La bellezza di 52 misure cautelari per violenze nei confronti dei detenuti
del carcere di Santa Maria Capua Vetere. I fatti risalgono al 6 aprile del 2020.
Lo scandalo venuto alla luce nei giorni scorsi ha avuto il merito di riportare agli onori della cronaca il degrado in cui versano gli Istituti di tutta Italia, a cominciare da quello di Ivrea. E cominciamo dai numeri. Il 30 giugno scorso, a fronte di una capienza di 194 posti i detenuti ospitati erano 239 di cui 75 stranieri. Non troppi considerando che nel novembre dello scorso anno erano 277 e lo scorso anno di questi tempi 251.
I dati ci sono stati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Più nel dettaglio, di come si sta lì dentro, molto si riesce ad apprendere dal sito dell’associazione Antigone.
“L’istituto, costruito negli anni ‘80, presenta problematiche di vario genere - scrivono -
Quelle strutturali sono tipiche degli istituti costruiti in quegli anni: le camere di pernottamento non garantiscono i 3 metri quadri calpestabili a persona, non sono dotate di acqua calda né di doccia. Nei locali docce le pareti presentano muffe nonostante siano soggette ad imbiancatura annuale, come viene riferito. Le attività laboratoriali sono state tutte interrotte a causa della pandemia; solo la sartoria è stata riaperta nel settembre 2020. Le attività scolastiche sono state interrotte da marzo 2020 e terminate non in presenza; a settembre sono state riattivati alcuni corsi scolastici e professionali. E’ stata attivata la “scuola accoglienza” destinata a coloro che non riescono a frequentare i corsi scolastici (ad esempio le persone giudicabili) con il coinvolgimento al massimo di 4 persone per ogni sezione. Permane una seria difficoltà di relazione con le assistenti sociali dell’UIEPE di Torino che da tempo non si recano più in Istituto e non conoscono le persone detenute. Il personale segnala difficoltà anche con l’Ufficio di Sorveglianza di Vercelli e vengono riferiti gravi ritardi nelle risposte alle istanze presentate, che giungono in tempi molto dilatati. Si segnala peraltro che il magistrato di Sorveglianza non si reca mai in istituto...”.
A causa della pandemia erano stati interrotti i colloqui in presenza con i familiari;, ridotte e annullate anche le attività lavorative, formative e culturali, religiose. Viene riferito che fin dal marzo 2020 sono state attivate le video chiamate che ancora attualmente sostituiscono i colloqui in presenza.
“
Permangono anche le difficoltà di coinvolgimento della società civile sia in termini di opportunità lavorative che abitative.
Sono tuttora in corso i procedimenti penali connessi ad episodi di maltrattamenti e violenze a danno delle persone detenute.
Carcere
La struttura
L’istituto è diviso oin 4 piani, in ciascuno dei quali vi è una sezione detentiva suddivisa in due semi-sezioni. Ogni semi-sezione può ospitare fino ad un massimo di 44 persone. Le celle sono aperte dalle 9.00 alle 19.30 ma vengono chiuse durante i pasti.
Al piano terra sono ubicati l’infermeria, 6 celle singole adibite a isolamento sanitario e disciplinare oltre a 4 celle per la domiciliazione preventiva di quanti giungono dalla libertà o le persone destinate ad altri istituti di pena. Tre di queste sono dotate di due posti letto; la quarta è ricavata dall’unione di 2 celle, può ospitare fino a 5 persone ed è dotata di ambiente wc comprensivo di doccia.
Al primo piano vi sono due semi sezioni: in una sono ospitate le persone con reati comuni e nell’altra le persone giudicabili o appellanti.
Al secondo piano le due semi sezioni ospitano persone detenute semi protette (per lo più con reati a sfondo sessuale) e le persone con condanna all’ergastolo (che viene riferito essere presenti in gran numero).
