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Quote rosa sì, quote rosa no: ecco cosa ne pensano le candidate del nostro territorio

Non sogno per le donne italiane un futuro di quote. Sono lo strumento sbagliato per una domanda giusta. Sono la risposta sbagliata ad una domanda giusta”.

Lo ha detto la leader di Fratelli di Italia, Giorgia Meloni,  nel corso di un’intervista rilasciata alcuni giorni fa a La7.

Giorgia Meloni, leader di FdI

“Sono segretario di un partito - ha spiegato la Meloni -. Ho finito nei giorni scorsi di fare le liste. Se dovessi dire che per le quote, non ho dovuto tenere fuori qualcuno che se lo meritava più di qualcuno che oggi è nelle liste, le direi una cosa falsa”.

Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente: “Sono contraria alle quote. Non sono contraria a meccanismi che possano aiutare le donne, ma a quelli così rigidi come le quote”.

La Meloni è passata, poi, agli esempi pratici: “Se hai una quota del 40 percento in una Regione la devi rispettare magari per un partito che ha 2 collegi uninominali, vuol dire che se in uno metti un uomo, nell’altro devi per forza mettere una donna. E viceversa. Magari ha due donne brave nella stessa regione o due uomini bravi nella stessa regione. Dico che se noi potessimo competere ad armi pari - e significa avere strumenti, ad esempio per conciliare la famiglia con il lavoro -, sarebbero gli uomini a dover chiedere le quote. Per cui, non sogno un futuro di quote. Sogno un futuro di pari libertà”.

Non sono mancate le reazioni a queste sue affermazioni e il tema ha diviso soprattutto le donne tra chi chiede di abolirle, sfilandosi da questo meccanismo proprio a partire dalla propria candidatura, e chi invece le vede come un correttivo ad una situazione ancora troppo squilibrata.

Augusta Montaruli, Fratelli d'Italia

"Un insulto alle donne e al merito"

Per la candidata di Fratelli D’Italia, Augusta Montaruli, capolista nel Collegio Uninominale Torino Nord e originaria di San Mauro Torinese, le quote rosa sono “Un insulto alle donne e al merito”.

Per la parlamentare, le quote sono da abolire.

Non sono efficaci - spiega - Meritiamo di essere elette in virtù del merito. Servono politiche a sostegno delle donne. E’ un fatto che solo 1 donna su 2 lavora ed è per questo che servono misure a garanzia della libertà e dell’indipendenza”.

Augusta Montaruli, FdI

Poi aggiunge: “Il mio percorso l’ho fatto per gavetta, militanza e fatica. Ho chiesto di essere ricandidata in un collegio a prescindere dalle quote e sono in un Collegio contendibile, non blindato. Ho sempre fatto politica, militanza. Non sono un’improvvisata e non devo certo dire grazie alle quote. Non ne ho mai usufruito”. Secondo lei, le quote rosa sono servite a qualcosa?

Se dopo 10 anni dall’introduzione, a lavorare è ancora soltanto 1 donna su 2 significa che non hanno risolto il problema alla radice”.

Per quanto riguarda le prossime elezioni, dichiara: “Con Giorgia Meloni una rivoluzione la facciamo. E’ leader perché è brava, non certamente perché è donna. Per questo motivo è vincente”.

Marzia Casolati, Lega

"Sono utili, ma non indispensabili"

Per la Senatrice Marzia Casolati, candidata della Lega come capolista nel Collegio 1, originaria di Piverone, le quote rosa “Sono utili, ma non indispensabili”.

Poi chiarisce: “Nel 2018 sono candidata solo perché “quota rosa”. Ma oggi, con un taglio di parlamentari importante e un collegio come quello di Torino, mi inorgoglisce la mia candidatura, perché è stata una precisa scelta della Segreteria del mio partito. Nel mio percorso in circoscrizione a Torino, a livello locale, le quote non c’erano eppure di spazio me n’è stato dato e la mia prima candidatura in Parlamento, alla Camera, risale al 1996”.

Marzia Casolati, Lega

Poi aggiunge: “Credo che le donne dovrebbero dedicarsi di più alla politica e avere fiducia in se stesse. Certo, occorrono politiche a supporto che vadano a stabilità un’uguaglianza di fatto all’accesso alle cariche”.

