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Ivrea
06 Giugno 2024 - 22:14
'ndrangheta
I tempi cambiano anche per la ‘ndrangheta: i tradizionali canali di finanziamento, come per esempio il narcotraffico, stanno diventando sempre più malcerti a causa dell’azione di contenimento delle forze dell’ordine e della pesantezza delle condanne da scontare.
Ecco dunque che per fare soldi si ricorre anche alle truffe commesse con il vecchio trucco della valigetta. Di questo si è discusso la scorsa settimana in tribunale a Torino nel corso di un processo - celebrato a porte chiuse con il rito abbreviato - per le attività di gruppi che operavano nelle zone di Ivrea e di Chivasso.
Sul banco degli imputati, accusati di associazione di tipo mafioso ci sono: Antonio Mammoliti (difeso dagli avvocati Celere Spaziante e Paolo Maisto), Aniello Maurizio Buondonno (avvocato Enrico Scolari), Flavio Carta (avvocato Leo Davoli).
Si aggiungono Francesco Vavalà (avvocato Ercole Cappuccio) accusato per alcune truffe e Stefano Marino (avvocato Ferdinando Ferrero), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Per Mammoliti i Pubblici Ministeri Dionigi Tibone e Livia Locci hanno chiesto 10 anni e 8 mesi di reclusione, per Buondonno 8, per Carta 9 anni e 4 mesi, per Vavalà 4 anni e per Marino 9 anni.
E poi ci sono Piero Speranza (avvocato Emanuele Luppi del foro di Verona), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e la figlia Marta, accusata di porto abusivo di arma da fuoco, per una pistola che avrebbe ricevuto da Domenico Alvaro. Per quest’ultima il giudice Alfredo Toppino valuterà il rinvio a giudizio entro la prossima udienza prevista a fine luglio quando emetterà anche la sentenza sui giudizi abbreviati.
Fra gli episodi contestati vi sono tre casi di ‘bidoni’ che, nelle linee essenziali, hanno avuto questi tratti comuni: si avvicina qualcuno, gli si propone di acquistare una somma di denaro ‘sporco’ a un prezzo inferiore, gli si mostrano mazzette di banconote vere e poi, con destrezza, si scambiano le valigette in modo che il malcapitato si ritrovi con carte di giornale e persino pacchetti di caffé.
Una delle vittime (non imputate) è il figlio di un imprenditore che una ventina d’anni or sono fu presidente di una squadra di calcio di serie A. Uno dei boss fu intercettato mentre diceva che con questo trucco “al massimo ci prendiamo 4 anni per truffa”.
La Dda invece contesta l’aggravante dell’agevolazione ad associazione mafiosa.
Il processo è uno dei tronconi di un’inchiesta chiamata ‘Cagliostro’ che all’alba del 9 aprile del 2023, a Ivrea, Chivasso e Vibo Valentia, tramite i militari del Comando Provinciale Carabinieri di Torino aveva fatto scattare la custodia cautelare per 9 soggetti, tutti ritenuti gravemente indiziati a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso, nonché truffa aggravata, estorsione, ricettazione, usura, violenza privata e detenzione e porto illegale di armi aggravati dal metodo mafioso.

L’indagine, condotta a partire dal 2015 dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino aveva permesso di raccogliere gravi indizi di colpevolezza in ordine all’operatività di una locale di ‘ndrangheta, operante soprattutto a Ivrea e in Canavese, caratterizzata dalla presenza di soggetti ritenuti appartenenti alla cosca degli Alvaro “carni i cani” di Sinopoli (RC), associazione che “si sarebbe avvalsa della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà per commettere in particolare delitti di estorsione, truffa ed usura, con predisposizione dei mezzi necessari al raggiungimento degli obiettivi illeciti – luoghi di incontro, telefoni cellulari, utilizzo di autovetture – e con suddivisione dei ruoli”.

