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Non decidere significa decidere di lasciarle lì

Non decidere significa decidere di lasciarle lì

deposito nazionale

La pubblicazione della Cnapi, la Carta delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il Deposito Nazionale per il materiale radioattivo, ha fatto ridiventare “nazionale” - dopo più di trent’anni - un problema irrisolto che per troppo tempo è rimasto confinato ad alcune, disgraziate aree del Paese: quelle che alla chiusura delle centrali nucleari erano sedi di impianti o depositi. Siti impropri per lo stoccaggio di scorie (le associazioni ambientaliste l’hanno sempre detto, ora lo riconoscono anche le istituzioni), in cui in questi decenni sono state spese decine di milioni di euro per tentativi di “messa in sicurezza” o per costruire depositi “temporanei”, quando invece occorreva smantellare tutto e portar via.

Una legge del Governo Forza Italia-Lega

La legge che traccia il percorso verso lo stoccaggio definitivo del materiale radioattivo risale a undici anni fa: è il Decreto Legislativo 31 del 15 febbraio 2010, pubblicato quando presidente del Consiglio era Berlusconi e ministri erano Bossi, Maroni, Calderoli e Zaia. L’art. 27 di questo decreto è dettagliatissimo nel definire con quali criteri va redatta la Cnapi e quali devono essere i passaggi fino all’individuazione definitiva del sito per il Deposito. Vien quindi da sorridere quando si leggono le dichiarazioni del presidente della Regione Piemonte o di esponenti della Lega - parlamentari, consiglieri regionali, ecc. - che gridano alla «procedura centralistica», al »blitz notturno», al «mancato coinvolgimento», ecc., quando il Governo ha semplicemente (e tardivamente) applicato quel che era stato espressamente previsto da un Governo Forza Italia-Lega. Vien da dire: ragazzi, studiate!

Il «coinvolgimento» inizia ora

Anche lo starnazzare sul «mancato preventivo coinvolgimento degli enti locali», poi, è surreale. In Italia ci sono circa ottomila Comuni. Il 99% di questi, sulla base dei criteri tecnici noti almeno dal 2014, non sono idonei ad ospitare depositi nucleari; la procedura prevede quindi che vengano esclusi, e che ci si concentri su quell’1% di territori “potenzialmente idonei”. Questi sono i Comuni coinvolti, e questi devono verificare se Sogin ha applicato correttamente i criteri della Guida tecnica 29 di Ispra. Coinvolgere “tutti” prima della pubblicazione della Cnapi non avrebbe avuto alcun senso, come non aveva senso la proposta del sindaco di Trino di prendere in considerazione per il Deposito anche il territorio del suo Comune: che non aveva e non ha i requisiti, ma lui non lo sapeva e rilasciava avventate dichiarazioni senza aver mai letto la Guida di Ispra.

La procedura inserita nel decreto del 2010 prevede, per la consultazione pubblica e la formulazione di osservazioni a Sogin, 60 giorni (che diventeranno probabilmente 120, se non di più) tra la pubblicazione della Cnapi e la convocazione del Seminario Nazionale; seminario a cui saranno convocati anche i Comuni stessi, le Province, le Regioni, ecc.. Dopo il seminario, inoltre, vi sarà un ulteriore lasso di tempo prima della pubblicazione della Cnai, la Carta delle aree idonee. C’è quindi tutto il tempo e il modo, per i territori, di controbattere - con motivi seri e documentati - alle scelte di Sogin.

Le osservazioni

Motivi seri e documentati, certo. Occorre - e in Piemonte le associazioni ambientaliste, ad esempio, lo stanno facendo insieme alle comunità locali - andare a verificare i criteri di Ispra, la loro concreta applicazione sul territorio e gli eventuali errori o “dimenticanze”. Occorre poi chieder conto a Sogin dei criteri di maggiore o minore “idoneità” con i quali, all’interno delle 67 aree individuate, ha stilato una graduatoria. Un lavoro certosino e scientifico: non basta - come sentiamo fare da un mese da alcuni sindaci - andare in televisione a dire «io ho le nocciole», «io ho i vigneti» o «io ho i peperoni». Ovunque, in Italia, ci sono coltivazioni di pregio: a Saluggia ci sono ottimi fagioli, a Trino si coltiva del riso sopraffino, ma non è per questo che è stata dichiarata la loro inidoneità.

Oltretutto, poi, il Deposito - se fatto come Cristo comanda, e come Ispra raccomanda - sarà ermeticamente sigillato: non dovrà uscirne nemmeno un Becquerel di radioattività. Non ci saranno, quindi, effetti sull’ambiente e sulle popolazioni circostanti. Cosa che non avviene in questo momento: forse non tutti sanno che gli impianti nucleari di Saluggia, di Trino e molti altri, seppur inattivi da decenni, scaricano attualmente (oggi, mentre io scrivo e voi leggete) radioattività nell’aria e nell’acqua. Dosi basse, per carità, ma che vengono immesse nell’ambiente. Smantellare quegli impianti e portar tutto al Deposito Nazionale sarà quindi operazione salutare.

Il suolo agricolo

Ovviamente tutti ci auguriamo che il sito venga scelto evitando il più possibile il consumo di suolo agricolo: anche se - va detto - ci sono sindaci che in questi anni hanno permesso di cementificare migliaia di ettari e ora diventano improvvisamente ambientalisti perché per il Deposito ne servono 150. Quello del “consumo di suolo”, però, è un argomento debole, se non addirittura un boomerang: concentrando tutto il materiale radioattivo italiano in un’area di 150 ettari si potranno smantellare impianti e depositi che, sull’intero territorio nazionale, attualmente ne occupano almeno 1500, e che - liberati dalle strutture “temporanee” che vi insistono ora - potranno ridiventare suolo agricolo (la definizione tecnica è “green field”). Avere un unico deposito anziché venti permetterà quindi di recuperare (volendo), anziché consumare, suolo agricolo.

Non si può non decidere

E’ quindi opportuno e legittimo (e previsto dalla procedura) criticare la Carta pubblicata da Sogin: ma va fatto seriamente, non con slogan d’accatto o, peggio, con dichiarazioni che servono soltanto a mettere in luce l’ignoranza di chi le fa. Se Sogin non ha tenuto conto delle aree di ricarica delle falde, o ha arbitrariamente deciso la distanza del Deposito dai centri abitati, è giusto farglielo notare, ed è questo il momento. Quel che non ci possiamo permettere è dire «blocchiamo la procedura e lasciamo tutto dov’è»: perché il materiale radioattivo, dov’è ora e dov’è da troppo tempo, non può più stare.

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