La Senatrice  Casolati nella scorsa legislatura è stata capogruppo della Lega nella commissione speciale sul femminicidio e contro ogni violenza di genere e afferma: “Devo dire che in Italia c’è ancora moltissimo da fare”.

E per quanto riguarda la pubblicazione, proprio da parte della leader Meloni del video relativo alla violenza subita da una donna, afferma: “Credo che non abbia pensato. Credeva di far bene evidenziato lo scempio non rendendosi conto che, invece avrebbe arrecato ancora più sofferenza alla vittima. Su queste tematiche occorre moltissima sensibilità: la vittima va sempre salvaguardata”.

Clara Marta, Forza Italia

"Rischiano di danneggiare"

Per la candidata al Senato di Forza Italia, Clara Marta, proveninte da San Raffaele Cimena, le quote rosa rischiano di creare solo un danno: “Consideriamo intanto - afferma in riferimento alle dichiarazioni di Giorgia Meloni - che a parlare è una donna che potrebbe diventare la prima premier nella storia italiana. Forse perché non è di sinistra tutto questo non va riconosciuto? Le strumentalizzazioni sono davvero sterili di fronte all’evidenza dei fatti, quindi rispetto a una donna che grazie alla propria intelligenza e capacità (di donna ma non solo perché è donna) sta avendo un largo consenso popolare  in tutto il Paese.

Clara Marta, FI

Mi sono sempre battuta per la parità reale, per l’affermazione dei diritti delle donne e per la loro valorizzazione nel mondo del lavoro, lo dimostra anche la mia storia professionale. L’esasperazione del concetto di quota rosa rischia di danneggiare più che di garantire effettiva parità e rispetto in ambito politico. Uguali diritti tra uomini e donne, non c’è dubbio. Ma non mi si venga a dire che il valore, le capacità, i meriti personali non debbano contare. Questo vale per il genere maschile quanto per quello femminile. Io stessa sono in lista perché donna, sicuramente. Ma credo anche per il contributo di idee e di esperienza che potrò dare in quanto persona con la propria storia e le proprie capacità”.

Francesca Bonomo, Partito Democratico

"In un mondo ideale non servono"

L’onorevole Francesca Bonomo, di Barbania, arriva da due legislature in Parlamento con il Pd ed è stata candidata alla Camera nella lista plurinominale Piemonte 1 Collegio 2.

In un mondo ideale - afferma - anche io sarei contraria alle quote. Se ci confrontassimo per competenze, capacità di risolvere i problemi, empatia, saremmo sicuramente più donne che uomini e non solo in politica. Il problema è un Paese che su punto è sempre stato molto arretrato. Bisogna colmare un gap di rappresentatività. E le quote servono esattamente a questo”.

Poi aggiunge: “Nei Paesi del Nord, dove le donne sono molto più impiegate i tutti i settori, hanno un welfare migliore”.

Ma per la Bonomo, a dieci anni dall’introduzione delle quote, il trand sta cambiando: “Nelle Forze dell’Ordine le quote rosa non servono neppure più. Le donne si sono guadagnate più posti ai vertici degli uomini. Perché lì la gara è sul merito e sulle capacità. E così è anche nella Magistratura. Ma in politica, no. Le quote rosa servono ancora. Perché c’è maggior difficoltà delle donne a raggiungere ruoli apicali. Tra le varie questioni, c’è un problema di gap salariale, che crea uno svantaggio”.

Francecsa Bonomo, Pd

Ed ecco la “ricetta” della Bonomo: “Servono quote rosa e misure che conciliano vita lavorativa e familiare. Anche in quest’ottica, abbiamo aprovato la legge sulla parità salariale proprio”.

Ma c’è un altro aspetto che la Bonomo evidenzia: “La donna nel ruolo che ricopre deve rimanere donna. L’aggressività, il non rispetto delle donne da parte della Meloni la trovo una cosa che non riesco a comprendere. Sta ricoprendo un ruolo apicale non comportandosi da donna. Trovo che faccia l’uomo. Scimmiotta il ruolo dell’uomo nella politica. Il valore aggiunto di una donna è nella nostra sensibilità, nell’empatia, nella capacità di risolvere i problemi. La Meloni non sta facendo la donna Per me non rappresenta le donne. E non mi stupisce neppure un po’ il fatto che abbia detto di voler abolire uno dei pochi strumenti a garanzia della rappresentanza femminile”.

