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07 Settembre 2024 - 09:00
Ottavia Mermoz. Sullo sfondo il Saudino
Anni fa, accanto alla residenza per anziani non autosufficienti Saudino, il Comune di Ivrea aveva costruito dei mini alloggi per coppie di anziani e invalidi. Un disegno integrato che prevedeva servizi in comune come infermeria, pasti, lavanderia, in un unicum funzionale.
Progetto rimasto a metà per difficoltà organizzative, tanto che gli alloggi vennero dati in gestione all'ATC, come tutti gli altri di proprietà comunale. Azienda che non brilla per attenzione e cura degli immobili affidati, anzi.
Tanto che questi mini appartamenti sono stati assegnati senza criterio alcuno, se non la burocratica lista d’attesa, sempre più estesa. Di fatto, abitazioni insufficienti e inadeguate, che invece di risolvere un problema, ne creavano altri, inascoltati.
L’assessore Vino alle Politiche Sociali di una passata amministrazione aveva individuato il problema, ma non aveva trovato la soluzione o non gli era stata permessa.
Invece, l’idea ventilata dall’articolo de La Voce del 5 settembre scorso, di utilizzarli per le esigenze contingenti della Caritas e della Casa delle donne, non è solo realizzabile, ma assolutamente praticabile. Come si dice oggi, "cantierabile".
Infatti, entrambe le associazioni hanno uguali bisogni per target diversi.
La Caritas affronta quotidianamente il problema dell’accoglienza di persone o nuclei familiari vaganti, l’emergenza dei senza diritti e permessi di soggiorno, esclusi dalle categorie di un welfare sempre più burocratico, disponendo di un asilo notturno per uomini soli.
Altra è la situazione della Casa delle donne, legata alla questione della denuncia a seguito di violenze subite.
Dopo il caso di Giulia Cecchettin, che ha scosso coscienze e indifferenze, da tutte le parti si invitano le donne a sottrarsi e sporgere denuncia, dimenticando che appena uscite dalla questura o stazione dei carabinieri - scatti o meno il codice rosso - le donne non sanno dove andare.
Non possono tornare a casa, dove troveranno un partner ancora più violento e vendicativo; hanno paura, e le volontariecon loro.
Delle cause prevalenti dei femminicidi non esiste una statistica, ma è evidente che la denuncia è considerata dal partner violento il suggello di una convivenza, la via di fuga oggettiva, l’offesa imperdonabile cui rispondere con la forma estrema di violenza. L’ultimo definitivo atto del potere e del controllo sino ad allora esercitato.
Molte donne non hanno una rete parentale di protezione, con l’aggravante della dipendenza economica se disoccupate o per non avere mai lavorato perché obbligate a badare alla casa e a occuparsi dei figli.
Occorre aggiungere che gli interventi di contrasto alla violenza domestica sinora esistenti sono tutti privi di connessioni l’uno con l’altro. L’inasprimento delle pene, la maggiore flessibilità e discrezionalità delle forze di polizia e celerità delle procure in ordine ai provvedimenti restrittivi, mantengono l’incognita dei tempi.
Giorni vuoti, di insicurezza, da colmare con uno spazio, un luogo dove rifugiarsi e pensare con serenità al come e dove ricostruirsi una vita.
Le case rifugio sono come una leggenda metropolitana: poche, gremite, lontane. Preferibilmente per mamme e bambini piccoli.
A riprova di quanto scritto, si chiude con l’ultimo caso. Federica (nome fittizio) ha terminato un programma di recupero dall'alcoldipendenza. La Asl di appartenenza non intende più pagare la retta e la struttura di accoglienza sta per metterla fuori come un gatto randagio.
È arrivata equivocando sulla parola "Casa". È del tutto senza tutele, non avendo in zona la residenza perché proviene da un’altra provincia, e i servizi sanitari e assistenziali sono territoriali. Non intende tornare al suo paese, dove incontrerà solo rifiuti e maldicenza; lavora part-time tre pomeriggi alla settimana e cerca un tetto, un letto per uscire dalla sua inesistenza attuale.
Avendo però il tempo necessario per trovare un lavoro, una residenza e l’accesso ai servizi.
Ecco perché i mini alloggi della Saudino sarebbero la migliore soluzione che questa comunità potrebbe offrire, una risposta concreta, sicura, solidale.
I cani abbandonati in autostrada trovano comunque un canile. E gli esseri umani invece?
Ottavia Mermoz, Casa delle donne
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