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Ivrea

Patrocinio negato per il "Giorno del ricordo"? Il problema è Bosonin. il sindaco smonta il dibattito

Maggioranza e Opposizione si sono concentrati sulle vittime e sui motivi storici della tragedia

foibe

Matteo Chiantore e Igor Bosonin

Leggiamo da wikipedia: Giorno del ricordo solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno, che ricorda i massacri delle foibe e l'esodo giuliano dalmata. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, vuole "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale".

Di questo s'è lungamente parlato al consiglio comunale riunitosi ieri sera. All'ordine del giorno una mozione presentata da Elisabetta Piccoli, Gabriele Garino e Andrea Cantoni del centrodestra che, se approvata, avrebbe impegnato l'amministrazione comunale ad occuparsi di organizzare la ricorrenza e a patrocinare iniziative di commemorazione, studi, convegni, incontri e idibattiti per conservare la memoria di quelle vicende, ma anche ad attivarsi presso la Presidenza della Repubblica per richiedere la revoca del “titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” a Josip Broz Tito.

Aldilà del dibattito sui perchè dell'esodo e sulla tragedia in sè (ci hanno provato un po' tutti e pure lungamente) quel che è venuta chiaramente a galla è la motivazione per cui l'Amministrazione comunale ha rifiutato di concedere il patrocinio alla commemorazione organizzata lo scorso 25 febbraio, e che ha scatenato una lunga serie di polemiche e pure la decisione di scrivere una mozione.

Il problema, stando alle parole del sindaco, non è la giornata in sè, che si potrebbe anche decidere, in futuro, di patrocinare o organizzare. Eh no! Il problema è tutto racchiuso nel Comitato 10 febbraio il cui referente è Igor Bosonin, oggi della Lega, ieri di Casapound.

All'orecchio, Matteo Chiantore s'è appeso, come fosse un orecchino, le dichiarazioni rilasciate a caldo dallo stesso Bosonin due minuti dopo aver ricevuto la risposta.

"Mi è arrivata la mail con il diniego del Sindaco Chiantore - commentava deluso - Una giustificazione imbarazzante! Si legge: “Non concessa perché la medesima potrebbe assumere un carattere politico provocandone un uso distorto dello stesso”. Non sono arrabbiato perché da loro non mi aspetto nulla alla fine sono i nipoti di quel presidente che ha baciato la bara di Tito. Sono gli stessi che nei giorni del ricordo a Norma Cossetto hanno chiamato allo ZAC Gobetti il negazionista delle foibe. Sono gli stessi che negli anni 70 gioivano delle stragi di Acca Larenzia e ora lo gridano ancora in piazza la loro ignoranza. Non sono arrabbiato perché ho la consapevolezza che noi siamo il bene e loro solo un passato che prima o poi verrà rimosso dalle nuove generazioni...".

Ecco, appunto. "Quando dice che sono gli stessi, parla di noi, di me  - ha stigmatizzato ChiantoreIl patrocinio prevede una valutazione del soggetto richiedente. Questo passaggio non è indifferente. Abbiamo già dimostrato di essere privi di preconcetti. Abbiamo patrocinato l’iniziativa di Norma Cossetto e non ci è interessato subire critiche. A nostro avviso quest’associazione utilizza gli eventi storici per fare politica uscendo fuori dal seminato. Le reazioni di Bosonin rispetto al nostro diniego mi sono arrivate e se questo soggetto intende interloquire con il Comune mi sa che ha sbagliato strada...".

Che poi - e anche questo lo ha sottolineato Chiantore - nella precedente consigliatura la richiesta era arrivata dall’Unione istriani di Trieste.

Insomma parole di fuoco. Parole che in un nano secondo hanno smontato un dibattito costruito sui massimi sistemi e in cui si è parlato di vittime di serie A e di serie B, di figli di un Dio minore, di rilettura della storia, di uomini che stanno dalla parte giusta o sbagliata, eccetera, eccetera.