Giulia Sopegno, Unione Popolare

"Sono una scorciatoia"

La questione di genere è sicuramente molto cara a Giulia Sopengno di Ciriè, 27 anni insegnante con una laurea in lettere classiche.

“A monte c’è un problema- spiega - ed è l’iniquità con cui le donne raggiungono posizioni di vertice nella società. italiana. La strategia delle quote rosa risolve la questione a valle, ma il problema resta a monte”.

Poi spiega: “Aperto il mercato del lavoro alla partecipazione femminile, il carico di lavoro di cura che prima gravava su di lei, si è solo sommato all’altra parte del lavoro e non è retribuito. La donna, insomma, continua a fare l’uno e l’altro e neppure a parità di stipendio. Meloni lo sa bene come donna, madre e lavoratrice. Lo sa bene, ma le manca un pezzetto. Quello che porta avanti è un femminismo neo liberista che promuove l’impoteramento della donna attraverso meccanismi di performance e competizione tipicamente maschili. Emanciparsi a livello di genere non vuol dire sostituirsi al ruolo dell’oppressore, ma ribaltarlo. Una donna al potere che attua pratiche del sistema di potere che vuole sovvertire, non serve a niente. Non porta avanti un ragionamento che è davvero femminista. La sua è ideologia femminile, non femminista”.

Giulia Sopegno, Unione Popolare

Poi aggiunge: “E’ innegabile che abbia faticato 10 volte tanto i suoi colleghi uomini, però è entrata dentro una macchina – quella della destra – che non vede la donna come un soggetto realmente rivoluzionario. Lei dice di abolire le quote rosa perché l’ideologia della sua area è quella liberista che propone una retorica sul merito: “Se ti impegni riesci a ottenere i tuoi obiettivi”. Ma dire siamo tutti uguali quando non è vero, è molto reazionario. La differenza esiste. Non si può negare”.

Poi, però, afferma: “Le quote rosa servono per aggirare l’ostacolo. Sono una scorciatoia. A livello di teoria, più ancora che politica. Come si fa in poco tempo ad aumentare la soglia di quell’11 percento delle quote in politica in posizioni apicali (in Francia /Germania sono il 40 percento)? Non si può in poco tempo. Serve un cambiamento più strutturale, radicale. A partire dall’istruzione, dal riconoscimento degli stereotipi di genere fin dalla scuola primaria.  L’evidenza di questo grosso problema è la percentuale delle donne titolate: la maggior parte sono donne e hanno i voti migliori. Persone ben formate che non vengono assorbite nelle posizioni dirigentali. Grosso paradosso che disinnesca il discorso di merito della Meloni”.

Antonella Pepe, Movimento 5 Stelle

"Sono state decisive per sbloccare il Paese"

La candidata alla Camera, nella lista Piemonte 1 Collegio 2, Antonella Pepe, non ha dubbi: “Le quote sono state decisive per innescare dei processi che non sarebbero mai partiti in maniera spontanea - afferma -. La nostra è una società governata e spesso raccontata al maschile”.

Ma preferisce parlare di “quote di genere”: “Tutelano la democrazia e consentono la partecipazione di tutti”.

Poi spiega: “Come M5S siamo la forza politica che negli ultimi 10 anni ha portato più donne in parlamento e nei consigli regionali e comunali.

Le nostre, sono state le prime sindache elette in grandi città: Torino, Roma. Per noi la presenza nelle istituzioni è importante per cambiare politica e mentalità. A Nichelino abbiamo addirittura avuto bisogno di applicare le “quote azzurre”.

Antonella Pepe, M5S

Le proposte per favorire l’uguaglianza di genere non sono mancate neppure in Parlamento: “A luglio abbiamo chiesto di usare il femminile nella comunicazione istituzionale scritta. Una proposta bocciata proprio a causa dell’intervento della Meloni che ha chiesto ed ottenuto che la votazione avvenisse con voto segreto”.

Antonella Pepe, che ha 48 anni e lavora come funzionario presso il Ministero della Giustizia come addetto all’ufficio del processo del Tribunale di Torino, sottolinea: “La Meloni non ha detto nulla in caso di vittoria del fatto di inserire ministre donne. Dice che bisogna meritare il posto, Ma sappiamo tutti che così non è e che a scegliere sono le segreterie di partito”.

