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Quando Sergio Chiamparino voleva una Banca. Su Finpiemonte la verità in una indagine conoscitiva"

Quando Sergio Chiamparino voleva una Banca. Su Finpiemonte la verità in una indagine conoscitiva"

Sergio Chiamparino

C'è un'inchiesta della Procura della Repubblica di Torino che da qualche anno a questa parte tiene banco sui giornali.  Parliamo di Finpiemonte e delle anomalie riscontrate nel rapporto con una banca svizzera, la Vontobel. E c'è il verbale di una indagine conoscitiva, svolta dalla I Commissione consiliare regionale congiuntamente con la Commissione speciale di indagine per la promozione della cultura della legalità e il contrasto dei fenomeni mafiosi e con la III Commissione consiliare. E' firmata da tre consiglieri regionali (Andrea Fluttero, Gianluca Vignale e Roberto Ravello) e addebita un tot di responsabilità alla politica, ad una classe politica e ad un governatore (Sergio Chiamparino) che bramava dalla voglia di avere un banca pubblica. Talmente accecati da questo desiderio da metterla in pista (s'intende la banca pubblica) senza organizzare tutti quei necessari strumenti di controllo che avrebbe evitato che i soldi finissero nelle tasche di qualcuno. Seguirà, ad indagini della Magistratura avviate, la decisione di fare marcia indietro e tornare ad una semplice finanziaria.

"La decisione della Giunta Chiamparino di abbandonare la scelta di trasformare Finpiemonte in banca pubblica lascia oggettivamente sgomenti - scrivevano i consiglieri regionali il 4 febbraio del 2019 -Infatti, se si era convinti, e noi non lo eravamo, dell’utilità per il sistema delle imprese piemontesi di poter contare su di una banca pubblica occorreva superare questa situazione apportando i necessari correttivi e proseguire nella direzione intrapresa a gennaio 2016, mentre la Magistratura si occupava di individuare e punire i responsabili dei gravi fatti oggetto di indagine. L’infausta  scelta della Giunta Chiamparino di dotarsi di una banca pubblica effettuata oltre due anni fa viene abbandonata precipitosamente con l’evidente unica motivazione di chiudere una pagina nera della storia regionale, quasi che fosse possibile nascondere inefficienze di tali dimensioni e di tali conseguenze. Decidere di annullare la scelta politica compiuta e comunicata con tanta enfasi oltre due anni fa dalla Giunta Chiamparino non fa che confermare, come da molti sostenuto allora, l’enorme errore compiuto e mettere in evidenza i danni che ne sono stati la conseguenza. Danni di immagine e di credibilità certo, ma anche e soprattutto danni per aver di fatto “congelato” per oltre due anni oltre 200 milioni di euro destinati al sostegno allo sviluppo del sistema economico piemontese che aveva e ha bisogno di risorse mirate, coerenti a un progetto di riorganizzazione e rilancio delle diverse filiere economiche sulle quali si intende puntare, in accordo con le categorie produttive, per far ripartire l’economia della nostra Regione per il prossimo decennio. Dal punto di vista finanziario alle aziende piemontesi non serve una banca in più che eroghi finanziamenti in quanto l’offerta è più che sufficiente, serve invece un aiuto dal punto di vista delle garanzie sugli affidamenti, essendo il sistema delle PMI piemontesi, ma italiane in generale, mediamente sottocapitalizzato. Questo era e rimane un aspetto da affrontare con urgenza e che dovrà necessariamente essere affrontato nella prossima legislatura regionale.