Al terzo piano vi sono due semi sezioni che ospitano le persone con condanna definitiva, i lavoranti e gli studenti; attualmente in una semi sezione sono ospitate anche le persone giudicabili quando non vi è più posto al primo piano.
Al quarto piano una semi sezione ospita persone che fruiscono dell’articolo 21(10 presenti) e della semi libertà (3 presenti e 1 in licenza ); l’altra detenuti transessuali (3 presenti) .
Nell’istituto è presente anche la sezione staccata dei collaboratori di giustizia (attualmente 11 persone presenti) anch’essa a regime aperto; le celle, che sono ubicate al primo piano, sono singole dotate di locale wc separato; una di queste , utilizzata anche per la domiciliazione preventiva è dotata anche di doccia. Il locale docce è in comune e si trova al piano terra dove sono ubicate anche la cucina e la biblioteca.
Tra le criticità riscontrate da Antigone oltre alla mancanza dei tre metri quadri calpestabili a persona, è l’inesistenza dell’acqua calda. Si aggiungono gli spazi per cucinare in condizioni igieniche discutibili ricavati a fianco dei lavandini e gli arredi degradati. Infine non è sempre assicurata la separazione dei giovani adulti dagli adulti veri e propri.
Antigone segnala l’esistenza di una saletta adibita all’occorrenza al culto ortodosso e a quello dei Testimoni di Geova peccato che non ci sia alcun Imam. Peraltro pure il sacerdote cattolico
non è più entrato in istituto a causa della pandemia.
Le criticità
Il 10 novembre 2020 si registra il suicidio di una persona appena entrata in istituto e collocata in isolamento sanitario per sospetto COVID-19 (l’esito del tampone è poi risultato negativo). Antigone riferisce che nel corso del 2020 si sono verificati 45 manifestazioni di protesta (inclusi gli scioperi della fame) e 32 infortuni accidentali.
Sempre nel 2020 si sarebbero registrati 38 casi di autolesionismo, 7 tentai suicidi , 3 aggressioni ai danni del personale, 24 aggressioni tra detenuti.
La tossicodipendenza
Alle persone con problemi di dipendenza viene somministrato il metadone sia a scalare che a mantenimento; il metadone a scalare è utilizzato qualora vi siano piani terapeutici che prevedano la graduale riduzione del dosaggio del farmaco. La buprenorfina è presente ma si cerca di usarla il meno possibile anche per contrastarne il possibile commercio tra le persone detenute tossicodipendenti.
E sono tre i detenuti con
diagnosi psichiatriche gravi mentre più della metà dei presenti
fa regolarmente uso di sedativi o ipnotici (ad es. benzodiazepine).
Il recupero
Ben più grave e la sostanziale inesistenza di collaborazioni con ditte esterne al carcere, ad eccezione dell’attività agricola avviata dalla Cooperativa Itaca. I detenuti in grado di svolgere un lavoro vengono quindi assunti dall’amministrazione penitenziaria a turno per svolgere i lavori di addetto alla manutenzione ordinaria (4/5 persone), addetto alla tipografia (4 persone), addetto alla distribuzione del vitto, addetto alla spesa).
Un detenuto lavora presso la biblioteca comunale con un progetto dei cantieri di lavoro. Nell’istituto non sono attivi programmi di “lavoro di pubblica utilità”. Non si conosce, invece, il numero di persone
coinvolte nei corsi corsi scolastici organizzati dalla Scuola Accoglienza gestita dal CPIA.
Favori sessuali all’agente di polizia, una transessuale denuncia ma il Gip archivia
La cronaca giudiziaria è di appena qualche settimana fa, passata inosservata ai più...
Lo sfondo è la Casa Circondariale di Ivrea, i protagonisti sono un agente della polizia penitenziaria e una detenuta transessuale che lo denuncia. Giura che lui l’ha ricattata, costretta a concedersi per non subire pesanti ripercussioni. Fornisce date, dettagli, consegna un pezzo di carta igienica su cui dice di aver raccolto il liquido seminale del poliziotto dopo che questo ha preteso un rapporto orale. Il primo, seguito da altri, in quegli uffici della direzione che il sabato restano vuoti e lei, che qui è riuscita a ottenere un lavoro da “spazzina”, pulisce.