Secondo le ipotesi accusatorie, al vertice del sodalizio ci sarebbe stato Domenico Alvaro detto “il biondo”, nato a Palmi (RC) il 25.08.1977, residente a Chivasso, appartenente alla ‘ndrina operante a Sinopoli (RC) diretta emanazione del padre Carmine Alvaro “u cupirtuni”. Domenico Alvaro è attualmente detenuto presso la casa circondariale di Terni
Tutto era cominciato nel mese di novembre del 2015 in continuità con le indagini “Carni i cani” e “Big Bang”con l’obiettivo di analizzare i contatti tra il clan “Crea” e Domenico Alvaro.
Fin dalle prime battute era emersa la presenza di due ambienti criminali distinti, entrambi di matrice ‘ndraghetista in cui Domenico Alvaro, primogenito di Carmine Alvaro, si sarebbe mosso: da un lato un’organizzazione dedita ad un vasto traffico di sostanze stupefacenti su scala internazionale con base in Torino, dall’altro un’organizzazione, facente capo allo stesso Domenico Alvaro, dedita alla commissione di vari reati contro il patrimonio sul territorio italiano ed estero.
La prima inserita nel traffico di stupefacenti era stata censita con l’indagine “CERBERO” che nel 2019 aveva portato all’arresto di 71 persone per associazione di tipo mafioso.
In questo secondo filone, oltre al reato associativo erano stati raccolti gravi indizi di colpevolezza per una serie di truffe commesse in concorso con altri indagati non appartenenti all’associazione, perpetrate ai danni di imprenditori operanti in provincia di Torino.
Secondo quando si leggeva nell’ordinanza, gli indagati si accreditavano espressamente come persone legate a “famiglie” criminali calabresi prospettando alle vittime, alcune delle quali in difficoltà economica, la possibilità di acquistare ingenti somme di denaro “sporco” corrispondendo in cambio somme di denaro significativamente inferiori con il versamento, a titolo di anticipo, di un acconto, a volte sotto forma di lingotti d’oro e gioielli, che diventavano il provento del raggiro.
Una volta scoperte le truffe, gli indagati avrebbero utilizzato la loro appartenenza all’associazione mafiosa per intimidire le vittime e farle desistere da ogni azione per riavere il maltolto. Le somme sottratte in modo fraudolento supererebbero i 600.000 euro.
A Ivrea e dintorni operavano Antonino Mammoliti, 57 anni, braccio destro di Domenico Alvaro, referente nei rapporti con il clan Belfiore e per il reperimento di armi. E poi ancora Aniello Buondonno , 55 anni, detenuto a Tolmezzo (Udine), 49 anni, in carcere Bologna.
Tra gli episodi contestati uno riguarda un imprenditore edile di Chivasso in difficoltà economica a cui Domenico Alvaro aveva commissionato dei lavori di ristrutturazione e poi non lo avrebbe pagato accordandosi con Piero Speranza perché prestasse alla vittima 5 mila euro (con mille euro di interessi). Finanziamento di cui avrebbero poi discusso al Lago Just blu di Bollengo, luogo che ritorna spesso all’interno delle carte dell’indagine, di cui Speranza è ritenuto amministratore di fatto.

Sempre al lago Just Blu sarebbe avvenuta la ricomposizione di una faida con i fratelli Francesco e Giuseppe Belfiore, nella quale in realtà Speranza sarebbe stato vittima di un’estorsione da 10 mila euro, per aver organizzato una truffa in un territorio considerato di loro competenza.
Tra gli indagati, per un episodio di truffa, anche un avvocato, Carlo Paolo Brevi nato a Ivrea ma residente a Torino.
Anomala, nel contesto dell’indagine, è la figura di Piero Speranza, accusato di concorso esterno all’associazione. Secondo i Pm non solo ideava i crimini da commettere e i piani per metterli in atto, ma collaborava anche con il capo per distribuire tra gli associati i compiti nell’esecuzione.
S’aggiungono due estorsioni condotte ai danni di un broker finanziario dal quale i membri dell’organizzazione si sarebbero fatti consegnare 85.000 euro, incassati mediante l’intermediazione di alcune società fittizie ed in danno di alcuni imprenditori operanti nel mercato ittico.
L’indagine ha anche consentito di raccogliere elementi sul ruolo di alcuni esponenti del clan Belfiore, che avrebbero estorto del denaro a due degli indagati proponendosi quali alternativi agli Alvaro.
