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Windtre promette: "Non ce ne andremo via da Ivrea"

Restano tutte le preoccupazioni

Roberto Basso di Windtre

Roberto Basso di Windtre

Si è svolto ad Ivrea un incontro tra le massime istituzioni locali e WINDTRE per discutere gli sviluppi futuri del territorio. Presenti il Sindaco Matteo Chiantore, l’Assessora alle politiche del lavoro e attività produttive Gabriella Colosso e Roberto Basso, Direttore Relazioni Esterne e Sostenibilità di WINDTRE, Fulvio Prino e Gianluca Motta, manager territoriali della direzione commerciale dell’azienda di telecomunicazioni.

"Nel corso del confronto - spiega Windtre in un comunicato stampa - è stato fatto il punto sulla creazione di una società specializzata nella rete sottolineando che il piano esclude esuberi di personale e garantisce il mantenimento degli attuali livelli occupazionali sul territorio. L’operazione nasce in un contesto di crisi del settore, nel quale si registra da anni il calo di fatturato e margine degli operatori, con conseguenze negative sulle prospettive per il lavoro."

Stando a quel che  emerso la cessione a un fondo specializzato in infrastrutture e in investimenti di lungo termine avrebbe la finalità di acquisire le risorse necessarie a sostenere sia l’aggiornamento costante dell’infrastruttura della rete, sia lo sforzo di diversificazione del brand WINDTRE che vanta il maggior numero di clienti in Italia.

Bene sottolineare che la cessione del ramo d’azienda coinvolgerà 2000 dei circa 6000 lavoratori a livello nazionale, i restanti 4000 dipendenti rimarranno in una azienda puramente commerciale che, privata del settore infrastrutturale tecnologico di rete, potrebbe trovarsi in grandi difficoltà. Su Ivrea dei quasi 500 dipendenti si ipotizza che tra i 100 e i 150 potrebbero essere coinvolti nella cessione.

A questo proposito l’azienda ha rassicurato il Sindaco e l'Assessora di Ivrea che starebbe (il condizionale è d'obbligo) investendo ulteriormente anche nella propria rete vendita attraverso specifici percorsi di formazione degli addetti.

"Un ulteriore segnale della presenza e della vicinanza di WINDTRE al territorio..." dicono i manager.

Durante l’incontro, WINDTRE ha inoltre illustrato le iniziative Smart City e Borghi Connessi per potenziali applicazioni sia dei Data Analytics in ambito turismo e traffico, sia per rappresentare il forte impegno dell’azienda nello sviluppo di una maggiore cultura del digitale. Si è parlato anche dell’impegno in ambito 5G e sicurezza, in questa direzione WINDTRE ha riferito della recente acquisizione del 70% di RAD, azienda italiana specializzata in cybersicurezza con cinque milioni di ricavi. Un’operazione che conferma la volontà della società di continuare a investire per rafforzare la propria offerta per la digitalizzazione delle imprese e della PA

Perchè Wind3 cede la rete

Alle prese con una guerra dei prezzi che erode i margini proprio nel bel mezzo degli investimenti per il passaggio al 5G, Wind Tre avrebbe ripreso i colloqui con gli svedesi EQT AB per uno spin off della rete. Fatti, numeri e approfondimenti 

L’infrastruttura di rete di Wind Tre è costituita da antenne distribuite su tutto il territorio nazionale e da un backbone, una dorsale di rete fissa che le permette di coprire il Paese. Nelle ultime ore si torna a parlare con insistenza della possibilità di uno spin off della rete, ovvero della separazione degli asset in una società separata.

Wind Tre avrebbe difatti ripreso i colloqui con il fondo svedese EQT AB per una potenziale cessione, almeno secondo quanto riportava l’agenzia di stampa Reuters, che a supporto della propria tesi ricordava come Wind Tre si trovasse alle prese con una guerra dei prezzi che stava erodendo i margini proprio nel periodo in cui doveva affrontare importanti investimenti per il passaggio alla tecnologia 5G.

