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Il Saudino a disposizione della Casa delle donne e della Caritas? Sì che si può fare...

I cani abbandonati in autostrada trovano comunque un canile. E gli esseri umani invece?

Ottavia Mermoz. Sullo sfondo il Saudino, Ivrea

Ottavia Mermoz. Sullo sfondo il Saudino

Anni fa, accanto alla residenza per anziani non autosufficienti Saudino, il Comune di Ivrea aveva costruito dei mini alloggi per coppie di anziani e invalidi. Un disegno integrato che prevedeva servizi in comune come infermeria, pasti, lavanderia, in un unicum funzionale.

Progetto rimasto a metà per difficoltà organizzative, tanto che gli alloggi vennero dati in gestione all'ATC, come tutti gli altri di proprietà comunale. Azienda che non brilla per attenzione e cura degli immobili affidati, anzi.

Tanto che questi mini appartamenti sono stati assegnati senza criterio alcuno, se non la burocratica lista d’attesa, sempre più estesa. Di fatto, abitazioni insufficienti e inadeguate, che invece di risolvere un problema, ne creavano altri, inascoltati.

L’assessore Vino alle Politiche Sociali di una passata amministrazione aveva individuato il problema, ma non aveva trovato la soluzione o non gli era stata permessa.

Invece, l’idea ventilata dall’articolo de La Voce del 5 settembre scorso, di utilizzarli per le esigenze contingenti della Caritas e della Casa delle donne, non è solo realizzabile, ma assolutamente praticabile. Come si dice oggi, "cantierabile".

Infatti, entrambe le associazioni hanno uguali bisogni per target diversi.

La Caritas affronta quotidianamente il problema dell’accoglienza di persone o nuclei familiari vaganti, l’emergenza dei senza diritti e permessi di soggiorno, esclusi dalle categorie di un welfare sempre più burocratico, disponendo di un asilo notturno per uomini soli.

Altra è la situazione della Casa delle donne, legata alla questione della denuncia a seguito di violenze subite.

Dopo il caso di Giulia Cecchettin, che ha scosso coscienze e indifferenze, da tutte le parti si invitano le donne a sottrarsi e sporgere denuncia, dimenticando che appena uscite dalla questura o stazione dei carabinieri - scatti o meno il codice rosso - le donne non sanno dove andare.

Non possono tornare a casa, dove troveranno un partner ancora più violento e vendicativo; hanno paura, e le volontariecon loro.

Delle cause prevalenti dei femminicidi non esiste una statistica, ma è evidente che la denuncia è considerata dal partner violento il suggello di una convivenza, la via di fuga oggettiva, l’offesa imperdonabile cui rispondere con la forma estrema di violenza. L’ultimo definitivo atto del potere e del controllo sino ad allora esercitato.

Molte donne non hanno una rete parentale di protezione, con l’aggravante della dipendenza economica se disoccupate o per non avere mai lavorato perché obbligate a badare alla casa e a occuparsi dei figli.

Occorre aggiungere che gli interventi di contrasto alla violenza domestica sinora esistenti sono tutti privi di connessioni l’uno con l’altro. L’inasprimento delle pene, la maggiore flessibilità e discrezionalità delle forze di polizia e celerità delle procure in ordine ai provvedimenti restrittivi, mantengono l’incognita dei tempi.

Giorni vuoti, di insicurezza, da colmare con uno spazio, un luogo dove rifugiarsi e pensare con serenità al come e dove ricostruirsi una vita.

Le case rifugio sono come una leggenda metropolitana: poche, gremite, lontane. Preferibilmente per mamme e bambini piccoli.

A riprova di quanto scritto, si chiude con l’ultimo caso. Federica (nome fittizio) ha terminato un programma di recupero dall'alcoldipendenza. La Asl di appartenenza non intende più pagare la retta e la struttura di accoglienza sta per metterla fuori come un gatto randagio.

È arrivata equivocando sulla parola "Casa". È del tutto senza tutele, non avendo in zona la residenza perché proviene da un’altra provincia, e i servizi sanitari e assistenziali sono territoriali. Non intende tornare al suo paese, dove incontrerà solo rifiuti e maldicenza; lavora part-time tre pomeriggi alla settimana e cerca un tetto, un letto per uscire dalla sua inesistenza attuale.

Avendo però il tempo necessario per trovare un lavoro, una residenza e l’accesso ai servizi.

Ecco perché i mini alloggi della Saudino sarebbero la migliore soluzione che questa comunità potrebbe offrire, una risposta concreta, sicura, solidale.

I cani abbandonati in autostrada trovano comunque un canile. E gli esseri umani invece?

Ottavia Mermoz, Casa delle donne

Chi è Ottavia Mermoz

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