Un dibattito peraltro cominciato con Cantoni che ringraziava  il presidente Luca Spitale per aver dato totale lettura di un testo chilometrico in cui si era fatta molta attenzione a spiegare anche quali potevano essere state le "ragioni" dei partigiani di Tito.

Obiettivo dichiarato dell'Opposizione tentare di mettere un freno ai continui tentativi di minimizzare una "vergogna conosciuta in ritardo" facendo leva sull'ospitalità che Adriano Olivetti e Ivrea diedero agli esuli offrendo loro casa e lavoro.

Secondo Cantoni il negato patrocinio è da ritenersi un danno serio.

"Un errore politico nel senso peggiore del termine - ha inforcato - A decine di anni da quegli eventi tutta la politica dovrebbe  quantomeno farsi carico di evitare che la vergogna prosegua. In questo caso per evitare le polemiche da parte di chi non ha ancora fatto pace con la storia. Per la commemorazione di Norma Cossetto la giunta aveva fatto ciò che era giusto fare e chi ha sollevato polemiche dovrebbe vergognarsi. Forse è mancato un po’ di coraggio...".

E poi ancora rivolto al sindaco: "Sta facendo il gioco di chi vuole vedere questa cosa come partigianeria. Posto che non sono l’avvocato di Bosonin che non ne ha bisogno, il vero problema è che parte di quelle accuse sono calzanti per qualcuno che in questo momento sta gioendo...".

Eisabetta Piccoli

Elisabetta Piccoli si è concentrata su chi giustifica le foibe come ritorsione al modo in cui gli italiani hanno governato quelle terre ai tempi del Duce.

"Fosse così saremmo all'asilo, tu rubi una matita a me e io rubo una penna a te - ha sottolineato - Io credo ci si debba fermare ai morti . Dire che non si concede il patrocinio perchè il Comitato 10 febbraio può in qualche modo essere ricondotto ad una certa parte politica lo trovo riduttivo. Non importa chi è il proponente. Del Comitato non fa parte solo Bosonin e quelle sue affermazioni non mi appartengono. E' una data che va commemorata. Non farlo è un affronto alle vittime e ai parenti delle vittime. Mi dispiace che succede tutto questo nella città di Adriano Olivetti. E' una seconda violenza...".

Di sicuro secondo Barbara Manucci, capogruppo del Pd, la tragedia "nasce dai nazionalismi messi sotto silenzio".  "Giustamente noi ricordiamo i nostri morti - ha sintetizzato - Ma i fatti devono essere inquadrati in un contesto storico. Voteremo contro, ma non perchè non riteniamo valido il tema...".

Il finale è tutto una frecciata con il presidente del consiglio Luca Spitale pronto a ricordare che alla commemorazione di Norma Cossetto, alla quale lui ha partecipato, la politica l'ha sentita tutta, vivendo una strumentalizzazione dell'evento in prima persona. Ancora Andrea Gaudino, con una citazione di Boriz Pahor scrittore sloveno con cittadinanza italiana ("Spesso, nel ricordare la propria tragedia, può accadere che si tenda a dimenticare quanto è stato fatto agli altri.") e infine Elisabetta Piccoli su una email inviata al Comune e firmata dal coordinatore regionale dell'Unione degli Istriani Alessandro Schirru, a cui non è mai stata data una risposta. Anche in questo caso, però, ci sarebbe una motivazione politica, visto che la email sarebbe partita su suggerimento del consigliere regionale della Lega Andrea Cane, come peraltro ha candidamente ammesso Piccoli.

Tra tutti gli interventi quello della consigliera Vanessa Vidano merita di essere pubblicato integralmente, non tanto per il contenuto, quanto per la passione che ci ha messo nello scriverlo e nel decantarlo in consiglio comunale. 

Il succo dell'intervento di Vidano? "Che erano fascisti e se la sono cercata..." ha chiuso il cerchio Cantoni.