Che la rete farebbe gola agli svedesi era già stato detto un anno fa, per la precisione nel gennaio 2022, quando voci di corridoio all’epoca riportate da Bloomberg, raccontavano di un valore degli asset oggetto dello spin off compresa fra i 2 e i 4 miliardi di euro. Nello stesso periodo c’era stato l’avvicendamento ai vertici: l’amministratore delegato statunitense Jeffrey Hedberg aveva lasciato le redini aziendali dopo 5 anni e gli erano subentrati Gianluca Corti, già Chief Commercial Officer dell’azienda, e Benoit Hanssen, fino ad allora Chief Technology Officer. Secondo i rumor, l’attuale diarchia sarebbe proprio prodromica allo scorporo degli asset di Wind Tre in altrettante realtà distinte. 

DENTRO LA NOTIZIA

Disastro TLC! Il settore delle telecomunicazioni in Italia è sull'orlo del baratro, una vera e propria catastrofe!

Le aziende stanno affrontando una crisi profonda, devastate dall'avidità, dal dumping, dagli "spezzatini" e dall'outsourcing. Le infrastrutture e la tecnologia sono in rovina, i salari vengono abbattuti e si registrano perdite incredibili, nonostante gli investimenti enormi.

Difficoltà di carattere nazionale, ma che preoccupano - non poco - Torino e la sua provincia, soprattutto per quanto riguarda il Canavese e la zona di Ivrea in particolare, erede di una storia come quella di Olivetti.

"Su Torino gravita il futuro della Telecom ex monopolista, da anni in riorganizzazione, passata da 120000 dipendenti a livello nazionale, all’epoca della privatizzazione, a meno di 40000 attuali - continuano a ripetere da mesi i rappresentanti dei lavoratori -. La società porta con sé un debito molto gravoso di 23 miliardi di euro. Il futuro di Tim dipenderà molto dal futuro della rete".

British Telecom Italia ha annunciato a livello Nazionale 128 esuberi su 484 dipendenti, l’impatto di questa operazione sulla città di Torino sarà di 18 lavoratori su 48. Sempre a Torino, trovano sede due grosse aziende di call center Comdata, con circa 500 dipendenti, e Covisian con circa 1400 dipendenti.

Su Ivrea la situazione è ancora più particolare: le Telecomunicazioni erano la speranza che potenzialmente doveva colmare il vuoto lasciato dall’Olivetti. Ultimamente proprio negli ex locali Olivetti, Vodafone dichiara esuberi, 1003 a livello nazionale su 5411 dipendenti e su 474 dipendenti della sede eporediese, 118 sono esuberi.

A Ivrea il neo eletto sindaco Matteo Chiantore per affrontare la situazione ha previsto una specifica delega al lavoro per l'assessora Gabriella Colosso (in piedi nella foto)

A Palazzo Uffici (Ivrea), risiede anche un’altra sede di Comdata con 1000 dipendenti che continua con l’utilizzo di ammortizzatori sociali, questo anche a causa della perdita della commessa Inps. Il committente pubblico, infatti, ha deciso di reinternalizzare l’attività, ma scegliendo di non utilizzare la clausola sociale, obbligando pertanto le persone che hanno accettato il passaggio a veder ridotto sensibilmente il proprio salario.

"Il rischio reale - sostengono i rappresentanti dei lavoratori - è di una perdita di circa 20.000 posti di lavoro solo nelle compagnie telefoniche, a cui si aggiunge l’indotto d’impiantistica e installazione delle reti e dell’assistenza clienti".

"Esistono delle responsabilità politiche dei vari governi succeduti, il mercato non può essere lasciato privo di regole ed non è più rimandabile un vero piano industriale Italiano delle Tlc. Il governo deve intervenire subito e le aziende devono superare le loro miopie", concludeva solo qualche settimana fa il segretario generale della Uilcom Piemonte e Valle d’Aosta, Ivano Griffone.

«L’immagine del disastro? Aziende che trascorrono le giornate a ridurre i perimetri occupazionali e a far scempio di diritti e salari.  Una volta le telecomunicazioni erano sinonimo di modernità, invece oggi il settore è stato sfruttato dalla finanza che ha trattato le nostre aziende come dei bancomat, ossia luoghi da depredare» aggiungeva Riccardo Saccone, segretario nazionale Slc Cgil.