In teoria (ma solo in quella) un caso giudiziario che avrebbe dovuto squarcia il velo su quel mondo a parte che si apre oltre le sbarre del carcere. E questa volta non c’entrano rappresaglie a suon di schiaffi e manganellate, ma il sesso.
Il Dna, certifica la Scientifica della Questura dopo aver analizzato il campione, corrisponde al profilo genetico dell’agente. Ma questo non basta, secondo la Procura che l’aveva iscritto sul registro degli indagati per violenza sessuale aggravata, a sostenere l’accusa in giudizio. E il perché il pm lo scrive nella richiesta di archiviazione poi accolta dal gip. Sostenendo che
“non vi è prova che lo sperma acquisito dalla parte offesa sia frutto di violenza sessuale ai suoi danni, perpetrata anche solo mediante abuso di autorità, quanto invece che possa pervenire da quel rapporto sessuale che il querelante avrebbe praticato all’indagato cogliendolo di sorpresa in un momento di debolezza”.
carcere ivrea
Dunque, ritengono gli inquirenti, non è dimostrato che vi sia stata coercizione. Ma il sesso sì. Quello c’è stato di sicuro. Come del resto ha ammesso lo stesso indagato. «Ho avuto un momento di debolezza – ha sussurrato seduto accanto al suo avvocato – mi ha fatto delle avances e io ho ceduto facendomi masturbare in un’occasione».
La presunta vittima, così, in questo copione raccontato da chi si deve difendere, diventa una aguzzina. Una sirena che ammalia un Ulisse in divisa con una inedita molestia al contrario. Convincendolo non a dare, ma a ricevere piacere.
«Voleva ottenere piccole agevolazioni in carcere», la teoria dell’agente che ovviamente, integerrimo come è, dice di non aver concesso, scatenando così la reazione della detenuta che per punirlo avrebbe deciso di denunciarlo.
Una versione opposta, ovviamente, a quella che il pm aveva sintetizzato nel capo di accusa poi archiviato basato sulla denuncia della trans, che aveva raccontato di essere stata costretta «in più occasioni» a concedere rapporti orali. «Mi diceva che se non l’avessi fatto mi avrebbe rovinato – il suo racconto -, che mi avrebbe fatto perdere il lavoro o avrebbe fatto trasferire il mio compagno».
Un altro detenuto che, quando lei si è confidata, parlandogli degli approcci dell’agente, l’ha lasciata. E poi, sentito dagli investigatori, ha detto di non credere che si fosse trattato di abusi. Un’ipotesi, quella dell’ex ferito nell’orgoglio, che nella richiesta di archiviazione diventa motivo per ritenere poco attendibile la transessuale. Che oltretutto, sottolinea la Procura mettendone in dubbio la credibilità, ha presentato altre quattro denunce nel 2019 e nel 2020 “per riferite molestie” che hanno portato all’apertura di altrettanti fascicoli. E poi ci sono le annotazioni di servizio che la descrivono come un soggetto difficile, tenuto sotto osservazione perché non si facesse del male da sè dopo che aveva messo in atto alcuni atti autolesionistici. Un soggetto borderline, insomma. E un caso che secondo la procura
e il gip va chiuso qui senza ulteriori approfondimenti. Perché non è provato
“con ragionevole certezza” che quei rapporti sessuali siano stati estorti con la violenza o abusando del ruolo che il poliziotto rivestiva. E a quanto pare continua a rivestire.