Per la cronaca, ma solo per quella, i consiglieri comunali Paolo Noascone e Tony Cuomo si sono astenuti, mentre Massimiliano De Stefano si è allineato alla maggioranza con il voto contrario.

Se fossi nata...

 Nel leggere il titolo della mozione non posso che fare a meno di provare un moto di dispiacere. Il termine «figli di un Dio minore» è un’espressione che mi ha sempre fatto molta tristezza, perché associata a chi ha subito un’ingiustizia a cui non si è posto rimedio e a cui non si è riparato in alcun modo. 
Così, letta questa mozione ho iniziato a pensare e mi sono persa in un gioco d’immaginazione.  
In un’altra vita, sarei potuta nascere in quei luoghi, forse. 
Se fossi nata nella prima metà dell’800, probabilmente avrei avuto vicini di casa che parlavano italiano, altri che parlavano la lingua dalmatica, altri l’istriota, varie lingue slave, addirittura la lingua veneta, più a ovest. A inizio ‘800 sarei vissuta relativamente bene, perché le identità nazionali non avevano ancora creato barriere fra i popoli e la convivenza era relativamente pacifica. 

Se fossi nata invece nella seconda metà dell’800, la situazione sarebbe già stata diversa: la nascita dei nazionalismi crea i primi solchi tra le società, cominciando la «costruzione delle identità» che, se appena un secolo prima erano espressione di un’appartenenza geografica e culturale, ora diventano una rigida divisa concettuale.
In quell’epoca, l’impero austro-ungarico sostiene strumentalmente, per ragioni prettamente politiche, l’affermarsi delle «etnie» croate e slovene.
Ed io, fossi nata all’epoca, non me la sarei passata bene. In poco più di 50 anni la popolazione italiana in Dalmazia sarebbe passata dall’essere il 20% al 2%. Nel 1909, fossi vissuta in Dalmazia, mi sarebbe stato proibito parlare italiano.
Poi, avrei vissuto la Prima Guerra Mondiale. Avrei visto una nuova occupazione militare italiana e il nazionalismo diventare una questione aperta tra Stati. Avrei notato come i miei concittadini, di qualsivoglia appartenenza, iniziassero a vivere in un costante clima di esasperazione. Con l’avvento del fascismo la situazione peggiora.
Se fossi nata in quegli anni avrei iniziato a notare che qualcosa nell’aria cambiava. Nei territori sotto dominio italiano viene abolito l’uso della lingua slava con relativa sostituzione di tutti gli insegnanti, viene estromesso dagli incarichi pubblici tutto il personale non italiano, vengono imposti nomi italiani alle città, vengono italianizzati i cognomi di decine di migliaia di croati e sloveni, viene imposto il saluto romano.
L’intolleranza fascista è velata spesso e volentieri da un chiaro sentimento razzista, tipico dei regimi totalitari di destra dell’epoca.
Se fossi vissuta in quegli anni, da italiana, non mi sarebbe stato difficile vedere come l’odio contro gli italiani diventava palpabile, seppur represso.
Con lo scoppio della guerra e con l’invasione nel 1941 della Jugoslavia da parte prima dell’esercito tedesco e poi di quello fascista, le cose sarebbero cambiate e di molto.
Avrei di certo sentito gli echi dei proclami dei generali fascisti - Mario Roatta e Mario Robotti -  che incitati dal Duce avrebbero prima ordinato l’incendio di numerosi villaggi dove stava iniziando una resistenza popolare, per poi organizzare la deportazione dei civili e dei sospetti collaborazionisti nei 7 campi di concentramento che erano stati istituiti nelle zone a occupazione italiana.
La città di Lubiana in quegli anni di occupazione viene completamente recintata da reti e filo spinato, si calcola che in 29 mesi fra le 33 e le 35 mila persone vengano fatte marciare a forza e interante nei campi, di queste dalle 4 alle 7 mila muoiono di fame e di stenti. Interi villaggi vengono incendiati, le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno proprio grazie a una famosa circolare del generale Mario Roatta, la circolare 3C, che chiede ai soldati italiani di applicare non la semplice legge del taglione - dente per dente - ma quella di «testa per dente».
 
