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16 Aprile 2024 - 07:00
Il diavolo di Linàrd
Due Novembre, sera dei morti. Una fitta pioggerella fine scendeva sulla campagna solitaria dove le foglie morte infracidivano tra le pozzanghere fangose. All’interno della Cantina del Chiabattino sita nella contrada delle Alberette, in prossimità del rio Baina, cinque uomini stavano seduti attorno ad una tavola piena di bicchieri e bottiglie.
Durante il pomeriggio avevano assai bevuto rintanati in quelle pareti affumicate, mentre la restante popolazione si riversava nel piccolo cimitero del paese.
(..) Improvvisamente la porta si aprì ed ecco entrare Servant, il bettoliere, in assetto di caccia, con gli stivali infangati (..): «Giornata di scalogna oggi – disse posando lo schioppo in un angolo – (..) Dovevo prevederlo, è il giorno dei morti, e in questo giorno la caccia è sempre sfortunata».
«Tempo di crisi compare – gli disse Giorsìn d’la Splua svuotando il bicchiere – crisi di tutto, anche di selvaggina. La tua cantina, Servant, è un indice infallibile della mancanza di pecunia, se non ci fossimo noi (..) saresti al fresco! Potresti fare il mercante di aceto con questo maledetto vinello!».
«Taci tabàss! – gli rispose ridendo Servant levandosi gli stivaloni infangati e facendosi asciugare gli abiti zuppi di pioggia alla fiamma del fuoco che Ghitìn, sua moglie, andava attizzando soffiando sul mantice – questo ci vuole per le vostre rozze pance, altrimenti chissà quante pazzie e quanti spropositi mi commettereste tutti i santi giorni!».
Giorsìn stava per rimbeccare all’offesa ricevuta ma le parole gli morirono repentinamente sulle labbra. Un suono lugubre si diffondeva dal campanile della chiesa parrocchiale, le campane piangevano in quella triste sera le anime dei trapassati, i rintocchi cadenzati si propagavano nell’aria come echi di pianti antichi, di lacrime recenti, di dolori sopiti per sempre in seno a gaudi e speranze immortali. A quel suono Ghitìn si segnò devotamente, e seduta nel cantone del focolare continuò a sferruzzare taciturna e pensierosa. Tutti rimasero muti in ascolto, si udiva dal vicino rio Baina gonfio dalle recenti piogge il sordo fragore dell’acqua (..).
In quell’improvviso silenzio con un calcio poderoso si aprì la porta dell’osteria e sulla soglia comparve Linàrd, il maniscalco della contrada di S. Bernardino; aveva abiti sporchi, in disordine e umidi di pioggia (..). Si gettò a sedere su di una panca davanti al tavolo degli amici (..): «Accidenti alla sera dei morti e dei rosari! Quella bigotta di mia moglie voleva che recitassi il rosario in casa con lei! Io capite? E per impedirmi di uscire mi si è piantata dinnanzi alla porta, ma io, a calci, le ho fatto misurare la scala a rotoloni, la bacchettona! Servant, un bicchiere anche per me!».
Ed in così dire lanciava ad infilarsi in un attaccapanni il cappello sdrucito mentre Ghitìn gli recava un bicchiere di vetro spesso e incrinato.
«Ehi voi, camerati – interrogò Linàrd con voce sguaiata – siete andati oggi per camposanti?».
«Ma nemmeno per sogno – risposero i cinque beoni – ci stimi così stupidi da perdere il nostro tempo a visitare un campo di carogne? Morti noi morto tutto!»
«Bravi, anch’io sono della vostra idea; e oggi mentre tutto il popolo era in processione ho continuato a ferrare, davanti alla mia bottega, l’asino del mugnaio, nonostante quei corvi dei preti mi fissassero con sguardo severo. Me ne infischio delle loro maledizioni non temo neppure il fìstolo in cui non credo, come non credo in Dio!».
A quella bestemmia Ghitìn si segnò inorridita, mentre Servant accendendo la pipa con un tizzone tolto dal focolare rideva tra una boccata e l’altra di fumo.
«Ah... questo poi no! – interruppe Martin d’lè Fée – in Dio non credo neppure io, ma nei diavoli e negli spiriti folletti ci credo... e come! Mia nonna mi raccontava l’atroce fine di un certo Piolàt appiccato dal diavolo ad un trave del solaio, al quale aveva venduto l’anima, e come gli spiriti folletti...».
«Ha ragione Martìn – lo interruppero i quattro amici – anche noi crediamo al diavolo!».
«Ed io – aggiunse Selmìn d’la Badìa – di notte ho una fifa terribile di vedermelo dinnanzi, e lo sogno spesso!».
«No, perbacco – urlò Linàrd in una risata che rimbombò sinistramente tra le pareti della bettola – le vostre sono paure da bambini! (..) Io non crederei al diavolo nemmeno se venisse in persona a dirmi che esiste!».
Intanto le ultime luci del giorno piovevano languide attraverso i vetri verdognoli ed appannati e le persone attorno alla tavola fluttuavano in una penombra invadente, rotta dal bagliore che proveniva dal focolare.
«Sono passati i tempi in cui si credeva ai diavoli e alle streghe» concluse sghignazzando Linàrd, al quale seguì il silenzio nella semibuia stanza, silenzio rotto solo dal crepitare del fuoco e dal rumore dell’acqua del rio Baina.
Appeso al focolare borbottava il paiuolo delle castagne, (..) delizia dei piccoli e dei grandi, i quali prima di andare a letto avrebbero lasciato sulla tavola un largo tegame di terracotta ricolmo dei dolci frutti, poiché nella notte fonda i cari morti sarebbero venuti lievi, nella buia cucina, e seduti ognuno al suo posto dove erano di solito in vita, ne avrebbero gustato il contenuto.
