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16 Marzo 2024 - 19:18
A destra: Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Torino
Palazzo di città, secondo piano a destra. Sala Dorata testimone di un momento definiamolo "significativo" per la lotta a fenomeni socialmente deleteri come le mafie e l'usura. L'altro giorno Ivrea ha infatti ufficialmente aderito ad "Avviso Pubblico", marcando, almeno a parole, un passo importante verso la promozione di una cultura della legalità e della cittadinanza responsabile.
"Avviso Pubblico", per coloro che potrebbero non esserne a conoscenza, rappresenta una rete nazionale che coinvolge Comuni e Regioni in un'azione congiunta contro la criminalità organizzata e per l'educazione alla legalità. La sua missione è di radicare nei cittadini, fin dalla più tenera età, il senso di responsabilità civica e il rifiuto di ogni forma di illegalità.
Nata nel 1996, Avviso Pubblico coinvolge oltre 600 enti in tutta Italia.
L'evento ha visto la presenza di figure chiave nel panorama dell'impegno civile e sociale, tra cui il Presidente di Avviso Pubblico, Roberto Montà.
Durante la conferenza, sono stati nominati i delegati del Comune di Ivrea all'assemblea nazionale di "Avviso Pubblico": l’Assessora Gabriella Colosso e il consigliere Andrea Gaudino. Non sono due nomi buttati lì a caso, ma l'inizio di un percorso di azioni concrete mirate al rafforzamento della coscienza collettiva.

"Il nostro ruolo sarà quello di promuovere la cultura della legalità e del rispetto delle regole sul territorio eporediese", ha affermato l'Assessora Colosso - Con Gaudino ci impegneremo a coinvolgere le scuole, le associazioni e la cittadinanza tutta in un percorso comune di sensibilizzazione e di contrasto alle mafie. L'adesione ad Avviso Pubblico è un atto concreto che testimonia la nostra ferma volontà di contrastare le mafie e l'usura e di promuovere una cultura della legalità."
L'iniziativa assume un'ulteriore rilevanza in vista della "XXIX Giornata nazionale della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, che si terrà a Roma il prossimo 21 marzo 2024 nel ricordo di tutte le vite spezzate dalle mafie e per rinnovare l'impegno della società civile nella lotta contro questo cancro sociale.
Nell'ottica di un approccio multilaterale, l'incontro ha visto anche la partecipazione di Luciana Malatesta della Fondazione Anti Usura La Scialuppa CRT. Attiva dal 1998, La Scialuppa si dedica alla prevenzione del fenomeno dell'usura in Piemonte e Valle d'Aosta. La Fondazione, che a partire dal prossimo aprile avrà uno sportello informativo presso il Comune di Ivrea, offre un sostegno concreto a chi si trova in difficoltà economiche. In sintesi cerca di evitare che cittadini vessati da problemi finanziari cadano nelle grinfie degli usurai.
"L'usura rappresenta un problema drammatico che colpisce tante famiglie in difficoltà - ha sottolineato Malatesta - Grazie alla collaborazione con il Comune di Ivrea, potremo potenziare il nostro servizio di assistenza e sostegno alle vittime di questo reato."
L'adesione di Ivrea ad "Avviso Pubblico" e la collaborazione con La Scialuppa CRT rappresentano due facce della stessa medaglia nell'impegno contro la criminalità e per la promozione di una società più giusta e consapevole, perchè le mafie e l'usura non sono solo un problema del Sud Italia.
La giornata s'è poi conclusa in Santa Marta con Alessandro Damiano e la testimonianza sul padre Amedeo Damiano, presidente dell'U.S.S.L. N.63 di Saluzzo, ferito mortalmente in un agguato intimidatorio il 24 marzo 1987 a opera di un gruppo criminale che non aveva "accettato" l'avvio di due inchieste per gravi irregolarità all'interno della U.S.S.L. che presiedeva.
Prima del 2011 e del processo Minotauro, infatti, in Piemonte, l'idea che un po' tutti si erano fatti della Mafia era di un qualcosa estremamente lontano. Considerata inverosimile, quasi mitologica, proprio come quella figura a guardia del labirinto nell’isola di Creta: il Minotauro.
Tante parole ma solo quelle. Eppure le avvisaglie c'erano già state ed erano venute fuori con l'indagine "Crimine", nata nel 2003, per mano della Procuratrice Ilda Bocassini a Milano. Correva il 2010 e questo giornale, decisamente anzitempo, decise di raccontare tutto, attingendo proprio da quelle carte e dalle relazioni della commissione parlamentare antimafia. E si parlava del Piemonte, del Canavese, della Provincia di Torino, di Bardonecchia.
Risultato?
Tre querele (archiviate l'anno dopo) di sindaci e consiglieri regionali che di fronte alle proprie città definite "mafiose" se l'erano presa a male. Iniziò lo sputtanamento del giornale definito "carta straccia", quello dei "titoli urlati", quello che non sapeva cosa scrivere. Poco male. Fu infatti proprio grazie a quelle inchieste, date in pasto ai lettori quando nessuno ne parlava, che "La Voce" spiccò il volo in edicola e oggi è ancora qui.
La verità venne fuori pochi mesi dopo, nella notte tra il 7 e l’8 giugno 2011, coordinata dalla Procura di Torino, con 142 arresti in Piemonte, Lombardia, Liguria e Calabria. Stando alle indagini - e a quel che era più o meno emerso a Milano - la ‘ndrangheta aveva invaso ogni cosa, con otto clan attivi su Torino e sei paesi dell’hinterland: Cuorgné, Volpiano, Rivoli, San Giusto Canavese, Chivasso, Ivrea e Moncalieri.