TUTTI GLI INDAGATI
Non sono più indagati Rosario Andiloro, Paolo Enrico, Giovanni Furiani, Giovanni La Montagna, Mark Martinelli, Luigi Vurro, Salvatore Cordì, Bruno Tassone e Michael Vavalà.
Che Domenico Alvaro della famiglia Alvaro detti "Carni i cani", commerciante di frutta e verdura e generi alimentari residente a Chivasso, fosse assolutamente di primo piano nel panorama criminale piemontese era già venuto fuori nell'ambito dell'operazione «Iris» dei carabinieri di Reggio Calabria nel 2018
Domenico Alvaro era indicato come «Padrino», referente della diramazione operativa a Chivasso ed era noto agli inquirenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, reati in materia di armi e per un tentato omicidio.
In un’informativa del settembre 2016 a firma della Prima Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile della Questura di Torino ed indirizzata alla Procura della Repubblica si leggeva di "un quadro allarmante caratterizzato dall’interesse e dall’infiltrazione della criminalità organizzata all’interno della tifoseria ultras della Juventus, evidentemente interessata ad assicurarsi i guadagni legati alla rivendita dei titoli di accesso allo stadio».
Il suo nome era anche spuntato fuori nell’operazione «Alto Piemonte» interessato (a nome della «famiglia») ai «Guadagni derivanti dalla vendita dei biglietti».
Dalle conversazioni raccolte con una lunga serie di intercettazioni anche in una grossa carrozzeria di Brandizzo (da cui il chivassese era stato formalmente assunto dopo la scarcerazione) emergeva chiaramente che Domenico Alvaro era interessato a ottenere una parte degli ingenti guadagni derivanti dalla spartizione dei biglietti messi illecitamente a disposizione dei gruppi ultras da parte della società Juventus.
Una cosca con una "straordinaria capacità criminosa dell’organizzazione, inossidabile agli attacchi provenienti dall’esterno e capace di ricomporsi in autonomia. Una delle più potenti e pericolose attualmente esistenti sul territorio calabrese. Capace di ricevere sempre nuova linfa vitale da parte di giovani leve, che vengono formalmente inserite nel tessuto criminale dell’organizzazione ovvero si rendono destinatarie di progressioni di carriera determinanti per il mantenimento degli equilibri interni al sodalizio".
Questo è il clan Alvaro di Sinopoli. Lo chiarisce il gip distrettuale di Reggio Calabria nelle pagine dell’inchiesta “Propaggine”. Gli ingredienti: ricambio generazionale, gerarchie ferree e un insieme di «regole non scritte che tengono strettamente legati tutti gli associati».
Una struttura ben oliata e con le peggiori “intenzioni”: ricorso alla violenza, pericolosità sociale, «adesione alle regole e ai valori tipicamente mafiosi». Perché «chi entra a far parte di una cosca di ‘ndrangheta aderisce a un sistema di potere e di valori che diventa l’unica regola da seguire nella vita e che rende tale scelta difficilmente reversibile».
Il locale di ‘ndrangheta di Cosoleto ha un “direttorio” formato dai membri più anziani: i fratelli Alvaro, Nicola detto “u beccausu” e Antonio detto “u massaru”, e Domenico Carzo, 81enne detto “scarpacotta”.
A questo gruppo si affianca come terminale operativo – data l’età avanzata dei “capi” – Franceso Alvaro, 65 anni, detto “Ciccio Testazza”, figlio di Antonio Alvaro. È lui che «si occupa della materiale gestione della cosca, gestione tuttavia non sempre condivisa dai sodali e anche dagli stessi membri anziani».
Sempre il Gip sottolinea l’importanza nell’economia del clan delle «giovani leve che costituiscono il futuro del sodalizio: Domenico Alvaro», appena 34enne, «possiede un’elevatissima dote di ‘ndrangheta, quella del “Vangelo”».
Anche Carmine Alvaro “u cuvertuni” e Carmelo Alvaro “Bin Laden” sono considerate «due figure dal notevole profilo criminale».
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