Per la Pepe la questione è delicata: “Spesso siamo etichettate come minoranza. Ma noi donne non siamo una minoranza da tutelare, ma forza trainante della società. Eppure il gap esiste. agli uomini non chiedono se hanno figli o intenzione di averne. A noi sì. Ed ecco che è importante intervenire con provvedimenti concreti come l’equiparazione dei tempi di congedo tra maternità e paternità. Una proposta che abbiamo già presentato così come la proposta di pensione anticipata per le  mamme lavoratrici”.

Resta l’amarezza: “Spiace - commenta Antonella Pepe - che sia una donna a sollevare questa questione sull’abolizione delle quote. Anche perché, una volta realizzata nei fatti la parità di condizioni di accesso alle cariche apicali, le quote spariranno. Sarà automatico toglierle. Ma prima dobbiamo tenere conto delle esigenze reali del paese, non fingere che tutto vada bene”.

Ecco come l'Istat fotografa il paese

In politica e nelle istituzioni ancora poche donne nei ruoli di vertice

La questione dell’equità di genere è fondamentale per il concetto di benessere. Misurarla in termini di “rappresentanza” può essere considerata una “proxy” della condizione e del ruolo della donna nella società. La strategia per il quinquennio 2020-2025 della Commissione europea  afferma che “una maggior inclusione e una maggior eterogeneità sono essenziali per portare avanti idee nuove e strategie innovative in grado di rispondere meglio a una società dinamica e fiorente. La parità di genere è un valore cardine dell’Unione europea, un diritto

fondamentale e un principio chiave del pilastro europeo dei diritti sociali”. Le azioni della

strategia saranno disposte su un duplice binario: da un lato, misure mirate volte a conseguire la parità di genere, dall’altro, una maggiore integrazione della dimensione di genere con altre caratteristiche individuali. La loro attuazione sarà monitorata anche sulla base dell’indice annuale dell’Ue di uguaglianza di genere. Per l’Italia, l’indice annuale dell’Ue di uguaglianza

di genere raggiungeva, nel 2018, 63,5 punti su 100, collocando il nostro Paese al 14° posto nell’Ue, con 4,4 punti in meno da quello medio dell’Unione. Dal 2010, l’indice dell’Italia è aumentato di 10,2 punti, dimostrando come il nostro Paese stia progredendo verso la parità di genere a un ritmo più veloce rispetto ad altri Stati membri, anche se il cammino verso la parità è ancora lungo. Se in alcuni ambiti della società e dell’economia i progressi sono stati rapidi e duraturi, in altri, come quelli della rappresentanza politica e istituzionale, le donne che occupano posizioni dirigenziali o di vertice sono ancora troppo poche.

Nel Parlamento europeo, la rappresentanza femminile è stabilmente superiore al 30%: nel 2020 il 39,3% degli eletti sono donne. La delegazione italiana femminile nel Parlamento europeo, dopo la rapida crescita in occasione delle elezioni del 2014, sfiora il 40%, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima (circa il 22% nel 2011. Presso le istituzioni decisionali e politiche italiane di livello nazionale emerge un lento, ma costante aumento della presenza femminile. Anche grazie agli interventi normativi sulla composizione delle liste e sulle preferenze espresse durante il voto, nel Parlamento nazionale è stata superata la quota di 1 donna ogni 3 delegati.

La presenza delle donne nei consigli regionali è invece ancora bassa e difforme sul territorio. I consigli regionali rinnovati nel 2020 hanno portato la quota di donne elette, in totale, al 22%, proseguendo in un percorso verso l’uguaglianza di genere molto lento, che vede aumentare di 1 solo punto percentuale l’anno la quota di consigliere.

Nel 2020 è aumentata la rappresentanza femminile nei consigli regionali in Veneto, dal 21,6% al 35,3%, in Toscana dal 26,8% al 35%, nelle Marche dal 19,4% al 29%, in Calabria dal 3,2% al 9,7%, in Liguria dal 16,1% al 19,4% e in Puglia dal 9,8% all’13,7%. È invece diminuita in Campania, dal 23,5% al 15,7%, in Emilia-Romagna dal 36% al 32% e in Valle d’Aosta dal 22,9% all’11,4% (Figura 6). Il maggior numero di elette si rileva nelle regioni centrali (32,9%); seguite, a notevole distanza, dalle regioni del Nord (23,2%) e da quelle del Mezzogiorno (15,8%).

