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Giudiziaria
27 Maggio 2023 - 16:16
Nel primo post definì i rom “zingari di merda, zecche e parassiti capaci di spolpare tutto...” augurando loro, “calorosamente” che “nel tentativo di rubare qualcos’altro una tagliola potesse mozzare loro le mani...”. Concludendo con un “Che possa per te\voi essere un 2018 pieno di cure e che i soldi guadagnati da questo furto possano servire per comprare medicine contro un brutto male al sedere …”
Con il secondo, pubblicato a quattro mesi dal primo, in concomitanza con la giornata internazionale dei Rom, Sinti e Caminanti, li ribattezzò “zecche” che “stanziano in campi abusivi dalla giovane età alla vecchiaia vergogna!”.
Correva il 2018 e quando l’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione) ne venne a conoscenza si rivolse all’avvocato Alberto Guarisio per querelarla. Era tutto scritto lì, nero su bianco, sul profilo facebook della neo assessora della Lega Giorgia Povolo, a cui, ironia della vita, erano appena state assegnate dal sindaco Stefano Sertoli le deleghe “alle politiche sociali e giovanili e le pari opportunità”....

L’iter giudiziario non si è ancora concluso ma una sentenza della Corte di Cassazione del 31 gennaio 2023 ha completamente ribaltato le decisioni di “assoluzione” pronunciate in primo e in secondo grado che avevano definito i due commenti come la semplice “estrinsecazione della libertà di espressione, condivisibile o meno, ma pur sempre manifestazione del diritto tutelato dall’articolo 21 della Costituzione e corrispondente alla linea politica di taluni gruppi politici e partiti...”.
Povolo, difesa dall'avvocato Celere Spaziante, si era giustificata in un interrogatorio con il sostituto procuratore di Ivrea Giuseppe Drammis, titolare del fascicolo, sostenendo che il primo post lo aveva scritto dopo un furto subito dal fidanzato e che il secondo sarebbe stato un attacco genericamente rivolto a tutti coloro che, connazionali o zingari, si fossero trovati a delinquere sul territorio italiano. Quindi non mirato nei confronti dell’etnia rom.

Da qui in avanti la battaglia è proseguita in Cassazione che, invece, ha dato ragione all’Asgi e rimandato tutto alla Corte di Appello a cui ha chiesto di emettere una nuova sentenza sulla base della direttiva 2000/43/CE, “che attua il principio di parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica” che, a sua volta, costituisce uno degli strumenti attraverso i quali il legislatore comunitario si è preoccupato di dare piena attuazione alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, combattendo ogni forma di razzismo e di discriminazione in Europa.

costituisce condotta discriminatoria anche quella che, pur senza essere animata da uno “scopo” di discriminazione, produce comunque un “effetto” di ingiustificata pretermissione per motivi razziali, etnici ecc ...
Secondo la Cassazione “costituisce condotta discriminatoria anche quella che, pur senza essere animata da uno “scopo” di discriminazione, produce comunque un “effetto” di ingiustificata pretermissione per motivi razziali, etnici ecc.”.
I giudici di primo e secondo grado avrebbero in buona sostanza sottovaluto la portata e gli effetti di quelle due frasi su una etnia per ragioni storiche particolarmente vulnerabile, in passato sottoposta a persecuzioni, e come tale protetta normativamente dai comportamenti discriminatori.
Poco importa per la Cassazione se il primo post sia stato scritto in un momento di ira (dopo il furto subito dal fidanzato) considerando la potenziale idoneità di quando scritto a diffondere un clima ostile verso i rom. E poco importo che fosse rivolto al gruppo privato degli “amici” che Povolo aveva su Facebook.
“La legge, infatti, non punisce l’accertata creazione di un clima ostile, ma mira a prevenire il suo sorgere, e dunque sanziona chi pone in essere comportamenti che siano anche solo potenzialmente idonei a determinare l’accrescersi del livello di ostilità sociale per ragioni etniche...” .
S’aggiunge (e lo aggiunge la Cassazione) che qualsiasi messaggio una volta immesso sul web o su un social ad accesso circoscritto, sfugge al controllo dell’autore e può diffondersi verso un pubblico indeterminato,
“La manifestazione del proprio pensiero sui social network - stigmatizzano i giudici romani - anche se inizialmente indirizzata ad una cerchia limitata di persone (gli “amici” su facebook) deve comunque avvenire nel rispetto del criterio formale della continenza e, ove sia accertato che abbia contenuti lesivi dell’altrui dignità, può integrare gli estremi della molestia discriminatoria se rivolta verso un determinato gruppo etnico, in quanto è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile di persone”.
Dura la Cassazione anche sul secondo post pubblicato in occasione della giornata dedicata ai Rom, Sinti e Caminanti.

