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14 Ottobre 2024 - 11:04
Wanda Gamarra, insegnante di scuola di montagna
Com’erano le scuole di montagna nell’Ottocento o agli inizi del Novecento? E’ abbastanza facile immaginarlo. Com’erano invece cinquant’anni fa, dopo il boom economico e l’arrivo del benessere? Erano pressapoco le stesse! Qualcuno lo sa, molti altri restano a bocca aperta quando ascoltano i racconti di chi ha vissuto di persona quell’esperienza.
Cosa significasse fare l’insegnante in simili contesti lo hanno appreso i partecipanti alla cerimonia di consegna del Premio “Bugia Nen”, grazie alla video-intervista di una maestra pontese. Wanda Gamarra, come tante sue colleghe, iniziò la carriera proprio in una scuola di borgata, poi insegnò a Ceresole per approdare infine a Pont.
Così inizia il suo racconto: “Era l’anno 1969-70 ed ero al primo incarico. Si trattava della scuola di Guaria, una borgata di Ronco. Non c’era la strada ma solo un sentiero molto stretto e rientravo a casa il sabato pomeriggio per poi tornare su il lunedì mattina. Avevo due allievi: un maschio che frequentava la terza classe ed una bambina che era in prima. Il bimbo era timido ed introverso, la bimba un peperino: ogni tanto spariva, faceva un salto fino a casa e tornava in classe. Col tempo imparò a chiedermi il permesso di uscire e glielo concedevo. Inizialmente le lezioni si tenevano al mattino dal lunedì al sabato, poi pensai fosse meglio un rientro pomeridiano di due ore (dalle 14 alle 16) in modo da avere il sabato libero. Era un vantaggio anche per i miei alunni perché in quelle due ore, oltre a qualche ripasso, facevo fare loro i compiti. A casa difficilmente li avrebbero svolti, soprattutto il maschio, che abitava in un gruppo di abitazioni assai isolate e che aveva dei genitori molto impegnati nel lavoro: pensate che non ho mai conosciuto sua madre…”
Com’era la vita nella borgata? “Guaria è situata <all’inverso> come si dice in dialetto ed ha pertanto una pessima esposizione. Da novembre fino a marzo-aprile il sole non lo vedevamo e quando tornava si faceva festa. Per l’occasione la mamma della mia allieva preparava una polenta speciale, detta <polenta reale>”.
Se il contesto non era dei più esaltanti, meno ancora lo era la sua abitazione. “Vivevo dentro la scuola: aula ed alloggio erano un tutt’uno. C’era uno stanzone, che avevo diviso con un tramezzo: da un lato il letto, il tavolo, un fornello a gas; dall’altro i banchi di scuola. Il cibo me lo portavo da casa, trasportandolo nello zaino, perché non c’erano negozi”.
Ceresole, in confronto, offriva una sistemazione lussuosa: ci si arrivava con la strada e la maestra aveva una stanza tutta sua sopra l’aula scolastica. Il problema erano i mezzi di trasporto visto che gli orari dei pullman erano basati su chi scendeva a valle per lavorare o studiare e non viveceversa. C’era naturalmente anche il problema dell’altitudine. Ecco come la maestra Wanda visse quel periodo: “Era il febbraio del ’74 quando mi venne offerta la supplenza: visto che eravamo a metà dell’anno scolastico non pensavo mi sarebbe più capitato di lavorare ed ero pure incinta. Calcolando che l’inverno si avvicinava alla fine accettai, prevedendo che di grandi nevicate non ce ne sarebbero state più. Quell’anno, da febbraio in poi, caddero 7 metri di neve: sette! Una sera cominciò a nevischiare, nevicò il giorno dopo e quelli successivi: dal venerdì al mercoledì mattina. Rimanemmo isolati, i rifornimenti arrivavano con l’elicottero e non potevo nemmeno telefonare a casa perché il telefono non funzionava più. Camosci e stambecchi si spingevano fin nel centro del paese per raschiare quel poco di licheni che riuscivano a trovare. Quando smise di nevicare, organizzammo una passeggiata con i bambini e le loro mamme: per poco non fummo travolti da una valanga”.