Si scopre (ma noi lo avevamo scritto un anno prima) che in Piemonte erano attive non solo famiglie mafiose, ma anche “locali“: un modello organizzativo più complesso, con un sistema di gerarchie e di ruoli.
Il 26 ottobre 2011 inizia il maxi processo Minotauro a Torino, nell’aula bunker della casa circondariale “Le Vallette”, che si dividerà in tre procedimenti distinti: delle 172 persone indagate, 75 saranno i rinviati i giudizio, 74 verranno giudicati con rito abbreviato mentre 20 sceglieranno la strada del patteggiamento. Il 6 novembre 2020, la cassazione condanna in via definitiva 23 imputati fra esponenti importanti dei clan, imprenditori e politici locali.
Tra i soggetti al 41/bis ci sono personaggi di grande spessore criminale, come Bruno Iaria, capo locale di Cuorgnè, definito il “re” del Canavese. Durante una deposizione dichiara di non sapere cosa fosse la ‘ndrangheta e di essere responsabile di aver organizzato qualche cena, di aver partecipato a matrimoni e funerali, e di essere un onesto lavoratore.
Poi ci sono i soggetti a cui il gruppo della ‘ndrangheta sotto la Mole si rivolgeva quando era necessario far ricorso alla violenza, intimidire, punire: Adolfo e Aldo Cosimo Crea, di Monasterace. Tra i condannati anche Rocco Raghiele, capolocale di Moncaleiri, Francesco Perre, capolocale di Volpiano, Giuseppe Fazari di San Giusto e Urbano Zucco, imprenditore edile di successo e uomo capace di vincere grossi appalti, sia pubblici che privati.
Minotauro fu solo l'inizio.
Seguirono numerosi filoni d’indagine, a cominciare dall’inchiesta Cerbero sul clan di Volpiano e l'arresto dei narcotrafficanti Rocco Morabito e Vincenzo Pasquino, latitanti in Sudamerica.
Un circuito di infiltrazioni ignorato dalla politica e, per ciò stesso, favorito. Ed è questo il punto. Com'era potuto accadere tutto questo? Per comprendere il fenomeno occorre spiegare bene la differenza che passa tra il "commettere un reato" e l'essere condannato per aver "semplicemente" favorito, ho aderito alla 'ndrangheta, tra "processi penali" e "comuni sciolti per infiltrazione mafiosa...".
A leggere le sentenze di "'ndrangheta", infatti, non si troveranno persone ammazzate, richieste di pizzo o usurai. Per essere definito "mafioso" quindi essere condannati, basta aver aderito ad un'organizzazione che per sua natura commercializza armi e droga, favorisce la prostituzione e tutto ciò che di più illegale c'è. Ed è questo che gli inquirenti cercavano: le adesioni ("Affiliato alla 'ndrangheta dal...").

Stesso discorso vale per la maggior parte dei Comuni sciolti per "mafia". Non occorre un procedimento penale che coinvolga il sindaco, un assessore o un consigliere comunale. Lo scioglimento il più delle volte avviene perchè il Prefetto, quindi il Tribunale su proposta del Ministero degli Interni, ritengono che quell'amministrazione comunale lì, quei cittadini lì, non siano in grado di capire che cos'è mafia e che cosa non lo è. Insomma non sono in grado di amministrarsi e di eleggere i propri rappresentanti, quindi meglio un commissario...
Lo spiegò molto bene l'ex Procuratore della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli durante una requisitoria: “Capita tutto questo per la scarsissima sensibilità verso un’emergenza che ha talmente attecchito da non poter neppure essere considerata un’emergenza". E il dito era puntato su “un certo distacco snobistico del nord”.
Ma di che cosa si occupa oggi la 'ndrangheta o le mafie?
Limitarsi all'usura non rende bene l'idea.
Il principale problema di chi commercia armi e droga, infatti, è riuscire a giustificare il denaro guadagnato illecitamente. L'obiettivo principale di un mafioso è dunque ripulire il denaro per poi poterlo spendere passando inosservato.
Una grossa "lavatrice" è costituita dai "bar" e dalle "pizzerie". Già! La Mafia li acquista attraverso dei prestanome, poi li dà in gestione, garantendo ai locatari (a prescindere da quanti clienti veri arriveranno) un flusso di denaro (sporco) sufficiente per pagare un canone "elevatissimo" che nelle tasche del prestanome o del mafioso, diventa "pulito". Non importa se l'operazione costa mille e frutta 500, perchè questi ultimi possono essere rendiconti e bonificati.
Tant'è!
Cosa può fare un amministratore pubblico "pulito", oltre ad allontanare dal raggio delle proprie amicizie tutti i "sospettati"? Poco! Quasi niente.
Diciamo che gran parte del lavoro lo si dovrebbe fare nel momento in cui si organizzano le liste elettorali. I rischi di infiltrazione aumentano se si punta alla preferenze e non alle capacità dei candidati e su questo c'è ancora molta strada da fare.
Rimbombano ancora nel cervello le parole di Paola Trovati, giudice di primo grado nel processo Minotauro, mentre interrogava un consigliere comunale del Partito Democratico. Qualcuno se le ricorda? “Oddio signor ... (Giovanni ndr), è veramente interessante quello che lei dice, non per il processo ma per lo sconforto che crea. Prego, vada avanti…”.
E lui, Giovanni, che aveva detto di così sconvolgente? Semplicemente che l'analfabeta Tizio poteva contare su 200 voti, il calabrese Caio su 250 e Sempronio su 70. Eccetera, eccetera, eccetera...
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