Più volte si è affrontato il dibattito ma non si sono mai mantenuti gli impegni presi
Nello scorso mese di gennaio, in consiglio comunale a Ivrea, si è parlato del carcere grazie ad una mozione firmata dal consigliere
Francesco Comotto. Si chiedeva al sindaco
Stefano Sertoli di attivarsi presso tutte le Istituzioni competenti per denunciare il degrado in cui versa l’istituto, ma anche ad aprire un canale di comunicazione con l’Amministrazione Penitenziaria programmando visite periodiche, quindi ad organizzare uno o più incontri con i responsabili, gli operatori del settore e le associazioni di volontariato che operano nella struttura.
Non è la prima volta che il consiglio comunale affronta questo argomento. Nel dicembre del 2018 approvò una mozione firmata da
Comotto e dall’allora collega d’opposizione
Alberto Tognoli in cui si evidenziavano diverse criticità tra le quali: il mancato funzionamento dell’impianto antincendio, i debiti verso i fornitori, l’impianto idrico a rischio legionella, l’inadeguatezza degli allarmi anti-scavalcamento e anti-intrusione, il mancato funzionamento delle luci esterne, la grave carenza di personale, il sovraffollamento di detenuti che anche oggi, nonostante quella denuncia sono 239 contro i 194 posti disponibili a norma di legge.
“‘L’allora Giunta – ricordava
Comotto –
aveva preso degli impegni precisi che sono rimasti lettera morta. Da allora ad oggi la situazione invece di migliorare è notevolmente peggiorata tanto da diventare anche un caso nazionale con ripetute sollecitazioni della Garante dei Detenuti, del sindacato di Polizia Penitenziaria OSAPP e di una interrogazione al Ministro Bonafede del deputato piemontese Andrea Del Mastro…”
“La Casa Circondariale – diceva ancora
Comotto –
è di fatto un quartiere della città. Chi abita quel luogo, sia esso un detenuto o un operatore della giustizia, ha tutto il diritto di poter vivere e/o lavorare in una situazione di normalità e di dignità umana…”. Da qui la proposta di progetti mirati e condivisi con il mondo del volontariato, finalizzati ad allentare la barriera di incomunicabilità che c’è “tra il dentro e il fuori”.
Le indagini da Ivrea a Torino
Al consiglio comunale
si è anche spesso dibattuto delle quattro inchieste aperte negli anni passati dalla Procura di Ivrea in merito a presunti pestaggi avvenuti in carcere tra il 2015 e il 2016. Tre di queste sono state “avocate” dalla Procura generale di Torino che ha accolto il ricorso presentato dall’associazione Antigone e dal garante dei detenuti eporediese Paola Perinetto.
Resta a Ivrea la quarta richiesta riguardante la repressione avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre 2016.
Le inchieste eporediesi
L’istanza di avocazione dei fascicoli aperti a Ivrea
alla Procura generale della Repubblica di Torino, firmata del garante dei detenuti e dall’avvocato
Maria Luisa Rossetti, risale allo scorso mese di febbraio 2020, quando a Torino scoppiò il caso “Vallette”.
Il Procuratore Capo di Ivrea Giuseppe Ferrando
“Contrariamente a quanto si sosteneva in una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Ivrea – scrivevano
Saluzzo e
Lupacchiotti della Procura generale di Torino –
è presente documentazione medica in ordine alle lesioni riportate da un detenuto giunto in infermeria per essere medicato per escoriazioni e sanguinamento nasale e che presentava numerose escoriazioni su gambe, braccia e polsi (manette) e che ha riferito di essere stato immobilizzato a trasportato di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti con riguardo”.
E ancora la Procura di Torino sui pestaggi che vanno dal 7 al 17 agosto 2015 si lamenta che
“le uniche indagini svolte si sono concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risulta che il detenuto è stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto…”.
Il dito era puntato sul Procuratore capo di Ivrea
Giuseppe Ferrando che
“per lo svolgimento delle indagini si era avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate”.