Se fossi vissuta in quegli anni avrei visto intorno a me terrore, violenza spesso deliberata, morte e distruzione. E avrei visto sparire quei pochi vicini di casa slavi che mi erano rimasti. Questa cosa non mi avrebbe fatto dormire sonni tranquilli. Mi avrebbe messo in un perenne stato di angoscia e paura.
Che cosa mi sarebbe successo se la situazione fosse cambiata? Cosa sarebbe successo se Mussolini non fosse riuscito a mantenere il controllo del territorio in cui vivevo? Intorno a me inizio a capire che le popolazioni jugoslave si stanno riunendo tutte sotto una grande resistenza unificata, quella del generale Tito.
Cosa succederà se quella resistenza avrà la meglio? Ma dopo una notte insonne, forse, la mattina mi sarei detta: «Devi stare tranquilla, il governo italiano ha a cuore i suoi cittadini, il suo popolo. Mi proteggeranno, qualcosa faranno. Nessuno ha protetto i miei vicini di casa slavi, ma perché loro stavano dalla parte sbagliata. Non è vero?».
Ma presto, il dubbio che un parte giusta non c’era mai stata, mi sarebbe venuto. Quel dubbio è una data, ed è il 26 luglio 1943. Il giorno in cui cade il governo del Duce. Da quel giorno è la mia vita a cambiare.
La mia vita, quella degli insegnanti italiani nelle scuole, quelle dei funzionari dello stato italiano nei luoghi pubblici, e quella dei soldati. I soldati, dopo la caduta di Mussolini vengono lasciati senza direttive, non sanno cosa devono fare, e dopo l’8 settembre, capiscono di essere diventati un bersaglio.
Un doppio bersaglio: per i partigiani di Tito e per i soldati di Hitler. A migliaia cadono sotto il fuoco nemico e a migliaia vengono chiusi nei campi di internamento militare in Jugoslavia o in Germania. E ai civili italiani, tocca lo stesso misero destino che era toccato fino a pochi mesi prima ai civili sloveni e croati: uccisioni sommarie, gli eccidi delle foibe e, di nuovo, i campi di concentramento. Se fossi vissuta in quegli anni avrei visto vittime e aguzzini scambiarsi di posto, come in una macabra commedia.
Tornando alla mozione, concludo.
Figli di un Dio minore dicevamo all’inizio: mai! Tutti figli dello stesso Dio, qualunque esso sia. E tutti uguali, aggiungo. Celebrare il giorno della memoria delle foibe è un compito importante e complesso. Bisogna avere una grande onestà intellettuale. Bisogna avere il coraggio di prendere quel fatto storico e smontarlo, aprirlo, guardarci dentro e dietro, sotto e sopra. Perché se dobbiamo fare memoria, se dobbiamo insegnare ai giovani a ricordare, dobbiamo innanzitutto farci una domanda: perché lo voglio fare? Per onorare la memoria di quelle persone? Bene, allora per farlo dobbiamo raccontare tutto, ma proprio tutto quello che è successo. Bisogna leggere le foibe e l’esilio come la conseguenza disastrosa di tutta una catena di cause ed effetti che hanno preceduto quegli eventi. Solo così possiamo guardarci allo specchio con serenità e dirci: lo sto facendo per loro e solo per loro. Non v’è altro motivo. Se ci saranno eventi patrocinati da questa amministrazione quindi, mi auguro che il racconto della storia sarà fatto a partire da tutte le angolazioni, di modo che gli sbagli di allora servano come monito per il presente. Nonostante in alcune piccole parti la mozione provi a non dare un senso unico degli eventi, intravedo ancora una lettura troppo ridotta e parziale del fatto storico, e per questo motivo voterò contro.
Vanessa Vidano
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