1945 li vedemmo installare così dalle truppe tedesche che realizzarono una vera e propria linea telefonica che serviva tutte le case che stavano occupando, senza tanti complimenti, ad Azeglio. Così restavano in contatto telefonico fra di loro».

Il gruppetto di ragazzi, appena i tedeschi lasciarono Azeglio ormai alla fine di maggio, si dotarono dei tanto desiderati telefoni da campo e, compreso il sistema, si installarono ognuno un telefono in casa utilizzando la loro rete personale.

Ma non potendo stendere i cavi tra una casa e l’altra, o dovendo attraversare la pubblica via, studiarono una variante, nota come «onde convogliate».

«Un capo del telefono andava sempre messo a terra, e l’altro capo lo collegammo al filo di neutro della rete della luce elettrica di casa e quindi del paese. L’unico neo era il disturbo perché nell’ascolto c’era sempre il ronzio provocato dalla corrente alternata a 50 Hz. Allora avevo 17 anni e fu comunque un bel successo per noi. Avevamo costituito una società di ragazzi con tanto di timbri! Due avevano 19 anni, gli altri erano più giovani. Le comunicazioni – non potendo fare la chiamata e selezionare – avvenivano così: ci davamo l’appuntamento per l’ora prestabilita, e controllando l’orologio, il primo si metteva a parlare e tutti ascoltavamo. Quindi tutti rispondevamo contemporaneamente, un caos: “State zitti che parlo io!”. “Cosa hai detto? Non si capisce niente, ripeti!”».

Un gioco molto divertente per quei tempi in cui la tecnologia era ancora qualcosa di quasi fantascientifico. Prima del 25 luglio con la caduta di Mussolini, Enzo non aveva ancora compiuto i 18 anni e si trovava, per un solo anno, al di fuori della temuta chiamata alle armi, in un momento in cui la percezione della disfatta militare si faceva strada tra tutte le persone.

«All’inizio della guerra la propaganda ci aveva infatuati quasi tutti. Fin dalle elementari ero stato “indrottinato” dalla propaganda. Solo qualche anziano, o qualche vecchio socialista, restavano da sempre le uniche voci di dissenso in paese. Molti giovani erano sparsi sui vari fronti, dalla Russia all’Africa e nei Balcani. Si capiva che le cose andavano male militarmente e in pochissimo tempo maturò, quasi a livello generale, il desiderio di chiudere con il fascismo. Dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, malgrado l’ordine di Badoglio che diceva che la guerra sarebbe continuata, di fatto si pensava di essere all’inizio della fine. Nei giorni dell’armistizio, continuavo ogni giorno in bicicletta ad andare alla scuola a Ivrea. Frequentavo la scuola professionale triennale della Zanzi».

Enzo vi era entrato nell’anno scolastico 1940-41 perché non aveva ancora compiuto i 14 anni, e per la giovane età la Olivetti non poteva ancora assumerlo.

Le Officine Meccaniche Zanzi erano sorte a Ivrea nel 1927, realizzavano e realizzano tuttora, componenti di precisione per motori a scoppio. In quei tempi era rinomata per la produzione delle valvole di aspirazione e compressione, di acciaio al sodio, per motori di elevata potenza come quelli aeronautici. In questi viaggi quotidiani in bicicletta, da Azeglio a Ivrea e ritorno, vide i soldati che abbandonavano le caserme della città e si mettevano in cammino su ogni strada per tornare nelle proprie abitazioni.

Azeglio in una vecchia immagine.

L’esercito, con la fuga del re da Roma, si stava squagliando come neve al sole: «Un mattino ricordo che dalle finestre della grande caserma Freguglia (poi rasa al suolo nel dopoguerra per far posto alla piazza) i soldati dalle finestre si calavano su un tettuccio basso addossato alla medesima e poi da lì si calavano scendendo in strada e sparivano».

