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Settimo Torinese

Vacis non è il Re Sole! Il dibattito intorno all'esilio di un grande regista continua

La parola a Raffaele Pace, Elena Piastra e Silvano Rissio

Teatro Settimo, Settimo Torinese,

Elena Piastra, Gabriele Vacis

E c’è lui che su Facebook annuncia uno spettacolo e poco sotto qualcuno che gli chiede: “Non sarebbe stato più facile portare lo spettacolo a Settimo Torinese...? Magari con costi agevolati per facilitare la partecipazione alla democrazia e alla cultura, alla periferia delle periferie?”. 

Risposta di Gabriele Vacis, uno dei più noti e apprezzati registi teatrali italiani. 

 “Eh sì, sarebbe stato molto più semplice... . Non capisco se c’è un equivoco... A Pem a Settimo non fanno più mettere piede..”.

Insomma, blasonato ovunque non nella sua città, dove ha mosso i suoi primi passi con “Teatro Settimo”. 

Qui, la politica, da qualche decennio a questa parte, non se lo fila neanche di striscio, comunque poco e non quanto meriterebbe.

Succedeva già con l’ex sindaco Aldo Corgiat che però nel 2008 gli affidò la produzione di un docufilm.

“No! Non succedeva - più o meno inforca Vacis -  Ve lo racconto io com’è andata. Noi bisticciamo da quando eravamo ragazzi. Lui ha detto e fatto cose che mi hanno fatto arrabbiare e io ho detto e fatto cose che lo hanno fatto arrabbiare. Ma se c’è una cosa che non posso dire è che da parte sua sia mai venuto a mancare il rispetto nei miei confronti. E spero che lui possa dire lo stesso dei miei comportamenti verso di lui. “Uno scampolo di paradiso” è stata un’esperienza molto importante per me, e non dimentico che si è potuta fare perché Corgiat l’hai voluta. Come non dimentico la sua proposta di presidenza del nascente ECM, che non si è realizzata perché io, in quel momento, avevo impegni che non mi avrebbero permesso di seguire una cosa così importante. E potrei continuare a citare episodi che dimostrano che non è vero per niente che lui (cioè sempre Corgiat, ndr) “non mi ha  mai filato neanche di striscio”. E tutte le volte che ho potuto ho risposto con entusiasmo...”.

Per il resto?

“È più di un anno che l’amministrazione di Settimo è uscita dai miei orizzonti, sia professionali che personali. Ma non è mia intenzione parlarne in alcun modo...”. Fine della telefonata...

A non voler affatto spegnere la miccia innescata dal nostro giornale è, invece, Raffaele Pace. Anche lui dice di averci messo una pietra sopra (più o meno diciamo noi!) 

In linea di massima tutto vuole fare tranne che criticare “Elena”, cioè la sindaca. 

“Su questa cosa di Vacis ci siamo parlati più volte -  ci racconta - A Gabriele ho sempre chiesto chi glielo facesse fare di perdere del tempo in questa città. E’ una  maledizione storica. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo ma la verità è che Gabriele è una delle migliori teste in Italia. E’ una figura di un certo spessore e non ha bisogno di Settimo Torinese per esprimersi. Questa estate eravamo a Segeste. Ad un certo punto saluta uno. Gli chiedo chi fosse.... Era il rettore dell’Università di Padova. Aveva saputo del suo spettacolo ed era corso a vederlo.  Presto sarà in scena a Paestum... non so se mi spiego...”

E poi a proposito di Piastra

“Lei è in buona fede. Con me è stata chiara. Mi ha detto che non può rincorrere le eccellenze, che deve occuparsi di tutte le associazioni. All’inizio del mandato ha provato a sostenere Vacis, solo che nel mondo della cultura, non solo a Settimo,  le strutture burocratiche si mangiano la maggior parte dei soldi. Si pensava che Settimo potesse dare un sostegno fisico a Pem (l’impresa sociale di Vacis).Per far ripartire il laboratorio in città l’Amministrazione comunale gli ha concesso l’uso gratuito di alcuni spazi, compresa la Suoneria, ma poi la loro gestione si è complicata all’inverosimile. Troppa burocrazia. Quando la sera i ragazzi venivano a provare, per l’impiegato del Comune era già arrivata l’ora di chiudere... E’ difficile gestire 15 ragazzi di 20 anni con gli orari dell’ufficio pubblico...”.