«Ascolta Linàrd – disse tutto ad un tratto Martìn d’lè Fée – io ho sempre sentito dire che il diavolo si lascia vedere a chi lo chiama, e mia nonna mi raccontava la storia di un certo Talàmp che, desiderando un incontro con il Satanasso, andò una notte in riva all’Orco, dove più fitta era la boscaglia, e là lo invitò gridando per tre volte Diàu, sort! E qualcosa di straordinario lo vide certamente perchè tornò a casa, verso il mattino, inebetito dallo spavento (..). Il terrore lo aveva reso muto e pazzo. Se anche tu desideri un incontro con il diavolo non hai che da recarti a mezzanotte nel luogo suddetto e vedrai che Satana esiste, e si farà sentire!».
«Ben detto – approvarono gli altri – vacci, Linàrd, e poi ci racconterai il tuo incontro con il diavolo; ci dirai quale colore ha il brutto ceffo, se è veramente come lo si dipinge, con la coda e le corna e vestito di fuoco».
«Bada Linàrd – prese a dire Ghitìn – non fare il citrullo, pagheresti cara la tua temerarietà».
Linàrd (..) non proferì parola, la storia di compare Talàmp l’aveva colpito. E se fosse veramente così? Un brivido gli corse per tutto il corpo, tuttavia dopo tanta spavalderia non gli conveniva mostrarsi credulone, e tanto meno perplesso e pauroso.
«Ebbene – disse – andrò anch’io a mezzanotte in riva all’Orco e lo invocherò, e se esiste spero si faccia vedere».
Uscì sbattendo la porta e ridendo furiosamente. I rimasti si guardarono in viso con timore: il discorso cominciato languì finché ognuno dei cinque se ne andò cantando a squarciagola, con voce avvinazzata, una canzone per togliersi la paura di dosso.
Notte fonda. Un vento di tramontana soffia con violenza spazzando le brume (..). ll paese dorme tranquillo, nelle case tutti i lucernai sono spenti, solo nel cimitero qualche lume ancora combatte col vento che, gemendo tra le croci, scuote gli alberi alti e vigili che fanno da corona al sacro luogo. Un’ombra cammina taciturna a passo rapido per una delle strade che conducono all’Orco, il vento sibilando tra gli alberi che fiancheggiano la strada flagella il viso di Linàrd, quasi a spiare i pensieri che gli mulinano nella testa.
Ad onta della sua spavalderia sente correre per le ossa un brivido di paura, un angosciante pensiero sembra non abbandonarlo: «E se Satana esiste e mi facesse pagare cara questa temerarietà?». Invano tenta di cacciare questo tormento ma senza riuscirvi, una voce interna va ripetendo: «Chi vede il diavolo muore, sciagurato!».
«Morire? Ah, questo poi no! – esclama con forza – sono tutte fandonie, Satana esiste soltanto nella fantasia dei preti e degli sciocchi!».
(..) Ad un tratto un suono reso fioco dalla lontananza giunge all’orecchio di Linàrd, che si ferma di botto, trasalendo. Il campanile del borgo scocca la mezzanotte. L’Orco gli è a pochi passi rumoreggiando cupamente e tutta la foresta è invasa da tremiti, Linàrd si volta verso il fitto della boscaglia, apre le braccia, e con voce indefinibile grida per tre volte: «Diàu sort!»
Al mattino seguente i cartonè che si recano ai greti dell’Orco per il solito carico di sabbia e pietre trovano una figura supina in mezzo alla strada.
È Linàrd, il cui volto, orribile a vedersi, appare nero come il carbone, tumefatto; gli occhi spaventosamente dilatati, e la bocca, aperta e contorta, pare far ancora uscire l’urlo tremendo che il misero deve aver gettato nel cadere fulminato al suolo.
Che cosa fosse avvenuto nessuno lo saprà mai. Linàrd fu sepolto in un angolo remoto e solitario del vecchio cimitero, e per molti anni la fantasia popolare volle che nella notte dei morti la piccola croce di legno della sua fossa venisse avvolta da fiamme misteriose, mentre gemiti e grida si udivano nell’aria ottenebrata.

La leggenda raccolta da don Giuseppe Ponchia.
Il suggestivo racconto, frutto di una testimonianza orale raccolta dallo storico montanarese don Giuseppe Ponchia (1911-1987) negli anni ‘70 del Novecento, e da lui «romanzato» e pubblicato per una collana di storia del paese (L’Ottocento montanarese, libro III, edito nel 1980), è stato volutamente trascritto senza tener conto delle note a piè di pagina, questo per favorire il lettore alla suggestiva narrazione, evitando prolisse annotazioni su località o stradari montanaresi.
Tuttavia, per i nuovi temerari desiderosi di scoprire il terribile segreto che ha terrorizzato compare Talàmp e Linàrd, possiamo suggerire la strada percorsa dai nostri, con la consapevolezza che, nel XXI secolo, i nuovi diavoli o spiriti folletti sono poco legati alle paure ancestrali dell’uomo per apparire concreti e uniformati all’epoca moderna. Quindi, ancora oggi, avventurandosi sulle sponde dell’Orco di notte, si possono udire e vedere musiche e ridde sabbatiche, con anime dannate contorte da spasmi, invocazioni e lingue di fuoco. È il sabba del nuovo millennio, che prende il nome di Rave-Party.
Testo concessoci dall’editore Baima & Ronchetti, tratto dalla rivista Canavèis
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