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20 Febbraio 2021 - 22:31
STEFANO AMBROSINI
Un’inchiesta della guardia di finanza e della Procura di Torino, la scorsa settimana, ha portato alla luce una catena di reati fallimentari nelle vicissitudini di società legate alla famiglia Mastagni, stampatori di quotidiani e settimanali di importanza nazionale. Le Fiamme Gialle del nucleo di polizia economico-finanziaria hanno notificato un ordine di custodia cautelare ad Andrea Mastagni, imprenditore con fama di risanatore di aziende, Stefano Mastagni e un terzo personaggio, descritto nelle carte dell’indagine come una “testa di legno”; quindi hanno eseguito perquisizioni a Torino, Forte dei Marmi, la Spezia, Massa Carrara, Milano, Pescara e Roma. Fra i sedici indagati (tredici a piede libero) spicca il nome del torinese Stefano Ambrosini, professore e avvocato, già presidente (fino al 2019) di Finpiemonte, la finanziaria della Regione. Ambrosini è molto conosciuto in Canavese per essersi occupato come commissario liquidatore del fallimento di ASA. Secondo la ricostruzione del pm Ciro Santoriello, il cosiddetto ‘gruppo Mastagni’ gestiva di fatto un circuito di imprese collegate fra loro. Quando una mandava segnali di crisi, si procedeva a una serie di fusioni e ristrutturazioni che ne aggravavano la situazione; nel frattempo si creava una nuova società cui conferivano beni, asset e valori. La palla al piede del gruppo veniva lasciata affondare. A volte però si tentava la carta della procedura concorsuale: qui entrava in gioco Ambrosini, il quale, sempre secondo le indagini, in un paio di occasioni preparò il piano di concordato senza badare alle condizioni di fattibilità e nascondendo i dati sulle effettive risorse dell’impresa. Tre, in particolare, sono i fallimenti - tutti dichiarati dal tribunale di Torino fra il 2015 e il 2016 - entrati sotto il microscopio della procura: quelli della Piemonte Printing, della Sepad e della Nuova Sebe. Il passivo è quantificato in circa 40 milioni. “Mi auguro di essere sentito al più presto dagli inquirenti per fornire tutti i chiarimenti tecnici del caso, che peraltro avrei dato senza alcuna difficoltà ove convocato come persona informata dei fatti”, ha commentato Ambrosini, secondo cui “assistere imprese in crisi è diventata una vera e propria attività pericolosa anche per professionisti seri e preparati”. E ancora: “Se ci sono state fraudolentemente fornite carte che a distanza di parecchi anni risultano inattendibili, siamo noi per primi parti lese”. Ambrosini e Finpiemonte Il nome di Ambrosini la scorsa settimana è andato alla grande anche in riferimento alla chiusura delle indagini di un’altra inchiesta in cui compare come testimone, avviata dalla Procura della Repubblica proprio in riferimento ad una sua denuncia. Parliamo di Finpiemonte e delle anomalie riscontrate nel rapporto con una banca svizzera, la Vontobel. Sul banco degli imputati Fabrizio Gatti, ex presidente della finanziaria della Regione, e altre sette persone. La causa fa riferimento a circa sei milioni di euro trasferiti nell’istituto bancario elvetico - secondo l’accusa - per scopi personali di Gatti. Alessandro Bena, analista finanziario, su richiesta della Procura aveva spiegato che, quando lesse il contratto, ebbe l’impressione che non si trattasse di un conto deposito, ma di un incarico di gestione patrimoniale. Venne però a sapere che due avvocati di un’importante studio legale torinese fornirono ‘ad addendum’ un parere secondo il quale l’accordo quadro - prevalente sul resto - vincolava al deposito delle somme. Secondo il pm Francesco Saverio Pelosi, invece, i 6 milioni passati da Finpiemonte a Vontobel servirono a Gatti per salvare una società in cui aveva degli interessi, la Gem Immobiliare, fallita nel 2018. Un’accusa che Gatti ha sempre respinto, così come ha sempre ribadito che non è sua la firma sui bonifici. All’indice anche i rapporti tra Gatti e Pio Piccini, cioè uno che ha patteggiato un anno e otto mesi per la bancarotta Agile-Eutelia di cui era uno dei massimi esponenti. In quella brutta pagina dell’imprenditoria nazionale a rimetterci furono quasi 800 lavoratori, di cui 136 tra le sedi di Torino e Ivrea. Il nome di Pio Piccini è spuntato fuori, nel 2018, anche nelle indagini sulle mazzette della sanità lombarda e all’Enav.