Poco tempo dopo iniziò il terrore. I tedeschi, assunto il completo controllo del territorio, deportavano in Germania i soldati italiani catturati, come I.M.I. (Internato Militare Italiano), poi con la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana, fascisti e tedeschi iniziarono i rastrellamenti per catturare tutti quelli che non avevano risposto ai bandi d’arruolamento della R.S.I. (i famigerati «bandi Graziani») e si erano dati alla macchia come partigiani o che senza scegliere nessuna parte, restavano nascosti in casa, e nelle campagne in caso di pericolo.

«Qui ad Azeglio mi ricordo di due o tre rastrellamenti. Uno particolarmente feroce che costò la vita a tre ostaggi di Settimo Rottaro. Dopo il rastrellamento presero 15 ostaggi, tra cui il macellaio, il parroco e addirittura il Commissario del Comune, iscritto al partito fascista repubblicano e tutti vennero percossi a lungo. Ma i tre di Settimo Rottaro vennero portati a Lace e fucilati. Appena si sapeva che colonne di soldati si avvicinavano, si cercava di avvisare tutti con il passa parola. Mia madre in una di queste occasioni era andata ad avvisare dei parenti vicini di casa, perché avevano un apparecchio radiofonico in casa, ma venne bloccata in strada da un “repubblichino” che la bloccò e la strattonò prima di lasciarla andare. Camminando velocemente, lo aveva insospettito. Riuscì a scamparla raccontando una scusa credibile. Sotto la Repubblica Sociale Italiana e fino alla fine del mese di maggio del 1945 fu veramente difficile la vita qui».

 

«Qui Radio Londra».

Con il terrore, la fobia di quei tempi, la cappa oppressiva dell’occupazione tedesca e lo spettro della Repubblica Sociale che gravava su tutto e tutti, venne l’impellente necessità, pur conoscendone i rischi, di ascoltare ciò che succedeva nel mondo libero.

Così nacque la voglia pazza di sintonizzarsi con la proibita stazione radiofonica della British Broadcasting Corporation, la B.B.C. e in particolare con il programma in lingua italiana Radio Londra, condotto dall’allora famoso «Colonnello Buonasera», il Colonnello Harold Stevens, un ufficiale britannico vissuto a Roma, che ostentando calma, tranquillità, buon senso e razionalità, ben presto si conquistò un folto pubblico clandestino in Italia, probabilmente un pubblico ormai stanco delle notizie «urlate» del regime.

Il tutto era arricchito da una serie di messaggi in codice, alquanto misteriosi (come le attualissime trasmissioni dalle «stazioni dei numeri» in onde corte), destinati ai partigiani del nord Italia. In realtà la B.B.C. aveva iniziato le trasmissioni in lingua italiana già dalla crisi di Monaco del 1938, per arrivare a ben quattro ore e un quarto di trasmissione giornaliere in italiano nel 1943. Giova anche ricordare che le trasmissioni in onde medie e corte della B.B.C. vennero effettuate in tutte le lingue dell’Europa occupata dai nazisti. Quelle in lingua italiana cessarono soltanto il 31 dicembre 1981, con uno strascico di numerose proteste e polemiche per l’interruzione del servizio. Si stimava che ancora 100mila ascoltatori italiani avessero mantenuto l’abitudine nata con la guerra.

«A casa mia avevamo installato il Quartier Generale della nostra Consociazione Azegliese Radiotecnici, – spiega Enzo –: ci mettemmo a lavorare con il massimo impegno e grazie alla condivisione delle informazioni, conoscenze e capacità che ognuno di noi aveva, grazie anche alla possibilità di acquistare alcuni componenti essenziali, riuscimmo a costruire una radio a galena e – mi sembra incredibile oggi – ma riuscivamo ad ascoltare regolarmente in cuffia Radio Londra con quell’apparecchio autocostruito che ancora oggi conservo.