Sul banco degli imputati Fabrizio Gatti, ex presidente della finanziaria della Regione, e altre sette persone. La causa fa riferimento a circa sei milioni di euro trasferiti nell’istituto bancario elvetico – secondo l’accusa – per scopi personali di Gatti.  Alessandro Bena, analista finanziario, su richiesta della Procura aveva spiegato che, quando lesse il contratto, ebbe l’impressione che non si trattasse di un conto deposito, ma di un incarico di gestione patrimoniale.  Venne però a sapere che due avvocati di un’importante studio legale torinese fornirono ‘ad addendum’ un parere secondo il quale l’accordo quadro – prevalente sul resto – vincolava al deposito delle somme.  Secondo il pm Francesco Saverio Pelosi, invece, i 6 milioni passati da Finpiemonte a Vontobel servirono a Gatti per salvare una società in cui aveva degli interessi, la Gem Immobiliare, fallita nel 2018. Un’accusa che Gatti ha sempre respinto, così come ha sempre ribadito che  non è sua la firma sui bonifici.  All’indice anche i rapporti tra Gatti e Pio Piccini, cioè uno che ha patteggiato un anno e otto mesi per la bancarotta Agile-Eutelia di cui era uno dei massimi esponenti. In quella brutta pagina dell’imprenditoria nazionale a rimetterci furono quasi 800 lavoratori, di cui 136 tra le sedi di Torino e Ivrea. Il nome di Pio Piccini  è spuntato fuori, nel 2018, anche nelle indagini sulle mazzette della sanità lombarda e all’Enav. Nello specifico, Piccini come intermediario dell’operazione Gem e, nel 2015,  consulente di Csp nell’acquisto del Cic di Ivrea, cioè il consorzio per l’informatizzazione del Canavese che aveva rischiato di fallire, portandosi dietro e a gambe all’aria tutti i soci (oltre al Comune di Ivrea anche CSI Piemonte, Città Metropolitana e Asl To4). Salvato  con un’operazione  da 2.500 euro, cioè praticamente senza alcun esborso di denaro,  in base ad una perizia sul valore dell’azienda, paragonabile alle perdite, per tre milioni e 700 mila euro certificati da Giovanni Filosa, un professionista napoletano. La ricostruzione Secondo una prima ricostruzione Finpiemonte aveva selezionato un istituto bancario per aprire un conto corrente di corrispondenza per la gestione della liquidità presso la Vontobel Bank di Zurigo perché avrebbe garantito un tasso superiore al 2 per cento, ma anche per il rating a tripla A. Si scoprirà successivamente che dei 50 milioni depositati su quel conto una parte era stata investita in operazioni ad alto rischio con una perdita di 5 milioni. Un’altra parte era stata utilizzata per tre diversi bonifici, firmati dal Presidente e non anche dal direttore finanziario, effettuati tra giugno 2016 e febbraio 2017 a soggetti terzi privi di apparente giustificazione, uno di 1,5 milioni e gli altri di 2 milioni circa a società “che non compaiono tra i beneficiari dei finanziamenti di Finpiemonte o in rapporto con essa”. Nelle carte in mano alla Procura è citato un bonifico da 2 milioni di euro da Vontobel a Gesi, società riferibile a Piccini, ma già si sa che ai creditori, dopo un anno e mezzo, non sarebbe arrivato nulla. E nulla si sa anche degli altri due bonifici che Vontobel avrebbe fatto alla P&P Management di Massimo Pichetti, società svizzera che avrebbe dovuto garantire i fondi per pagare i creditori della Gem Immobiliare di Gatti, impegnata nella realizzazione di una mega palestra a Collegno, fondi garantiti da un pegno di Finpiemonte. Di sicuro P&P non ha rimborsato il prestito, Vontobel non ha incassato il pegno e Finpiemonte ha perso i suoi soldi. L’altra indagine Nei mesi scorsi la Procura di Torino nell’ambito di una indagine sul CSI (Consorzio per il sistema informativo del Piemonte), aveva acceso anche i riflettori sulla compravendita del Cic di Ivrea a Csp, grazie al conferimento di crediti per 1,5 milioni e di un software denominato Dhe con un costo di sviluppo pari a due milioni, ma con il quale si prevedevano ricavi per 5,4 milioni. Questo dice la perizia e di questo aveva preso atto nel dicembre del 2015 il tribunale di Ivrea per dare corso alla cessione. Si è però scoperto che Csp avrebbe acquistato quel software  (Dhe) appena due giorni prima da una società romana,  la Gesi spa, che ce lo aveva in catalogo già dagli Anni ‘90. E ancora che, nei bilanci di Csp, il software “Dhe” sarebbe stato iscritto con un valore di 1,3 milioni, decisamente inferiore rispetto a quanto indicato nella perizia consegnata nelle mani del giudice del  tribunale. Strani intrecci Nel gennaio del 2016, Gesi (beneficiaria di un bonifico da 2 milioni di euro) diventa socia di Cic acquistando da Csp lo 0,56% del capitale e Cic, quasi in contemporanea, viene valorizzata di oltre 2 milioni di euro. Filo conduttore tra Csp e Gesi è Pio Piccini consulente titolare della Global Contact che ha sede a Roma nello stesso indirizzo degli uffici di CSP. Socia di Global Contact è Raffaella Berardi, che è anche socia di minoranza di Gesi spa. Incredibile ma vero, così scrivevamo nel gennaio del 2016 su queste stesse pagine.    
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