Stando alle denunce, i maltrattamenti dei detenuti erano avvenuti all’interno della “cella liscia”, quella che dalle guardie penitenziarie veniva chiamata “l’acquario”: una stanza al piano terra del carcere che avrebbe dovuto essere la sala d’attesa dell’infermeria. Qui, invece, i detenuti venivano chiusi anche per ore, senza che nessuno potesse vedere all’interno, mentre erano sottoposti a trattamenti “di contenimento”.
“Ci abbiamo riflettuto bene prima di chiedere l’avocazione perché era qualcosa di non scontato. Sui 4 procedimenti però avevamo visto un rallentamento eccessivo e azioni che non venivano fatte dalla procura di Ivrea” ci avevano spiegato gli avvocati Simona Filippi per l’associazione Antigone e
Marialuisa Rossetti in rappresentanza della garante di Ivrea.
Come base di partenza la relazione ufficiale del Garante nazionale
Emilia Rossi.
Dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime:
“Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell’idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato”.
Lo stesso racconto è riportato anche dall’associazione Antigone e sulla pagina web infout.org, sulla quale altri detenuti scrissero:
“Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone”.
Morale? La Procura di Ivrea aveva risposto con l’archiviazione ed era poi stato il gip
Stefania Cugge a rimandare indietro i fascicoli chiedendo di svolgere ulteriori indagini per individuare i responsabili dei pestaggi. Da qui la decisione del Garante di chiedere aiuto alla Procura di Torino con le istanze di avocazione.
L’acquario c’era e si trovata al piano terreno vicino all’infermeria. Storie di pestaggi in carcere.
“Poi toccò a me. Di colpo aprirono il blindo e con un getto di acqua gelata di idrante mi stordirono e entrarono in tre o quattro velocemente in cella, mi buttarono per terra ammanettandomi e mi diedero nei costati dei colpi di manganello, poi mi tirarono su e nel tragitto verso l’infermeria, nei corridoi e per quattro piani di scale, presi schiaffi e manate in testa, finché non venni lasciato, credo qualche ora, chiuso senza vestiti, nell’Acquario al piano terra”.
Si dirà:
“Tutto falso..”.
“E’ solo scivolato, caduto!”.
Ma sul referto, il medico che quella sera visitò il detenuto, scriverà che la caduta da lui descritta
“non è compatibile con le lesioni riscontrate…”.
La cella “Acquario”, una cella liscia, una sorta di sala d’attesa senza panca, senza riscaldamento e con le finestre oscurate i detenuti non se l’erano sognata. Lo scriverà subito dopo a chiare lettere il
Garante Nazionale. L’acquario c’era e si trovava al piano terreno, vicino all’infermeria.
Per quei fatti, risalenti alla notte tra il 25 e il 26 ottobre del 2016, si è svolta, nel febbraio dello scorso anno, un’udienza in tribunale a Ivrea durante la quale la Procura ha chiesto l’archiviazione, il Garante Comunale si è opposto e il gip Stefania Cugge ha dato loro ragione, disponendo altri sei mesi di indagini e accogliendo così le richieste dell’avvocato Maria Luisa Rossetti.
Da una parte ci sono gli esposti dei detenuti sui pestaggi subiti, dall’altra
gli agenti
che dicono di vivere in condizioni disumane e che non ci stanno più a passare come i “cattivi”.
Finita qui? No!
Agli atti una lettera, con nomi e cognomi, inviata dal detenuto
Matteo Palo di Chivasso ai Radicali e pubblicata sul sito infoaut.org.
Ultima fermata di un calvario cominciato con la protesta del 14 ottobre dello stesso anno organizzata per richiedere un televisore in cella. E’ il racconto di chi si era ritrovato ostaggio di 3 o 4 agenti. E’ la disperazione che sale di notte, quando la direttrice non c’è.
Il Quinto dossier
Per 10 giorni l’impianto per il riscaldamento non ha funzionato. Le finestre, ormai decrepite, non riescono a fermare gli spifferi o a bloccare all’esterno l’acqua quando piove controvento.
