La notizia è vecchia: la Città di Torino vuole vendere le azioni possedute in
TRM, la società che gestisce l’inceneritore del Gerbido e, quest’estate, un mucchio di sindaci, attraverso i propri consorzi e le proprie aziende municipalizzate, avevano deciso di inviare una manifestazione di interesse all’acquisto, magari non proprio di tutte le azioni ma di una grossa parte.
Nell’elenco dei compratori anche
SCS (Società Canavesana Servizi) che aveva dichiarato di poter disporre
di un milione di euro, poi l’
Acea di Pinerolo con
un paio di milioncini, quindi il
CIDIU di Collegno (3 milioni), il
Covar 14 di Moncalieri (1,5 milioni) e il
Cados di Rivoli (un altro milione).
Nell’eporediese ne avevano discusso i consigli comunali in occasione dell’approvazione degli equilibri di bilancio, portando in approvazione le delibere per dare sostegno all’operazione...
Com’è finita è presto detto. Non se n’è fatto più nulla. O meglio,
di manifestazioni di interesse ne è poi solo arrivata una, di
Acea, per un milione e
600 mila azioni, tutti gli altri si sono defilati. Il banco è saltato per varie motivazioni, più sinteticamente non si è trovata una giustificazione plausibile per investire così tanto (son soldi pubblici, sigh) in un’attività industriale, anche se poi tutti sanno che quell’azienda macina utili a tutto spiano e nel primo semestre di quest’anno siamo già a un più 16 milioni di euro, pari ad una redditività dell’11 per cento. Nel 2017, nelle casse del Comune di Torino era arrivata una cedola di 3,47 milioni su 19 milioni complessivi di utili e, nel 2018, la bellezza di 3,843 milioni su 22.
Tra chi più di altri si era fatto promotore e gran sostenitore dell’operazione #compriamoTrm c’era
Maurizio Perinetti presidente del CCA (Consorzio Canavesano Ambiente) nonchè capogruppo Pd in consiglio comunale a Ivrea.
Perinetti, peraltro, ancora oggi sostiene si tratti di un affare.
Per la cronaca le azioni del termovalorizzatore del Gerbido (che valgono circa 2 euro l’una) tornano in vendita per la seconda volta, dopo l’asta dell’autunno 2019 andata deserta. Aaveva una base di 38 milioni di euro per il 17,35 per cento delle quote, considerando che Torino vuole tenersi l’1%.
Era arrivata un’unica offerta quella di Iren (già socio dell’inceneritore con l’80 per cento delle quote) ma era stata bloccata per motivi tecnici e statutari.
Seguì una relazione del perito
Paolo Vernero (nominato dal Tribunale di Torino) e oggi le quote vengono messe in vendita a 30,5 milioni, quasi 8 milioni di euro in meno rispetto
alla volta precedente.
Son saltati i compratori e, manco a dirlo, pure il bando, ora previsto per la fine di quest’anno.
Torino ci riprova alla non più tanto disperata
ricerca di denaro liquido (ha appena portato a casa più di 100 milioni di euro dalla vendita di azioni in Sitaf) più che sufficienti a ripianare un debito di bilancio 2019 da 80 milioni di euro.
La domanda è:
chi compra, considerando che i soggetti pubblici, salvo ripensamenti dell’ultima ora, pare non ne abbiano più voglia, s’intende “tutti” tranne Acea?
La risposta è racchiusa in una modifica allo statuto di cui si sarebbe dovuto parlare nel corso di un’assemblea dei soci di Trm tenutasi venerdì scorso, poi sospesa e rinviata a questo venerdì non foss’altro che Torino si è presentata con ulteriori “aggiunte” per legare, nel prossimo futuro, quel suo “uno” per cento all’elezione dei prossimi presidenti.
Tornando alle altre modifiche. In un articolo c’è scritto che il socio privato non avrebbe potuto detenere una quota più alta dell’80 per cento del capitale sociale e questa frase verrà modificata con un
“almeno l’80% del capitale sociale”. In un altro articolo si legge che i soggetti pubblici devono detenere almeno il 20 % delle azioni, ma anche questo verrà sostituito con un altro in cui si specifica che in quel 20 ci dovrà essere un 1% minimo del comune di Torino ma anche che oltre ai soggetti pubblici sono consentiti soci privati con funzioni operative. Avessero scritto “Iren” sarebbe stato più chiaro.
La polemica
Di sottofondo la polemica tra chi sostiene che queste modifiche statutarie andranno a snaturare
la funzione “pubblica” dell’azienda e chi vede in Iren Spa (tra i cui soci figurano il comune di Genova al 18,85%, di Torino 13,80, di Reggio Emilia al 6,42% e di Parma al 3,16 %) un soggetto pubblico a tutti gli effetti.
E un po’ c’è da sorridere che qualcuno si faccia dei problemi sul controllo, considerando che Torino, a cui spetta il compito di nominare due esponenti nel cda di Trm, tra cui il presidente (lo
è oggi e lo sarà anche domani con l’1%), circa un anno fa si è aggrovigliata proprio nella nomina di quest’ultimo, facendo il nome di
Maria Maddalena Vietti Niclot incompatibile per via della legge Madia ad assumere l’incarico non foss’altro che è
già presidente di SCS.
Secondo l’articolo 7 del decreto legislativo 39 del 2013, infatti, non può essere designato in un ente pubblico (quale è Trm) chi è stato “presidente o amministratore di ente in controllo pubblico provinciale o comunale nell’ultimo anno”.
Morale? Essendo il posto vacante, il presidente lo sta più o meno facendo
Mario Corsato di Cavagnolo che è l’altro consigliere di amministrazione nominato dai soci pubblici.
Trm è un’azienda a capitale misto: l’80% delle azioni è detenuto da Iren Ambiente S.p.A. (interamente controllata da Iren S.p.A.) ed il 20% da soci pubblici tra cui tutti i comuni facenti parti del Consorzio di Bacino 16, da Chivasso a Settimo passando per Leini, Borgaro e Volpiano e, non il ultima, il Comune di Torino che detiene il 18,35% delle azioni e oggi vuole vendere il 17,35%.