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Cronaca

Processo Platinum, ecco le sentenze d'Appello: condannati i Vazzana, assolto il vigile di Volpiano

Paolo Busso è stato assolto dall’accusa di abuso d’ufficio in seguito alla riforma voluta dal Ministro Nordio

Processo Platinum

Aula di tribunale

Si è tenuto oggi in Corte d’Appello a Torino il secondo grado del “Processo Platinum” sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Canavese, in particolare a Chivasso e a Volpiano. Tre condanne di primo grado sono state confermate, due no. Vediamo quali.

L'assoluzione di Busso

Assolto "perché il fatto non è più previsto dalla legge di reato": con questa formula poche ore fa i Giudici della Corte d’Appello  hanno assolto da tutte le accuse Paolo Busso, agente della polizia municipale di Volpiano accusato di aver  “condonato” alcune multe a Giuseppe Vazzana e aver tratto in inganno una funzionaria dell’anagrafe del Comune per ottenere un indirizzo.

Busso è stato assolto dall’accusa di abuso d’ufficio in seguito alla riforma voluta dal Ministro Nordio: la Corte ha inoltre giudicato di “particolare tenuità” l’accesso abusivo al sistema informatico dell’Anagrafe.

In primo grado Busso era stato condannato ad un anno di reclusione con la sospensione condizionale della pena. Il vigile dovrà comunque risarcire con 1000 euro il Comune di Volpiano, che si era costituito parte civile nel procedimento con l’avvocato Giulio Calosso.

A Volpiano, all'epoca dell'operazione - era il maggio 2021 -, aveva destato scalpore la notizia dei rapporti che intercorrevano tra Giuseppe Vazzana e l’ispettore della Polizia Municipale Paolo Busso.

L'operazione della DIA è del maggio 2021

Secondo la pubblica accusa sostenuta in primo e secondo grado, Busso avrebbe favorito Giuseppe Vazzana su alcune violazioni del codice delle strada (ben sei), tra multe per mancata revisione, mancato pagamento della sosta sulle strisce blu e decurtazione di punti della patente.

Per il pm Valerio Longi, Busso avrebbe ingannato l’impiegata dell'ufficio anagrafe del Comune per introdursi nel sistema anagrafico e controllare l'indirizzo dell'ex comandante dei vigili Franco Roffinella, su richiesta, sempre, di Giuseppe Vazzana, che lo cercava insistentemente perché non rispondeva al telefono: secondo gli investigatori lo avrebbe chiamato ben 26 volte per alcuni debiti pregressi (ammontanti a circa 5/6 mila euro).

In tribunale a Ivrea Vazzana aveva detto la sua: “Alla Corte venivano a mangiare i dipendenti comunali - aveva spiegato Vazzana -. Tra di loro c’erano anche i vigili urbani. Busso era un tipo brillante, gli piaceva scherzare e spesso parlavamo. Siamo diventati amici, ma non gli ho mai chiesto di togliermi delle multe. Gli ho solo chiesto, un giorno, di pagarmi una multa visto che stava andando all’ufficio municipale di Settimo Torinese. Gli diedi il contante e mi fece la cortesia. Busso non mi ha mai riservato dei trattamenti di favore”.

L'assoluzione di Aspromonte

Assolto in Appello oggi anche Domenico Aspromonte, che era stato condannato in primo grado a 6 mesi di reclusione per una bancarotta dell'hotel "La Darsena".

La Procura aveva proposto di riconoscere anche il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e l’estorsione in merito alla vicenda che ruotava attorno al ristorante Lago Reale. Durante le negoziazioni per l’acquisto di un’altra attività commerciale attraverso la srl con lo stesso nome, Aspromonte e i fratelli Mario e Giuseppe Vazzana avrebbero richiesto uno sconto sostanzioso sul prezzo (200 mila euro invece dei 290 mila richiesti dai venditori), giustificandolo con un presunto abuso edilizio da regolarizzare e minacciando altrimenti di trasformare la situazione in un "lago di sangue".

Il Tribunale, tuttavia, aveva riclassificato l’episodio come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, prosciogliendo gli imputati per mancanza di querela, dal momento che le vittime non avevano sporto denuncia e il reato non rientrava tra quelli perseguibili d'ufficio. Una decisione confermata anche in Appello.

Le condanne confermate

I giudici di Appello hanno anche confermato le condanne di Mario Vazzana a 6 anni e 11 mesi di reclusione e del fratello Giuseppe a 6 anni e 8 mesi: entrambi accusati del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Ai fratelli Vazzana, titolari dell'omonimo hotel di Volpiano, l'accusa contestava il fatto che si sarebbero prodigati nel fornire ospitalità agli affiliati e a garantire anche occupazioni. 

Confermata, infine, anche la sentenza nei confronti di Antonio Agresta, boss della 'ndrangheta che sta scontando in carcere una condanna a 10 anni di reclusione: a lui era stata inflitta una pena di 10 mesi in continuazione.

"Prendiamo atto del fatto che la Corte d’Appello ha rigettato i ricorsi dei signori Vazzana - commenta l'avvocato Andrea Castelnuovo, legale del Comune di Chivasso costituitosi parte civile nel processo -. Attendiamo la motivazione della sentenza ma, visto che ha confermato quella di primo grado, riteniamo che la decisione del tribunale di Ivrea sia stata ritenuta più che corretta. La posizione dell’amministrazione del Comune di Chivasso è tracciata dal percorso di assoluta legalità che persegue da sempre e che posso sintetizzare così: non c’è spazio per nessuna attività legata direttamente o indirettamente alla criminalità organizzata nel territorio cittadino".

La denuncia del Pm della Dda

Le vittime sono venute a testimoniare malvolentieri. Non è colpa loro, solo dello Stato che ci fa celebrare questi processi in aule piccole, dove le deposizioni non avvengono in condizioni di serenità. Un conto è sentire le persone offese in sede di indagini, un altro è farle deporre a due metri dagli accusati”.

A parlare, in un processo di ‘ndrangheta, non è un avvocato di parte. No.

A parlare è il pm della Dda Valerio Longi. Durante il processo in Corte d’Appello a Torino, con la sua requisitoria il pm aveva sottolineato le difficoltà nel celebrare processi di questo tipo in un tribunale come quello di Ivrea.

Nel corso del suo intervento il Pubblico Ministero aveva criticato le prassi processuali che, ignorando le peculiarità dei processi di mafia, non ne garantirebbero lo svolgimento in un contesto “adeguato”.

Il processo di primo grado si è celebrato in tribunale a Ivrea dove, effettivamente, le aule delle udienze sono molto piccole.

Ricordiamo che, tra i testimoni del processo, venne anche sentito il sindaco di Chivasso Claudio Castello, le cui dichiarazioni rese in aula furono poi al centro di aspre polemiche che seguirono in Consiglio comunale, anche con la richiesta delle dimissioni del sindaco stesso da parte delle opposizioni. E non solo.

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