“Meno osceno nei toni - dice - ha forse un ancor più elevato contenuto discriminatorio, in quanto volto a fomentare l’odio verso il diverso per motivi di etnia, perché non sono neppure occasionate da un fatto privato ma sono direttamente rivolte contro le attitudini di vita del gruppo etnico, del quale si irride la perdita della connotazione nomade, e si lamenta l’acquisizione di abitudini stanziali, in quanto parassitarie, con stanziamento in campi abusivi, a carico della collettività “normale”.
“Sono stata condannata pubblicamente ma non sono il mostro descritto dai giornali... Mi spiace d’aver dato l’impressione di essere una persona che non sono...”. Ci aveva provato e Dio solo sa quanto avrebbe voluto convincere le Opposizioni.
Tutto succedeva nel novembre del 2018. Giorgia Povolo, in consiglio comunale, non era andata a braccio per non dimenticare nulla. S'era portata con sé due fogli scritti fitti fitti e aveva cominciato a leggerli, rispondendo ad un’interpellanza presentata dal Pd. Parole lette e rilette, pensate e ripensate, virgola dopo virgola, punto dopo punto.
Risultato? Il Pd continuò a chiederne le dimissioni, più o meno lo stesso fece Francesco Comotto di Viviamo Ivrea.
Troppo forte quel post contro i rom («pezzi di m..., per loro ci vorrebbe la tagliola e la mutilazione»). Ancor più indecente che l’avesse scritto chi qualche mese più tardi sarebbe stata delegata dal sindaco ad occuparsi di poveri, bisognosi, indigenti e giovani....
“Vorrei rincuorarvi tutti quanti - aveva più o meno sentenziato - Sono parole dette in un momento di grande rabbia... Parole pesanti e oggi a rileggerle anche inadeguate. Frasi scritte in un contesto che oggi non mi rappresentano”. Con ciò anche un po’ giustificandosi.
Perchè “fare poltica nel 2018 non vuol solo dire strumentalizzare i pensieri di un privato cittadino o distruggere una persona sul piano personale ...”. Perchè lei er una che vuol stare in mezzo alle persone e essere loro utile. Perchè lei avrebbe sempre tenuto aperta la porta dell’assessorato. Perchè fin da giovane si era prodigata per dare una mano a chi aveva bisogno. Perchè quel giorno (quando le telefonò il primo giornalista) lei era in giro per la città a cercare un’aula per i corsi organizzati nell’ambito del progetto Sprar (Cpia).
“Io non me la prendo con l’assessore, piuttosto con il sindaco - tuonò Maurizio Perinetti,capogruppo del Pd - Un assessore che scrive quelle cose non può avere certe deleghe. E’ incompatibile. Non si tratta di un post isolato. Ce n’è una collezione. C’è un povolopensiero che contrasta con una città che ancora ricorda quei giovani che hanno dato la loro vita per difendere i principi di solidarietà, giustizia e tolleranza: Attilio Tempia, Ferruccio Nazionale, Luigi Viero, Gino Pistoni, Piero Ottinetti, Ugo Macchieraldo, Luigi Gallo. Il rispetto lo dobbiamo a loro...”.
E sarà anche stato un linguaggio da scaricatore di porto che poco si confà ad un assessore alle politiche giovanili e pure sociali, ma di fronte agli attacchi incrociati dell’opposizione, gli uomini e le donne di Sertoli & C. si chiusero a riccio nella difesa di un assessore che “mai e poi mai avrebbero immaginato” e che avrebbero voluto giudicare da lì in avanti e non per le parole dette e scritte “in un momento di grande rabbia”.
“E’ una brava ragazza... - dissero - Sta lavorando tantissimo e nessuno le ha mai sentito pronunciare in questi mesi parole come quelle...”.

Insomma una specie di Bruce Banner che ogni tanto si trasformava nell’incredibile Hulk.
Spaccati in consiglio e pure in città. Tra chi non sapeva proprio più che pesci pigliare, ma tutto avrebbe voluto tranne essere collegato a certi modi di pensare xenofobi e razzisti, c’era evidentemente il primo cittadino Stefano Sertoli, tra i più comunisti che la città abbia mai avuto, moderato per definizione, tutto sorrisi e pacche sulle spalle.
Tra le soluzioni proposte ci furono le scuse ufficiali ai Rom, magari un caffè con la comunità dei sinti presenti in città. Sarebbe stato sufficiente?
Sì, se tra i bersagli ci fossero stati solo loro. Peccato che di “post” un po’ così e così se ne sarebbero potuti aggiungere a decine.

E si ricomincia dai rom: “Una festa speciale, un giorno particolare per festeggiare un popolo denigrato e bisognoso di misericordia…. bla bla bla e sti cazzi…. Un insulto alle persone per bene e ai lavoratori onesti…. festeggiano un popolo che proprio come dice la parola nomade dovrebbe muoversi continuamente, il vero risultato è che le zecche stanziano in campi abusivi dalla giovane età alla vecchiaia, vergogna!”. Poi contro la Merkel. “Italiani scrocconi. Mr Spead se vuoi mostrare i tuoi prosciutti tocca scroccare il nostro mare…. anvedi…“.

Contro i galeotti: “Ho appena incrociato un gruppo di geni davanti al carcere con uno striscione per un mondo senza gabbia. Tolto il fatto che avevano un aspetto peggio dei centri sociali e che per quattro babbei abbiamo dovuto sprecare (a carico nostro) ore di stipendio di una cinquantina tra carabinieri e polizia che dovevano prestare servizio a difesa dei cittadini per bene, ma la domanda che sorge spontanea è: bene, apriamo le gabbie, ma i delinquenti li portate a casa vostra??? Vi lamentate delle carceri italiane, io aprirei qui quelle thailandesi altroché…!”.



Per ricominciare con un post contro i marocchini (ce ne ritroviamo uno presidente), un altro contro i giornali e le tv definite “giornaletti, da quattro soldi” e su “Desirée vittima di una immigrazione incontrollata”.
Ora è evidente che siam tutti liberi di dire, scrivere e parlare, ma esisteva ed esiste un limite alla decenza
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