Fonte Istat su dati del 2020

NEL GRAFICO La distribuzione percentuale di donne elette nei Consigli regionali insediati nel 2020 e confronto con la composizione del Consiglio precedente

Giorgia Meloni potrebbe essere la prima donna Presidente del Consiglio in Italia, ma non piace alle femministe...

Il vento sembra spingere a suo favore e se il risultato alle urne confermerà le aspettative di Fratelli d’Italia e di tutto il centro destra, Giorgia Meloni diventerà la prima donna Presidente del Consiglio in Italia.

Un primato che arriva dopo ben 76 anni di storia repubblicana.

Eppure il mondo femminista non esulta.

Solo perché non è di sinistra?” si domanda la Destra.

La figura di Giorgia Meloni è quanto mai divisiva e sull’analisi della questione si stanno versando fiumi di inchiostro.

Perché la Meloni non è donna” è arrivata a dire la scrittrice Michela Murgia andando anche un po’ contro il pensiero della madre simbolica del femminismo, Simone Beauvoir, che sosteneva che non esiste un solo modo di essere donna essendo ognuna libera di essere donna a modo proprio.

L’attacco della Murgia, che però ha distinto tra donna “biologica” e donna “politica” è stato frontale, diretto: “So per certo che esiste un modo femminista di esercitare la propria forza e uno che femminista non lo è per niente. Se una donna usa la sua libertà per ridurre o lasciare minima quella altrui, questo non è femminista. Che sia di Destra o di Sinistra, se chiama meritocrazia il sistema che salvaguarda il suo privilegio di partenza e nega i diritti di altre persone, questo non è molto femminista. Che sia di Destra o di Sinistra, se il suo modello di organizzazione dei rapporti è la scala e non la rete, nemmeno questo è particolarmente femminista… Che sia di Destra o di Sinistra, se per lei le funzioni patriarcali sono più importanti delle persone che le svolgono, questo senz’altro non è femminista”.

“Sì - ha concluso la Murgia - conosco anche donne di sinistra che usano il potere così, ma nessuna corre il rischio di diventare presidente del consiglio.

In 76 anni di storia repubblicana nessuna donna ha mai assunto il ruolo di presidente del Consiglio. Né di presidente della Repubblica o di ministro dell’Economia. Le donne restano una minoranza belle assemblee locali e nazionali: è donna solo 1 presidente di Regione su 20 e sono 7 le sindache su 106 comuni capoluoghi di provincia.

Esiste, dunque, un modo maschile e uno femminile di fare politica o è anche questo uno stereotipo da combattere?

“Dove sono le femministe , ora che una donna sembra poter infrangere il soffitto di cristallo dei vertici istituzionali?” si domanda, forse un po’ troppo ingenuamente, la Destra.

La Sinistra, dal canto suo, obietta che la situazione può apparire contraddittoria solo a chi fa dell’appartenenza di genere la condizione necessaria, ma anche sufficiente, per garantire una trasformazione politica.

La domanda al centro del nodo è: l’eventuale successo di Giorgia Meloni, può segnare un punto verso una maggiore presenza di donne ai vertici delle istituzioni, ma garantirà anche un avanzamento nella risposta alle domande delle donne?

E’ un fatto che la leader della destra radicale, “madre”, “italiana” e “cristiana”, con i movimenti delle donne non ha nulla a che spartire. Ed ecco spiegato come può verificarsi, senza contraddizione, un conflitto tra il protagonismo di una singola donna in politica e i movimenti delle donne per i diritti sessuali e riproduttivi, per la parità in tutti i campi e la libertà dalla cultura sessista. Ed è chiaro come questi possano osteggiare apertamente l’ascesa delle prime.

Stringendo: nessuna femminista voterebbe Giorgia Meloni in quanto donna e nonostante le sue idee.

Per il femminismo radicale, il problema non è mai stato quello di espugnare o di spartire i vertici della politica maschile, ma di cambiarla. Insomma, una una donna senza ancoraggio nella politica delle donne non sarebbe una garanzia.

 
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