Epperò ci deve essere dell’altro se è vero -  e lo è - che da un lato il Comune coproduce con Pem “Sette a Tebe”, l’ultimo lavoro e dall’altra si scopre che sul cartellone degli spettacoli cittadini non ce n’è traccia... 

“Non so che dire - allarga le braccia Pace - Quello che dovevamo fare a Settimo lo faremo a Torino al Polo del 900 grazie a Caterina Greco che conosce e riconosce il valore dell’artista...”.

Tant’è! Prendere o lasciare. Chi non vuole mandarle a dire o fomentare il gossip è Silvano Rissio, presidente di Fondazione ECM.

“Ho  letto quel che ha scritto e non condivido nulla, neanche la ricostruzione storica - stigmatizza - Pem, da quando ci sono io, ha preso più di 100 mila euro. A Vacis abbiamo dato ogni possibilità di lavorare in questa città. Abbiamo concesso in uso gratuito la Suoneria e in piena pandemia la Siva e l’Ecomuseo.  E’ un grande regista, nessuno lo nega... Fa dei bellissimi spettacoli  e infatti ne abbiamo acquistato alcuni, come Antigone e Il risveglio. Altra cosa è pensare che tutto giri intorno a lui. Se vuole essere il Re sole sia il Re Sole, ma non a Settimo. Questa è una città culturalmente policentrica che dà spazio a tutti. Fondazione ECM è un’eccellenza, un fiore all’occhiello che sta facendo un ottimo lavoro per il nuovo Polo bibliotecario e per la rinascita dell’Ecomuseo. Il cartellone cittadino? Non lo fa ECM ma un’altra società a cui è stata data in gestione la Suoneria. L’anno scorso comunque c’erano. due spettacoli di Pem e li abbiamo pagati noi...”.

Stessa musica con la sindaca Elena Piastra. Anche lei sottolinea i contributi dati a Pem (“al primo posto nell’elenco dei finanziamenti”) e anche lei racconta della concessione dell’uso gratuito di Suoneria, di Siva ed Ecomuseo.

“Pem nasce a Settimo anche attraverso l’uso gratuito degli spazi - inforca - Questa città  per Vacis ha fatto tantissimo e più di così non si poteva proprio fare ma forse lui si aspettava altro. Mi riferisco alla direzione artistica del Teatro Garibaldi. Sarebbe stata una scelta mia che non ho mai voluto prendere e che non prenderò. Non perchè io non riconosca la grandezza di Vacis, ma proprio perchè credo che il teatro abbia bisogno di tutti. In questi anni ho dialogato con lui e con tanti altri del Teatro Settimo.  Con Adriana Zamboni, con Laura Curino, con Marco Paolini. Il dibattito è tutto politico, non culturale.  Dare la direzione artistica a Gabriele sarebbe stato rompere con quanto siamo riusciti a fare in questo territorio: un lavoro importante di innovazione culturale. Chiaro però a tutti che gli spettacoli che Pem porta in giro sono nati qui in questa città. Sette a Tebe non è in cartellone? L’ultimo dei problemi è aggiungerlo ...”...

E poi c'è questo. C'è il racconto di quel che è stato il Laboratorio Teatro Settimo che è il motivo per cui vogliamo continuare a parlarne. Il testo che vi proponiamo, di tanti anni fa, addirittura del 2014, è di Gabriele Vacis.

Nell’aprile del ’74 Antonia Spaliviero aveva 19 anni, Adriana Zamboni ed io (Gabriele Vacis, ndr) ne avevamo 18, Laura Curino 17 e Lucio Diana 16. Non c’eravamo solo noi, eravamo più di 20.