E’ stata una manifestazione alquanto interessante quella tenutasi nel pomeriggio di sabato 12 ottobre a Cuorgnè per la consegna del Premio “Bugia Nen dell’Anno” assegnato dallo SPI CGIL- Lega 33 dell’Alto Canavese. Il riconoscimento – un’opera in ceramica realizzata dall’artista Maria Teresa Rosa - è stato conferito a tre associazioni culturali operanti sul territorio: TERRA MIA che ha sede a Castellamonte, PIETRA su PIETRA a Frassinetto, AMICI della MONTAGNA a Castelnuovo Nigra. La scelta del Sindacato Pensionati CGIL è stata fatta con un preciso obiettivo: valorizzare il lavoro – spesso silenzioso e dietro le quinte – che queste associazioni svolgono in favore dei piccoli centri montani, ai quali lo SPI sta rivolgendo da qualche tempo una particolare attenzione.

Gli Amici della Montagna
“Premiare le eccellenze del territorio - ha spiegato la Responsabile della CGIL Alto Canavese Angelica Liotine – è uno dei nostri compiti. Il sindacato è aggregazione ed anche queste associazioni, che valorizzano la montagna ed il suo patrimonio storico ed ambientale, creano aggregazione, contrastando il male dell’individualismo imperante. Oggi l’Io prevale sempre sul Noi: lo vediamo sui luoghi di lavoro, nelle famiglie, persino nel sindacato. E’ sempre più difficile portare la gente alle manifestazioni ma se non si agisce uniti non si ottiene nulla”.
Concetti ribaditi da Mario Borgna dello SPI Piemonte: “Cosa c’entra il sindacato con le associazioni? Il sindacato fa parte della società e si occupa dei suoi problemi. Chi più di noi ha il dovere di riportare l’attenzione sul passato? Senza il passato non c’è presente né futuro. Bisogna saper individuare e far conoscere le eccellenze dei propri territori”. Illuminante l’esempio che ha citato: ”Sono di Cuneo ed ho frequentato le scuole superiori insieme a Carlin Petrini. Grazie a lui tutti conoscono i prodotti della mia provincia, che gliene è grata”.

Il gruppo di Pietra su Pietra
L’importanza dell’agire insieme non riguarda solo i cittadini ma le stesse istituzioni: <fare rete> è essenziale. Lo ha detto Giovanna Cresto, sindaco di Cuorgnè: “Rispetto alla maggior parte delle località circostanti, la nostra è una cittadina importante ma non sarebbe nulla senza gli altri comuni. Siamo essenzialmente una città di servizi ma i servizi vanno dati a qualcuno!” Ed ancora: “Le associazioni ci fanno vedere quant’è bello il nostro territorio: il Canavese non ha nulla da invidiare ad altre aree ma bisogna prenderne consapevolezza. Pensiamo all’architettura di montagna. Quando andiamo a visitare zone lontane esclamiamo <che bello!> riferendoci alle stesse cose che qui nemmeno notiamo. Nell’hub turistico che realizzeremo in Piazza Martiri della Libertà vorrei che associazioni come le vostre avessero voce in capitolo”.
Anna Maria Olivetti, della segreteria provinciale dello SPI, dopo aver ribadito a sua volta l’importanza dei diritti - oggi sistematicamente calpestati - e la sua ammirazione per tutto ciò che le associazioni di volontariato riescono a realizzare, ha elogiato il lavoro di ricerca condotto dal Coordinamento Donne dello Spi Alto Canavese. Come sempre in questo tipo di eventi, erano state infatti tre componenti del comitato Alto Canavese ad aprire la manifestazione con una serie di avvincenti letture. Sotto il titolo di “Acqua, Terra, Montagna – Ce ne prendiamo cura” avevano proposto testi in cui il tema della vita in montagna era visto dalla parte delle donne, sia nei ruoli più umili e faticosi sia in quelli apparentemente privilegiati. L’operaia madre di dieci figli che all’ora di pranzo si recava al lavatoio e consumava poi il suo magro pranzo lungo la strada, mentre tornava in fabbrica, è un esempio della dura vita condotta dalle popolane, non priva però di allegria: se arrivava con un po’ di anticipo, prima di riprendere il lavoro quella donna oberata di fatiche si metteva a ballare! Meno scontato è pensare a fatiche e sacrifici in riferimento alle insegnanti elementari eppure la vita delle maestrine mandate nelle scuole di montagna era tutt’altro che fatta di rose e fiori! Scriveva una di esse alla fine dell’Anno Scolastico 1925-26: “Qui sono tutti impegnati nella fienagione. I bambini vengono a scuola ugualmente ma hanno dovuto lottare per poterlo fare. Sono affaticati, si stancano facilmente, ed è una fatica anche per me cercare di far loro imparare qualcosa. Siano benvenute le prossime vacanze!”.