Il rischio della fucilazione o della deportazione non bastava per impedirci l’ascolto che ci permetteva di capire come stavano le cose e di come gli americani si stavano muovendo per risalire l’Italia occupata. Non dimentichiamo che i due consoci più anziani di fatto erano anche dei renitenti alla leva per non essersi presentati sotto le armi della Repubblica secondo il bando Graziani e non erano fuggiti con i partigiani: vivevano nascosti in paese e così ci frequentavamo continuamente. Anche noi ormai eravamo tutti in età per essere deportati in Germania, se scoperti con le nostre apparecchiature clandestine d’ascolto.

Mi ricordo che ogni tanto interrompevano la trasmissione per dare i “messaggi speciali” che erano incomprensibili per noi: Felice non è felice. Me ne ricordo uno in particolare che diceva così: Per la Franchi: il cielo si sta rannuvolando (1). La radio era “nascosta” in casa dentro ad un armadio: avevo installato anche un’antenna molto vistosa, anche se non serviva ad un granché. Mi ricordo che mi presi una grande strigliata dai miei genitori per questo fatto.

Io ero a scuola a Ivrea e nella mattinata c’era stato un sopralluogo dei tedeschi e dei repubblichini. Poco prima che arrivassero, mia mamma disperata con l’aiuto dei vicini, si era messa a smontarla in fretta e furia e a nasconderla. Non capitò nulla, ma quando arrivai a casa… mi presi una strigliata memorabile. Capii allora che il rischio era troppo elevato e l’antenna non serviva, così non la rimontai mai più».

 

Una missione partigiana per la «radio rurale».

Immaginate di ascoltare una radio portatile senza batterie! Sembrerebbe impossibile, eppure la peculiarità della radio a galena è che non necessita di alimentazione elettrica (2), di nessuna batteria o altra fonte di energia elettrica, in quanto è uno strumento passivo: il segnale radio è abbastanza potente da creare una piccola corrente elettrica che permette così l’ascolto della trasmissione, non certamente con un altoparlante, ma con le cuffie o un’auricolare. «Per evitare l’antenna esterna visibile, peraltro di scarsa efficienza, studiammo allora un altro sistema per creare una grandissima antenna, costituita da tutti i fili della rete elettrica di Azeglio! (Almeno fino alla cabina elettrica di trasformazione, perché un trasformatore, di fatto, è un’interruzione della continuità metallica di una linea elettrica). Applicammo un condensatore da 10 nF all’uscita dell’antenna della galena, direttamente al neutro della linea della luce elettrica di casa, esattamente come avremmo fatto più tardi con i telefoni da campo abbandonati dai tedeschi. Ci fu un sensibile guadagno nell’ascolto. Questo sistema rimase comunemente in uso fino all’avvento della modulazione di frequenza, ma all’epoca dello onde medie e lunghe (oggi praticamente scomparse) gli apparecchi avevano la possibilità di essere collegati a quella che allora si chiamava la “terra”, cioè allora alla rete elettrica che diventava un’antenna».

L’organizzazione dei ragazzi era – nei limiti della clandestinità – conosciuta anche dai partigiani della zona. Infatti nel primo periodo, un partigiano si presentò a loro per affidargli un delicato incarico «tecnico-politico» riguardante l’eliminazione dei simboli fascisti, la defascistizzazione di ogni oggetto, manifesto e manufatto, nella fattispecie il simbolo del fascio littorio. Ovviamente, per l’organizzazione non poteva che essere prevista un’azione nei confronti di un apparecchio radiofonico: «Ci spiegò che nelle scuole, compresa la nostra di Azeglio, il regime aveva fornito un apparecchio radiofonico, noto come “radio rurale”: dovevamo togliere la mascherina dell’altoparlante che raffigurava due fasci littori. Ma lasciare il cono dell’altoparlante senza protezione. Era un rischio, perché senza protezione della mascherina era facile finire con le dita sopra la membrana dell’altoparlante e romperla. Il nostro gruppo si prese così carico dell’operazione: smontammo la mascherina, la portammo al nostro Quartier Generale e con l’ausilio di un seghetto tagliammo le scuri dei due fasci littori. Siccome erano abbastanza stilizzati, i due fasci senza le scuri erano solo due lamine verticali in lamierino che proteggevano l’altoparlante. Così rimontammo la mascherina defascistizzata. Fu l’unica “azione di guerra” che compimmo con la nostra “organizzazione”».

