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07 Marzo 2024 - 23:12
L'ex Pm Pierluigi Davigo oggi davanti al Tribunale di Brescia
Quando i giudici hanno letto il dispositivo della sentenza, è impallidito perché è sempre stato e sempre sarà convinto di "aver agito in buona fede, senz'altro scopo se non quello di ripristinare la legalità".
Piercamillo Davigo, ex pm di Mani Pulite ed ex consigliere del Csm, è stato condannato anche in secondo grado a un anno e 3 mesi di reclusione, con pena sospesa e non menzione, per la vicenda dei verbali di Piero Amara su una inesistente Loggia Ungheria.
A confermare la sentenza con cui il Tribunale lo scorso 20 giugno aveva ritenuto che fosse responsabile di aver rivelato il segreto d'ufficio, facendo circolare quelle carte "scottanti" o il loro contenuto tra i componenti di Palazzo dei Marescialli ai danni anche del suo ex collega Sebastiano Ardita, è stata la Corte d'Appello di Brescia.

Piercamillo Davigo in tribunale con l'avvocato Davide Steccanella
Il collegio, che ha accolto la richiesta del pg Enrico Ceravone, ha anche condannato il magistrato, ora in pensione, al pagamento di ulteriori spese processuali che si aggiungono al versamento, di 20 mila euro, già stabilito, ad Ardita ora parte civile.
Le motivazioni saranno depositate in 90 giorni.
E mentre Davigo, subito dopo il verdetto, ha lasciato l'aula dicendo di non avere alcuna dichiarazione da fare, l'avvocato Davide Steccanella, che lo difende assieme a Francesco Borasi, si è limitato a un breve commento: "Rimango convinto della sua assoluta innocenza e andrò avanti in Cassazione".
Il legale di Ardita, Fabio Repici, ha invece ripetuto più o meno le stesse parole della scorsa estate: "Non c'è da sorprendersi. In fondo l'imputato aveva anche confessato di aver commesso i reati per cui oggi è stata confermata la condanna" e che "il fine era screditare" il suo assistito.
Al centro della vicenda ci sono i verbali su una inesistente loggia resi da Amara tra dicembre 2019 e gennaio 2020 nell'ambito dell'indagine milanese sul cosiddetto falso complotto Eni.

Piercamillo Davigo fuori dal Palazzo di Giustizia
Verbali consegnati a Davigo nell'aprile successivo dal pm Paolo Storari per autotutelarsi di fronte, a suo dire, a una presunta inerzia dei vertici del suo ufficio.
Davigo, allora al Csm, secondo quanto emerso dal dibattimento, parlò del caso ai tre componenti il Comitato di Presidenza di Palazzo dei Marescialli: al vicepresidente David Ermini - affinché informasse il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in quanto presidente del Csm - e all'allora procuratore generale e presidente della Cassazione Giovanni Salvi e Pietro Curzio.
Del contenuto di quegli atti di indagine informò, in qualche caso mostrandoli, altri consiglieri e il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia in quota ai Cinquestelle, Nicola Morra.
Tutto ciò, si ipotizza, anche per motivare i contrasti insorti con Ardita, un tempo suo compagno di corrente, il cui nome era nell'elenco di coloro che avrebbero fatto parte della fantomatica associazione segreta snocciolato da Amara.
L'avvocato siciliano è ora a processo per calunnia.
L'ex pm ha sempre respinto ogni accusa, convinto, oltre al fatto che per il suo ruolo al Csm non era opponibile il segreto, di aver agito "in buona fede" e in nome della legalità.
"Ciò posto - prosegue una memoria depositata dalla difesa qualche giorno fa alla Corte - l'unica alternativa che restava a Davigo a pochi mesi dalla pensione, di fronte alla denuncia di Storari", suo coindagato e assolto definitivamente, "era quella suggeritagli dal Presidente del Tribunale di primo grado di 'farsi i fatti suoi'".
Ma se "uno sceglie di fare il magistrato e quindi di servire la Repubblica (ed è pagato dallo Stato per fare questo), ha il dovere, a differenza di qualsiasi altro comune cittadino, di 'non farsi i fatti suoi' se viene a conoscenza di un possibile illecito", prosegue la memoria in cui si citano, come nell'arringa durante la scorsa udienza, i "galantuomini del ne quid nimis" manzoniani.
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