E ognuno aveva idee sue, che adesso si chiamavano opinioni o, addirittura, posizioni politiche. Nel gruppo teatrale convergevano diverse aggregazioni giovanili, qualcuno era della Federazione giovanile Comunista Italiana, qualcuno veniva dalla parrocchia. Era un gruppo ecumenico: chiamiamoci “Teatro ecumenico”, propose uno di Cielle che quando gli veniva la tentazione leggeva il Vangelo.

Altri due tipi, di Ellecì, proposero di chiamare la compagnia “Teatro proletario”: non si raggiunse una posizione unitaria. Si decise perciò di presentare una rosa di nomi. Ma quando la rosa fu comunicata alla bibliotecaria, che avrebbe dovuto riaprire il dibattito e mediare una soluzione, la locandina dello spettacolo era già belle che stampata.

La Biblioteca Civica di Settimo Torinese, aveva organizzato un laboratorio teatrale?

Sì.

I partecipanti al laboratorio teatrale si erano entusiasmati al punto di fare uno spettacolo? 

Sì.

Allora come si chiamava il gruppo? Laboratorio teatrale di Settimo Torinese! Era una fata la direttrice della biblioteca. I due di Ellecì e quello di Cielle protestarono vibratamente contro le prevaricazioni che le istituzioni pubbliche, falsamente democratiche, perpetrano ai danni dei giovani... La direttrice della Biblioteca rispose srotolando le locandine sul tavolo. Tutti videro i loro nomi stampati in ordine alfabetico e la vanità ebbe la meglio sull’ideologia. Era una fata, la direttrice della biblioteca. Giovane, bionda, tutti erano innamorati di lei, maschi, femmine, comunisti, ciellini. 

Sembrava Dominique Sanda, arrivata da poco, aveva trasformato la biblioteca in un luna-park dove si potevano frequentare corsi di yoga e di cucina macrobiotica, ascoltare concerti di cantautori che suonavano il pettine e la sega (la chitarra era già roba borghese), partecipare a conferenze sugli anticoncezionali, riunirsi in collettivi femministi, seguire, appunto, laboratori di animazione teatrale. 

Così fu Laboratorio Teatro Settimo e tutti poterono godersi il proprio nome incollato sui muri della città. Era il 10 aprile del 1974. Lo spettacolo che andò in scena nel salone della biblioteca si intitolava “Questa storia non ci piace: buchiamola!” 

All’epoca i corsi di animazione non prevedevano la produzione di uno spettacolo. Anzi, il prodotto spettacolo era disprezzato dai più: era, proprio in quanto “prodotto”, il germe del consumismo culturale! Però all’animatore che conduceva il corso di animazione alla fu chiaro dal primo incontro che, tra i venti giovanotti che aveva di fronte, a cinque o sei di quei venti, interessava una cosa sola.

Collochiamo storicamente la scena: post-contestazione, scontro radicale con la tradizione, lotta contro tutte le forme convenzionali dell’espressione.

A quei cinque o sei interessava una cosa sola. Si cambi nome al libro, al quadro, al film. Si smetta pure di farli libri e quadri e film, si seppelliscano penne, pennelli, esposimetri e si disseppelliscano performances come asce di guerra, happening, azioni, ANIMAZIONE! All’animatore che conduceva il corso di animazione e anche a Dominique Sanda, fu chiaro come il sole che a quei cinque o sei che avevano di fronte interessava una cosa sola… 

Approcci amorosi? Anche. Nel bel mezzo degli anni settanta, nella segregata solitudine della città dormitorio, benvenga una biblioteca che offra opportunità d’abboccamento agli adolescenti aborigeni. 

Ma quei cinque o sei volevano una cosa sola: fare il teatro! Così il 10 aprile del 1974 andò in scena “Questa storia non ci piace: buchiamola!”. 

