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26 Aprile 2026 - 19:31
Il 25 aprile 2026 a San Mauro Torinese si apre in chiesa, ma il punto è subito un altro: cosa resta, oggi, della memoria della Liberazione. La giornata per l’ottantunesimo anniversario parte dalla parrocchia di Santa Maria di Pulcherada, con la Messa celebrata da don Stefano, che davanti ad autorità e associazioni sposta l’attenzione dal rito alla coscienza. “Guardiamo anche le nostre guerre interiori da cui dobbiamo essere risanati. Abbiamo perso Dio come guaritore interiore. Lo stare insieme è fatto di compromessi”, dice nell’omelia. Parole che non restano sospese, ma si legano a ciò che accade subito dopo.
Davanti al monumento ai caduti della Seconda guerra mondiale interviene la sindaca Giulia Guazzora, e il registro cambia: dalla riflessione personale alla responsabilità pubblica. “Oggi celebriamo la Festa della Liberazione, questa festa descrive quello che siamo come popolo e come cittadini”, ricorda, mettendo in fila i nodi ancora aperti: odio, violenza, guerre che non sono solo memoria ma cronaca. “Abbiamo gli strumenti e la volontà per impedire che tornino a dettare morte e sofferenza. Dobbiamo mantenere una vigilanza democratica”. Il passaggio più netto arriva sulla Resistenza, definita “uno dei momenti più alti e nobili della nostra storia, che ci ha riscattati dalla vergogna e dal disonore che il fascismo aveva gettato sull’Italia”. Non è celebrazione formale: è una chiamata in causa. “Il 25 aprile ci impegna a schierarci”.

A prendere la parola è poi Narciso Bariolo, per l’ANPI di San Mauro, che riporta il discorso su un terreno spesso evocato e poco praticato: la Costituzione. Ricorda il passaggio del referendum e la rottura con la monarchia compromessa con il fascismo, ma soprattutto insiste sul metodo con cui nacque la Carta. “La Costituzione è arrivata dal dialogo di forze diverse che seppero trovare valori condivisi. Non fu posta dall’alto, ma costruita dal basso”. E ancora: lavoro, salute, uguaglianza davanti alla legge. Non come parole rituali, ma come equilibrio concreto tra poteri e diritti. Quando cita l’articolo 11, il tono si fa più netto: “L’Italia ripudia la guerra: quel verbo fu scelto con cura, esprime una condanna morale profonda”. La chiusura è affidata a Piero Calamandrei, che ribalta il senso stesso della commemorazione: “Quando noi ci troviamo a commemorare i morti, non ci accorgiamo che sono loro che ci convocano, per rendere conto del nostro quotidiano”. Non memoria passiva, quindi, ma verifica continua.
Il corteo attraversa i luoghi della memoria cittadina: dal monumento ai caduti della Grande Guerra al cimitero, fino alla lapide di Leo Lanfranco, dove viene deposto il cuscino di garofani rossi offerto dall’ANPI. Le soste si ripetono, i gesti anche: fiori bianchi e rossi, le note del Corpo Filarmonico, il Silenzio, l’Inno. Ma la ripetizione non basta a garantire il senso. È qui che la giornata prova a fare un passo in più.
Perché il 25 aprile, a San Mauro, è stato preparato da un lavoro che guarda ai più giovani. “1000 Papaveri Rossi”, l’opera partecipativa di Daniela Calisi alla Pra Granda, ha coinvolto le scuole: ragazzi delle terze medie che hanno costruito piccoli vasetti con un fiore di carta e una scheda con il nome e la storia di un partigiano. Un gesto semplice, ma con un obiettivo preciso: trasformare la memoria in conoscenza concreta.
Dentro questo percorso si inserisce anche la mappa dei luoghi partigiani della città, presentata con la sindaca e curata dallo storico Guglielmo Girardi. “Siamo partiti dalla mappa di Settimo, più semplice, quasi un dipinto. Qui abbiamo costruito uno strumento che i ragazzi possono usare per ritrovare i luoghi della Resistenza a San Mauro”, spiega. Non un’operazione simbolica, ma un lavoro di ricostruzione: dalle pietre d’inciampo alle targhe dedicate, fino ai riferimenti raccolti nel suo libro “Sanmauresi nella Resistenza”. “È stato un lavoro deciso a gennaio, portato avanti in modo frenetico, voluto dall’ANPI in concomitanza con il 25 aprile”.

Lo storico Guglielmo Girardi
Il punto, alla fine, è tutto qui. Tra cerimonie, discorsi e cortei, la memoria rischia sempre di diventare rituale. A San Mauro si è provato a tenerla ancorata ai luoghi, ai nomi, alle storie. Perché senza questo passaggio, il 25 aprile resta una data. Con questo passaggio, torna a essere una responsabilità.
(ha collaborato Luisa Pilone)
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