L'associazione Terra Mia
Non si creda che la situazione fosse tanto diversa quarant’anni più tardi. Lo ha dimostrato la video-intervista ad una maestra di Pont, Wanda Gamarra, che era presente e che è stata chiamata sul palco.
La 7° edizione del “Bugia Nen”, presentata dal segretario dello SPI Alto Canavese Elio Lucco Castello, si è chiusa con il saluto di Federico Bellono, segretario generale della Camera del Lavoro di Torino.
Marco Rolando, presidente degli AMICI della MONTAGNA con sede a Castelnuovo Nigra, ha ricordato che l’associazione pose le proprie basi nel 1972, allorché un gruppo di amici decise di collocare una stele sulla vetta del Verzel. Nel 1980 si costituì formalmente ed oggi ha 200 iscritti. Si riunisce presso il Bar “Morgana” del paese, la cui titolare è stata ringraziata per la propria disponibilità. Organizza escursioni giornaliere in zona ma qualche volta pure in Val d’Aosta, valli di Lanzo, Parco del Gran Paradiso, e circa 20 eventi all’anno anche conviviali. I suoi soci si occupano del Rifugio Fornetto non come veri e propri gestori ma impegnandosi nella manutenzione, nei rifornimenti (legna, viveri, bombole del gas vengono portati lassù affittando un elicottero), nei controlli sull’ impianto idrico.
Carla Tarizzo, vicepresidente di TERRA MIA, ha sottolineato l’importanza della cultura nella valorizzazione di un territorio. La sua associazione opera in quest’ottica dal 2001, allorché venne fondata per iniziativa dell’ex-sindaco di Castellamonte Carlo Mascheroni. La presiede Emilio Champagne ed effettua studi e ricerche storiche, organizza conferenze (finora 130), mostre, proiezioni riguardanti non soltanto Castellamonte ma tutto il Canavese. Non a caso la prima gita ebbe come meta la Boira Fusca di Salto mentre il simbolo dell’associazione presenta due asce neolitiche ritrovate per caso in un terreno agricolo ed oggi esposte al Museo Archeologico di Cuorgnè. Fra le iniziative più importanti vi è la creazione dell’Archivio Storico Canavesano, con la digitalizzazione di documenti e libri antichi per renderli visionabili da tutti. Dal 2003 Terra Mia pubblica i suoi preziosi ”Quaderni” .
Pietro Monteu Cotto, docente del “Faccio” ora in pensione, è il presidente di PIETRA SU PIETRA, nata nel 2006 a Frassinetto per mostrare l’altra faccia della medaglia rispetto alle montagne olimpiche. Fra le tante iniziative spiccano la catalogazione ed in alcuni casi il restauro delle cappellette votive, assai numerose lungo i sentieri montani; la formazione di guide turistiche, che da più di dieci anni conducono i villeggianti e non solo alla scoperta di Frassinetto; i corsi del <Saper Fare> per tramandare le tradizioni artigianali delle vallate francoprovenzali; mostre e convegni. Spesso opera in collaborazione e con l’Effepi e le Società di Mutuo Soccorso. Negli ultimi anni è stato avviato un lavoro per ridare vita alle vecchie scuole di montagna: in quella di Ingria si terrà sabato prossimo un convegno sulla coltura del castagno.
Monteu è stato molto critico sulla situazione dei beni architettonici minori del territorio. Simbolo del disinteresse che li circonda è per Pietra su Pietra l’Arco del Coletto (Coletto è una frazione frassinettese) crollato nel 2004 in seguito ad un intervento incauto sul contesto di edifici di cui faceva parte: le immagini del <prima> e del <dopo> sono eclatanti e sconfortanti. Ha puntato il dito sull’assenza di prevenzione rispetto ai dissesti del territorio e ribadito la sua posizione negativa sulla trasformazione dell’Istituto d’Arte di Castellamonte in Liceo Artistico che ha comportato la cancellazione dei percorsi formativi legati ai mestieri manuali.
Lo scrittore e regista frassinettese Alberto Giovanini Luca, che è anche consigliere comunale di minoranza e che segue le attività di PIETRA SU PIETRA dall’esterno, ne ha elogiato l’operato ed ha elencato le “quattro parole-chiave dell’associazionismo: amore, passione, sacrificio, competenze”.
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