Piove anche al secondo piano, ma qui la colpa è del tetto che non regge più. E poi l’umidità, le muffe,
il campo da calcio inutilizzabile in autunno e in inverno, le recinzione arrugginite e pericolanti, l’impianto di videosorveglianza che c’è ma solo per metà. .
Così il garante dei detenuti
Paola Perinetto, la scorsa primavera, durante l’illustrazione del quinto dossier delle “criticità strutturali degli istituti penitenziari piemontesi”.
Perinetto, aveva anche dato notizia sulla mancanza di spazi per le lezioni organizzate dal CPI con un team di 9 insegnanti.
Il garante dei detenuti Perinetto e quel rimborso di 300 euro che grida vendetta...
Nei giorni di mercato in tanti l’hanno già vista passare tra i banchi di frutta e verdura a raccogliere quella più matura, quella che i mercandin non venderebbero, quella del buon cuore di chi te la offre gratuitamente. Mele, pere, arance quando ci sono le arance, kiwi e tante altro ben di Dio da distribuire tra i detenuti del carcere di Ivrea.
Perinetto Paola, garante dei detenuti
Paola Perinetto (chi la conosce lo sa) è fatta così. Era così prima di accettare l’incarico di “garante dei detenuti. Lo è a maggior ragione oggi. Ci tiene a quello che fa e lo fa con passione.
Anche per questo quei 300 euro di “rimborsi spese” all’anno attribuiti dall’Amministrazione comunale “gridano vendetta”. Meno di un caffè al giorno. Qualche pieno di benzina. Insomma, una miseria. Se ne lamentava già
Armando Michelizza e durante un consiglio comunale trasmesso on-line nel gennaio scorso il consiglio comunale ne aveva preso atto e si era anche un po’ vergognato.
“Una cifra esigua – aveva sottolineato
Perinetto – Piccola perchè limita la possibilità di incontrare, partecipare a convegni e formazioni con lo scopo di rendere più incisivo l’intervento del garante sul territorio. Spesso devo intervenire pagando personalmente o rinunciando…”.
E di fronte a quella che era stata per tutti una notizia – e pure brutta – la reazione non si era fatta attendere e il sindaco Stefano Sertoli si era impegnato (mettendoci la faccia) a modificare lo stanziamento in bilancio. Parole al vento considerando che da allora sono passati quasi 5 mesi, si sono già fatte almeno un paio i variazioni di bilancio ma alle intenzioni non si è dato seguito con fatti concreti. Anche nel
bilancio unico di previsione 2021-2023 al capitolo 118800 “Rimborso spese garante per le persone private della libertà personale” del programma 4 “Interventi per soggetti a rischio di esclusione sociale” reativo alla Missione 12 “Diritti sociali, politiche sociali e famiglia” per tutti gli anni del triennio 2021
2023 lo stanziamento è rimasto di 300 euro.
E delle due l’una: o la vicesindaca
Elisabetta Piccoli se n’è dimenticata o al centrodestra non gliene importa un fico secco.
Nulla di cui stupirsi considerando che di mozioni rimaste lettera morta ce ne saranno ormai a decine.
A ricordare gli impegni presi e a rispettarli ci penserà l’Opposizione al prossimo consiglio comunale.
Pd, Cinquestelle e Viviamo Ivrea chiederanno alla giunta di predisporre una variazione di bilancio, da presentare nella prossima seduta del Consiglio Comunale, per portare lo stanziamento del rimborso spese al
garante a una cifra più congrua di non meno di mille euro all’anno. E chiederanno anche alla giunta di organizzare, almeno, una volta all’anno l’audizione della Garante in Consiglio Comunale per relazionare sull’attività svolta e sulla situazione del carcere do Ivrea.
“La cifra in bilancio – commentano i capigruppo Massimo Fresc, Maurizio Perinetti e Francesco Comotto –
risulta effettivamente poco diginitosa per una attività impegnativa sia in termini di tempo che di contenuto e di competenze…”.