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Centodieci Anni dalla Grande Guerra: Le Radici del Conflitto che Cambiò il Mondo

Come l'Assassinio di Sarajevo Accese la Miccia di un Conflitto Globale e Divise l'Italia tra Neutralisti e Interventisti

Militari della Grande Guerra a Settimo Torinese

Militari della Grande Guerra a Settimo Torinese

Sono ormai centodieci anni che ci separano da quel 1914 che vide l’inizio della Grande guerra, il primo conflitto moderno della storia, in cui le nazioni si affrontarono con armi nuove e molto efficienti, impiegando la totalità delle proprie risorse per distruggere le capacità belliche dei nemici. Anno tragico, dunque, il 1914.

Quando lo studente serbo-bosniaco Gavrilo Princip, il 28 giugno, a Sarajevo, uccise l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, l’erede al trono d’Austria-Ungheria, e la moglie Sofia, nessuno ebbe piena consapevolezza delle conseguenze politiche, sociali ed economiche che quel gesto avrebbe prodotto. Dalla guerra un’intera generazione sarebbe uscita decimata: otto milioni e mezzo di morti, venti milioni di mutilati e di feriti gravi.

Lo scoppio del conflitto divise profondamente l’opinione pubblica italiana. Socialisti, cattolici e giolittiani – pur con motivazioni e sensibilità diverse – erano per la neutralità; repubblicani, radicali, nazionalisti e socialisti riformisti – fra i quali si ravvisavano non minori differenze di motivazioni – premevano affinché l’Italia scendesse in campo contro gli Imperi centrali. Nelle maggiori città si verificarono scontri fra dimostranti delle opposte fazioni: un solco ogni giorno più ampio divideva neutralisti e interventisti. A Torino, il quotidiano «La Stampa» sosteneva la politica di Giovanni Giolitti ed era nettamente contrario alla guerra, mentre la «Gazzetta del Popolo», legata ai nazionalisti e ai liberali di destra, tuonava per l’intervento.

1931, Settimo T.se, i mutilati della Grande guerra posano per una foto ricordo

Fin dall’estate del 1914, subito dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, grandi manifestazioni ebbero luogo anche a Settimo Torinese che allora contava meno di seimila abitanti. La locale sezione socialista si dichiarò «irriducibilmente e sempre contro la guerra, contro il militarismo e gli armamenti che la preparano e la provocano», in nome «di quella pace e di quell’affratellamento fra i popoli» che deve preludere a «una civiltà senza infamie e senza ingiustizie». «L’aspirazione a rimanere fuori dal conflitto – osserva lo storico Valerio Castronovo (1935-2023) – era un sentimento comune alla gente di campagna come agli operai, e la non belligeranza, almeno finch’essa fosse stata possibile, era condivisa dalla maggior parte della piccola borghesia, come risulta da numerose fonti. Di qui la prevalenza di un neutralismo spontaneo e istintivo, radicale fra le maestranze operaie, e più semplicemente passivo, confinante nell’indifferenza, nei ceti contadini».

A Settimo le forze dell’ordine intervennero più volte contro i sostenitori della neutralità. In agosto, ad esempio, caricarono la folla che assisteva a un comizio in largo San Marco (incrocio fra le attuali vie Alfieri e Mazzini). Il 18 settembre, nel salone della Società operaia, un commissario di pubblica sicurezza impedì la lettura di un documento in favore del popolo belga, la cui neutralità era stata violata dai tedeschi. L’oratore riuscì comunque a illustrare – come riferì un periodico torinese socialista – «quali sono i fini dei nostri nazionalisti, che oggi vorrebbero tirarci verso un’altra guerra, e quali sono gli interessi dei lavoratori che dalla guerra non possono ricavare che maggiori miserie».

Gli scioperi del maggio 1915 videro la massiccia partecipazione degli operai alle manifestazioni per la pace. Però il conflitto era alle porte. Il 24 maggio l’Italia scendeva in guerra. L’indomani la giunta municipale di Settimo, col sindaco Angelo Chiarle, si appellò alla popolazione affinché tutti si sentissero impegnati a sostenere lo sforzo dell’esercito contro l’Impero asburgico, nemico «anche nelle alleanze». «Il mondo intero – si sostenne con tono declamatorio – così ammirerà ancora una volta l’inarrivabile valore del nostro Esercito glorioso e della nostra valorosa Marina che mai ebbero a combattere se non in nome dei più alti ideali di civiltà». Ben presto gli entusiasmi si sarebbero dissolti nelle trincee.

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