 

Il materiale abbandonato.

La Wehrmacht ma anche lʼU.S. Army abbandonano sul posto qualsiasi materiale, poi recuperato e venduto dai centri nati dall’Azienda Rilievo Alienazione Residuati (A.R.A.R.).

«Aurelio, mio futuro cognato, faceva parte della nostra sezione meccanica e aveva pensato lui a fare il nostro timbro. Perché c’erano due sezioni, i meccanici e gli elettromeccanici. “Elettronica” era una parola che non esisteva ancora nei tempi di guerra. Aurelio aveva a che fare con le officine Olivetti che si occupavano di fusioni di allumino. Fece anche fare dei distintivi con la sigla: “BE.BO.CAR.” Lui come me si chiamava Benedetto e la prima parte della sigla “Be.” stava ad indicare che del gruppo era lui il “numero uno” per la meccanica. “Bo”, stava per Bogatto, Paolo, scomparso recentemente e che si era poi trasferito a Pollone, vicino a Biella. E poi “CAR”, cioè noi della “Consociazione Azegliese Radiotecnici” di cui facevo parte io con Ugo Angela (forse ancora parente con il noto divulgatore scientifico Piero Angela), poi Alessio Perotto, originario di Santhià, lo stesso paese da cui veniva l’ingegner Giorgio Perotto che costruì per l’Olivetti il primo computer da tavolo “Programma 101” (che prese il nome di Perottina) e poi c’era il più anziano di noi, Clemente Gallizio, detto “Ment” appassionato di questioni elettromeccaniche, fotografo e proiezionista presso il cinematografo parrocchiale di Azeglio. Ugo Angela era anche il suo aiutante».

La «meglio gioventù» tecnologica si trovava in un paese a vocazione eminentemente agricola, e fantasiosamente artigiana per un reddito sussidiario ricavato dalla costruzione e dalla vendita delle sedie impagliate e dalla bachicoltura, ma anche vicino alla città della Olivetti e alla sua cultura delle «nuove tecnologie» importate da Camillo Olivetti alla fine dell’Ottocento con la realizzazione della C.G.S. una piccola industria che produceva svariati strumenti di misurazione elettrica. Ad Azeglio questo gruppo di ragazzi, che non poteva fare a meno di frequentarsi per alimentare e crescere le propria comune passione, incarnò la svolta che caratterizzò il Novecento.

«Ci trovavamo praticamente tutte le sere dopo le 20, o per ascoltare Radio Londra o per qualsiasi altra questione. Inoltre insieme a Ugo Angela facevo già delle piccole riparazioni alle radio per chi ne aveva bisogno, quindi ogni giorno eravamo a stretto contatto, anche perché lui aveva già un po’ più d’esperienza».

Un altro radiotecnico e radioamatore, che poi farà carriera alla RAI, era Angelo Formia, fratello del preside del Liceo Botta di Ivrea.

«In quei tempi di estreme ristrettezze, si cercava anche di fare qualche piccola speculazione: Angelo in uno di quei depositi A.R.A.R. aveva trovato degli ottimi trasmettitori e aveva acquistato per poco un ricevitore militare di elevate prestazioni. Il suo progetto era quello di smontare gli schermi delle valvole che dovevano essere d’argento e sostituirli con degli schermi di rame e tenere l’apparecchiatura funzionante comunque, vendendosi l’argento. Ma una volta aperto l’apparecchio scoprì, con molta delusione, che gli schermi erano argentati, non di argento pieno, ma di rame ricoperto da un sottilissimo strato d’argento!»