Riccardo Saccone

 

In occasione del primo sciopero nazionale dell’intero settore tenutosi a giugno a Romamigliaia di lavoratrici e lavoratori di tutta la penisola sono scesi in piazza Santi Apostoli a Roma, allo slogan di “Riprendiamoci il futuro”.



 

«Diciamo a questo Esecutivo - aveva chiosato Saccone -  come a tutti quelli che si sono succeduti fino a oggi: dobbiamo ripartire dal lavoro. Separare le reti dai servizi porterà le nostre aziende a diventare dei semplici empori. E l’Italia a perseverare nella condizione di diseguaglianza da cui sarebbe dovuta uscire con la crisi pandemica», cioè quando migliaia di persone sono state costrette in cassa integrazione perché – in assenza di una banda ultralarga – non erano in grado di svolgere la loro attività da remoto. «Questa arretratezza il nostro Paese non se la può più permettere».

E così mentre negli ultimi 20 anni in tutti i paesi tecnologicamente avanzati si continuava a creare occupazione di qualità nonostante le difficoltà economiche generali, in Italia si assisteva a una erosione dei ricavi e a una drastica riduzione dei posti di lavoro. Si sono aggiunti gli ammortizzatori sociali, gli esodi incentivati, i tagli nella contrattazione aziendale e la perdita di competenze professionali importanti. 

Ora la situazione è ancora più critica, poiché le principali aziende TLC stanno adottando una nuova strategia che rischia di trasformarsi in una bomba sociale. L'idea di separare l'industria delle infrastrutture dai servizi, un approccio miope e dannoso secondo i sindacati, porterà ulteriori impoverimenti, trasformando le aziende leader in semplici rivenditori di servizi, guidati da azionisti stranieri.

Questa prospettiva è estremamente preoccupante, soprattutto per le aziende che rimarranno senza infrastrutture di proprietà. In un mercato ipercompetitivo, le aziende saranno costrette a ridurre i costi del lavoro, riducendo così ulteriormente l'occupazione.

Anche i call center in outsourcing, già in difficoltà da tempo, si trovano in una situazione critica. Qui la competizione si concentra solo sul ribasso dei costi: vincerà chi offre un contratto con compensi ancora più bassi o, peggio ancora, chi opta per l'offshoring.

Nonostante alcune conquiste importanti, come le clausole sociali per gestire i cambi appalto e le tabelle ministeriali per il costo minimo del lavoro, ancora oggi molti committenti, a partire dalla Pubblica Amministrazione, si affidano a fornitori che applicano contratti "pirata", con riduzioni salariali e limitazioni dei diritti dei lavoratori.

Nel frattempo, la classe politica sembra ignorare completamente la situazione. Da mesi, si tengono incontri presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ma mancano proprio i rappresentanti dei lavoratori, e non si riesce nemmeno a capire di cosa si stia discutendo. I sindacati chiedono al governo Meloni, già sotto accusa per il decreto Lavoro, di ascoltarli.

Per quel che se ne sa, all'orizzonte ci sarebbe un possibile decreto che prevede aiuti alle aziende energetiche e una riduzione dei livelli di esposizione all'elettromagnetismo per favorire l'installazione del 5G, oltre ad  agevolazioni per i prepensionamenti. Tutte misure che, secondo i sindacati, non affrontano i problemi strutturali del settore e sembrano pensate solo per dare un po' di respiro. 

Necessario, manco a dirlo, un dialogo aperto e costruttivo tra tutte le parti interessate per affrontare le sfide attuali e future. Non meno importanti le politiche a lungo termine per promuovere la connettività e l'accesso alle telecomunicazioni in tutto il paese, specialmente nelle zone rurali o svantaggiate. Ciò potrebbe includere investimenti nelle infrastrutture di rete e la promozione di soluzioni innovative per garantire una connessione affidabile e veloce per tutti i cittadini.

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