FABRIZIO GATTINello specifico, Piccini come intermediario dell’operazione Gem e, nel 2015, consulente di Csp nell’acquisto del Cic di Ivrea, cioè il consorzio per l’informatizzazione del Canavese che aveva rischiato di fallire, portandosi dietro e a gambe all’aria tutti i soci (oltre al Comune di Ivrea anche CSI Piemonte, Città Metropolitana e Asl To4). Salvato con un’operazione da 2.500 euro, cioè praticamente senza alcun esborso di denaro, in base ad una perizia sul valore dell’azienda, paragonabile alle perdite, per tre milioni e 700 mila euro certificati da Giovanni Filosa, un professionista napoletano. La ricostruzione Secondo una prima ricostruzione Finpiemonte aveva selezionato un istituto bancario per aprire un conto corrente di corrispondenza per la gestione della liquidità presso la Vontobel Bank di Zurigo perché avrebbe garantito un tasso superiore al 2 per cento, ma anche per il rating a tripla A. Si scoprirà successivamente che dei 50 milioni depositati su quel conto una parte era stata investita in operazioni ad alto rischio con una perdita di 5 milioni. Un’altra parte era stata utilizzata per tre diversi bonifici, firmati dal Presidente e non anche dal direttore finanziario, effettuati tra giugno 2016 e febbraio 2017 a soggetti terzi privi di apparente giustificazione, uno di 1,5 milioni e gli altri di 2 milioni circa a società “che non compaiono tra i beneficiari dei finanziamenti di Finpiemonte o in rapporto con essa”. Nelle carte in mano alla Procura è citato un bonifico da 2 milioni di euro da Vontobel a Gesi, società riferibile a Piccini, ma già si sa che ai creditori, dopo un anno e mezzo, non sarebbe arrivato nulla. E nulla si sa anche degli altri due bonifici che Vontobel avrebbe fatto alla P&P Management di Massimo Pichetti, società svizzera che avrebbe dovuto garantire i fondi per pagare i creditori della Gem Immobiliare di Gatti, impegnata nella realizzazione di una mega palestra a Collegno, fondi garantiti da un pegno di Finpiemonte. Di sicuro P&P non ha rimborsato il prestito, Vontobel non ha incassato il pegno e Finpiemonte ha perso i suoi soldi. L’altra indagine Nei mesi scorsi la Procura di Torino nell’ambito di una indagine sul CSI (Consorzio per il sistema informativo del Piemonte), aveva acceso anche i riflettori sulla compravendita del Cic di Ivrea a Csp, grazie al conferimento di crediti per 1,5 milioni e di un software denominato Dhe con un costo di sviluppo pari a due milioni, ma con il quale si prevedevano ricavi per 5,4 milioni. Questo dice la perizia e di questo aveva preso atto nel dicembre del 2015 il tribunale di Ivrea per dare corso alla cessione. Si è però scoperto che Csp avrebbe acquistato quel software (Dhe) appena due giorni prima da una società romana, la Gesi spa, che ce lo aveva in catalogo già dagli Anni ‘90. E ancora che, nei bilanci di Csp, il software “Dhe” sarebbe stato iscritto con un valore di 1,3 milioni, decisamente inferiore rispetto a quanto indicato nella perizia consegnata nelle mani del giudice del tribunale. Strani intrecci Nel gennaio del 2016, Gesi (beneficiaria di un bonifico da 2 milioni di euro) diventa socia di Cic acquistando da Csp lo 0,56% del capitale e Cic, quasi in contemporanea, viene valorizzata di oltre 2 milioni di euro. Filo conduttore tra Csp e Gesi è Pio Piccini consulente titolare della Global Contact che ha sede a Roma nello stesso indirizzo degli uffici di CSP. Socia di Global Contact è Raffaella Berardi, che è anche socia di minoranza di Gesi spa. Incredibile ma vero, così scrivevamo nel gennaio del 2016 su queste stesse pagine. Ancora su CSP Infine si attendono gli esiti delle indagini del 2018 su un giro di fatture e documenti falsi emerso durante un controllo alla «Csp spa» amministrata da Claudia Pasqui moglie di Pio Piccini. Il reato ipotizzato è frode fiscale. Coordinata, anche in questo caso, dal pm Ciro Santoriello, la Guardia di Finanza aveva sequestrato beni per 10 milioni di euro e scoperto svariate manovre fuorilegge per decine di milioni di euro da un parte con l’accaparramento di crediti d’Iva per 3 milioni, attraverso l’acquisto di una società che aveva crediti per 70 milioni realizzati con fatture false in questo modo abbattendo i debiti di «Csp» con il Fisco dal 2014 in poi.
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