Si alza un’arietta fresca in giardino e allora il signor Enzo Benedetto mi accompagna nel suo laboratorio in casa. Un tuffo nella storia, tra apparecchiature, valvole di ricambio e radio di ogni tipo ed epoca, un banco con una lampada, su una mensola la cassettina di legno della vecchia radio a galena che costruirono da ragazzini nei tempi di guerra, un cristallo di galena ancora funzionante, il timbro della Consociazione Azegliese Radiotecnici. Una grande passione di una vita che dura ancora oggi.

  

Note.

 

  1. L’organizzazione Franchi, sostenuta dall’Intelligence britannico, era nata intorno alla figura del conte Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ponzone, (nome di battaglia «Comandante Franchi») nato a Camandona (Biella), il 29 dicembre 1915 e scomparso il 5 agosto 2000 a Torino.
  2. Per saperne di più, si veda il riquadro a pag. 94.

 

Lo schema della radio a galena

 radio a galena

La radio a galena è un ricevitore passivo che non necessita di alimentazione elettrica. Riceve le trasmissioni da una stazione radio. Le stazioni radio convertono il suono in onde radio (onde elettromagnetiche) che si propagano nell’etere. Tali onde attraversano in continuazione l’antenna della radio a galena.

Le onde radio fanno sì che l’elettricità fluisca tra il cavo dell’antenna e quello di messa a terra. La radio a galena usa un sintonizzatore per regolare le proprie caratteristiche, in modo da captare una sola stazione.

Il sintonizzatore può essere un semplice induttore a scorrimento che risuona mutando le proprie caratteristiche, che si comporta quindi anche da condensatore, formando un circuito risonante parallelo. Un rivelatore successivamente estrae l’informazione utile (il segnale sonoro) dall’onda portante (segnale ricevuto).

Il segnale sonoro è ascoltabile in cuffia. Il rivelatore consiste in un cristallo di galena (solfuro di piombo), da cui il nome, posto in un apposito tubetto di vetro; un piccolo filo metallico terminante a punta viene posto a contatto col cristallo (baffo di gatto), costituendo così un diodo. È noto infatti che alcuni cristalli (come appunto il solfuro di piombo) presentano tale proprietà; il verso del diodo così costituito però non è fissato e inoltre è necessario periodicamente spostare il punto di contatto perché disgregazione del cristallo ed ossidazione, mutano le caratteristiche del contatto. Tutto ciò costituiva un sistema per realizzare un diodo in modo molto economico. È curioso notare come uno sviluppo artigianale della radio a galena ebbe una grande diffusione, nel medesimo periodo dei fatti qui narrati, tra i soldati americani bloccati a sud di Roma dopo lo sbarco di Anzio e Nettuno del 1943.

L’uso delle radio personali, già diffuse tra i soldati americani, venne severamente proibito perché i tedeschi erano in grado di localizzare con precisione quei soldati con i loro radiogoniometri ed ucciderli a colpo sicuro. Allora con mezzi di fortuna scoprirono che si poteva assemblare una radio a galena con una bobina in fil di ferro di recupero, una lametta da barba arrugginita ed una mina di matita come diodo, senza timore di essere rilevati dai radiogoniometri tedeschi. Facendo scorrere la grafite (sfiorando quindi) dai punti meno arrugginiti a quelli più ossidati, formavano quel che si chiama un diodo a punto di contatto, e in tal modo si poteva sentire il segnale  «rettificato» negli auricolari della radio a galena di fortuna.

Fu indubbiamente un’idea di grande successo, prontamente estesa dapprima ad ogni fronte in cui operassero gli Alleati, e da lì a poco pure alla società civile, così come si racconta nel presente articolo, radicandosi saldamente nella cosiddetta «cultura popolare».

Questi congegni furono battezzati foxhole receivers (radio da trincea) dalla stampa popolare. Il sistema ebbe molto successo e si diffuse a tutti gli altri fronti di guerra.

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