Di lì a una settimana le Brigate Rosse sarebbero diventate famose sequestrando il magistrato Mario Sossi, di lì a un mese l’Italia avrebbe votato NO all’abrogazione del divorzio, di lì a due mesi, a Brescia sarebbe scoppiata la bomba in Piazza della Loggia, in America il presidente Nixon stava facendo i conti con lo scandalo Watergate e in Grecia cadevano i Colonnelli… Anno turbolento.

E ad un gruppo di “giovani impegnati” come noi la storia che non piaceva era questa? No. Lo spettacolo non parlava di grandi avvenimenti, di grande storia. Parlava delle piccole storie di una piccola città, la nostra. 

Raccontava il vecchio conflitto tra i contadini e lavandai. I contadini vivevano da sempre a Settimo. Dalla metà dell’ottocento hanno cominciato a fare i conti con un fenomeno che ci avrebbe accompagnato fino ad oggi: l’immigrazione.

La città, che era ancora un paese, era assediata dalle paludi. Cavour decise che bisognava fare l’Italia. Quindi deportò dal vercellese un po’ di poveracci per fare un lavoro che i contadini settimesi non avevano fatto per secoli: bonificare le paludi. Il nostro spettacolo cominciava con la canzone dei lavandai: Avevamo sognato panni stesi ad asciugare, senza miseria, nelle nostre case, piene di umidità, piene di umidità... Il ritornello piene di umidità veniva ripetuto otto volte, perché la reiterazione si incontra nel patrimonio etno-musicologico di ogni angolo del mondo: Piene di umidità, piene di umidità…

Imparavamo il potere del ritmo. Dopo la canzone dei lavandai veniva la presentazione dei contadini: la famiglia Fiore, antico cognome locale. Il padre si chiamava Giacinto, la madre Margherita e la figlia Ortensia. Anche loro vivevano in case ...Piene di umidità, piene di umidità. La figlia Ortensia si innamorava di un giovane immigrato, venuto per bonificare le paludi, ma la famiglia Fiore non vedeva di buon occhio l’intesa, perché i nuovi arrivati erano poveri e vivevano in case ...Piene di umidità, piene di umidità.

A questo punto faceva il suo ingresso un emarginato che si chiamava Vigiu Mangiasmane: Vigiu è la traduzione di Luigi, ma il soprannome, Mangiasmane, significando mangiasettimane, chiariva la sua occupazione: mangiarsi le settimane, perdere tempo. Questo personaggio, come frate Lorenzo in “Romeo e Giulietta”, stava dalla parte dei giovani, e metteva in guardia i genitori di lei dal discriminare gli immigrati, poveri e ...Pieni di umidità, pieni di umidità. In quanto loro erano altrettanto poveri e altrettanto ...Pieni di umidità, pieni di umidità. La storia però non aveva l’evoluzione della tragedia scespiriana: nel nostro spettacolo gli immigrati poveri si inventavano un lavoro: sulle terre bonificate diventavano lavandai. Quindi si invertivano le parti: adesso era la famiglia di lui ad impedire l’unione degli amanti in quanto Ortensia, adesso, era lei, quella troppo povera per loro. 

Era la storia di una contrapposizione destinata a perpetrarsi in una guerra dei poveri che dalle prime immigrazioni ottocentesche si rinnovava fino a quelle dell’oggi di quarant’anni fa, che sono le stesse del nostro oggi.

Insomma, quarant’anni credevamo di raccontare le miserie di gente che si odiava pur condividendo non solo cose, ma vite intere ...Piene di umidità, piene di umidità.

Se ripenso a quel nostro primo spettacolo non so se vorrei rivederlo. Ho paura che sprofonderei nell’imbarazzo. 

Quello che so è che quei cinque o sei ragazzi non volevano una cosa sola. Ne volevano due: la prima era restituire la memoria ad una periferia invivibile, e tutti i nostri spettacoli successivi, in fin dei conti, raccontano storie così, perché soltanto creando memoria, realtà condivise, si produce società e convivenza. La seconda era inventarci una vita diversa da quella che questo posto sembrava destinarci. E l’unico modo era inventarsi un lavoro. E quello abbiamo fatto....

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