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Cronaca
12 Ottobre 2025 - 22:01
Alessandro Rossi. Sullo sfondo l'ospedale di Settimo Torinese
C’è una frase che, più di ogni altra, sintetizza il tono dell’inchiesta sull’Asl To4: «Massacrala, falla desistere». È la voce di chi comanda, di chi decide carriere e destini, di chi può permettersi di spegnere con un ordine la vita professionale di un’altra persona.
La voce, secondo la Procura di Ivrea, era quella di Carla Fasson, ex dirigente del Dipartimento delle Professioni Sanitarie. La donna al centro di una rete di potere che per anni avrebbe gestito concorsi, spostamenti e promozioni come se la sanità fosse cosa sua.
Nelle 36 pagine dell’avviso di chiusura delle indagini, i pubblici ministeri Valentina Bossi e Alessandro Gallo di Ivrea raccontano una storia che supera la fantasia: una sanità dove le regole valgono solo per chi non conta, e dove le alleanze personali sostituiscono la meritocrazia.
Un mondo in cui bastava una chiamata, una chat, un cenno, per spostare una carriera o decidere chi vincere e chi perdere.
Al centro, Carla Fasson, ma intorno a lei ruota un intero sistema: primari, funzionari, imprenditori, consulenti legali. Tutti connessi da quella che i magistrati definiscono una “rete stabile di favori e scambi di utilità”.
Non una corruzione episodica, ma un metodo.
Un’abitudine.
Una consuetudine amministrativa scambiata per normalità.
I reati contestati sono pesanti: corruzione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, truffa aggravata, rivelazione di segreti d’ufficio e perfino maltrattamenti ai pazienti.
Già, perché mentre qualcuno si spartiva incarichi e appalti, qualcun altro, nei reparti, lasciava i malati soli, sporchi, sedati per far dormire gli infermieri.
La sanità del Canavese, quella che dovrebbe curare, in alcuni casi non solo non curava, ma addormentava chi chiedeva aiuto.
Secondo l’impianto accusatorio, Fasson aveva un potere informale e assoluto. Era lei a decidere chi doveva passare un concorso e chi no.
Era lei a stabilire chi andava spostato, chi punito, chi “messo in un angolo”.
Le domande dei concorsi, sostengono gli inquirenti, viaggiavano su chat, su mail, su fogli condivisi prima delle prove ufficiali.
Alcuni candidati — tra cui Maria Grazia Gazzera, consigliera comunale e operatrice sanitaria a Cuorgnè — le avrebbero ricevute giorni prima.
Chi le era fedele otteneva avanzamenti di carriera, incarichi, premi economici. Chi no, veniva escluso.
Intorno a lei, una corte di figure chiave: Massimo Gai, coordinatore dello Spresal di Ivrea, Claudia Griglione, responsabile del servizio a Ciriè, Letizia Maria Bergallo, Barbara Arnodo Cava, Rosa Galantucci, Catia Lasagna, Maurilia Ognibene, Dario Fornasieri, Simone Carta, Maria Stella Manoti, Matteo Voulaz, Luca Brachet Cota. Tutti, secondo la Procura, a vario titolo partecipi o beneficiari di un sistema di selezioni “indirizzate”.
In un altro filone dell’inchiesta, l’ex direttore generale Stefano Piero Scarpetta e l’ex direttore amministrativo Stefano Loss Robin sono accusati di aver coperto le assenze della Fasson, certificando presenze fantasma.
Risultava in ufficio, ma il suo telefono la collocava altrove: da un’estetista, in un salone di parrucchiera, o a pranzo con qualcuno che con l’Asl non c’entrava nulla.
E poi c’è il capitolo degli appalti.
Otto proroghe per un valore complessivo di oltre 12 milioni di euro concesse alla Cm Service Srl di Cascinette d’Ivrea, la cooperativa che gestiva i servizi infermieristici dell’ospedale di Settimo Torinese.
Una catena di delibere firmate con leggerezza e approvate con complicità.
A favorire la cooperativa, secondo la Procura, sarebbero stati Alessandro Rossi (amministratore unico della Saapa), Luca Asvisio (presidente dell’Ordine dei commercialisti di Torino e consulente della Saapa), Mauro Milan (avvocato e consulente legale della stessa società), e Fabrizio Mondello (liquidatore).
La Cm Service, diretta da Rita Carmela Conversa e Massimo Cassinelli, avrebbe goduto di un canale preferenziale, nonostante i continui disservizi segnalati dal personale interno.
L’accusa parla di frode nelle pubbliche forniture, ma anche di truffa aggravata: le gare sarebbero state costruite su misura, e la gestione infermieristica — quella vera, quella che riguarda la vita dei malati — completamente abbandonata.
Nei reparti di Settimo, scrivono i pm, i pazienti “restavano per ore privi di cure, sedati e abbandonati per consentire agli operatori di dormire”.
Una frase che pesa come una condanna morale, ancora prima che penale.
Tra gli indagati anche Tullia Baietto, primario del reparto lungodegenti, e l’infermiera Mia Damian Toader.
Il quadro descritto dai magistrati è desolante: lenzuola sporche, campanelli ignorati, flebo dimenticate sui comodini, anziani lasciati in stato di semi-incoscienza.
Una forma di violenza silenziosa, consumata nelle ore in cui l’ospedale dovrebbe essere un luogo di cura e invece diventa un dormitorio.

E non mancano i casi grotteschi.
Come quello di Libero Tubino, primario di Otorinolaringoiatria all’ospedale di Chivasso, accusato di farsi timbrare il badge da altri mentre giocava a golf.
Le celle telefoniche, dicono gli atti, lo agganciavano regolarmente al campo “La Mandria”, nelle stesse ore in cui risultava in reparto.
Quando gli inquirenti hanno incrociato le timbrature con i dati del cellulare, il puzzle si è chiuso da solo.
In mezzo a questo scenario, c’è anche la corruzione più classica, quella che passa attraverso favori e relazioni personali.
Carlo Bono, direttore del distretto sanitario di Settimo, avrebbe favorito la Cm Service nell’assegnazione delle Rsa di Settimo e San Mauro in cambio di un furgone e dell’assunzione di una donna con cui aveva una relazione.
Angela Maria Spagone, direttrice della Rsa Mezzaluna di San Mauro, è accusata di aver contribuito a pilotare le scelte gestionali.
Per tutti, la Procura contesta turbativa d’asta, abuso d’ufficio, rivelazione di segreti d’ufficio e corruzione.
Un catalogo completo dei reati contro la pubblica amministrazione.
Un manuale del potere sporco.
Alla fine dell’elenco, compare anche la Cm Service Srl come persona giuridica, indagata ai sensi del decreto 231 del 2001 per la responsabilità amministrativa dell’ente: secondo i pm, la cooperativa avrebbe tratto vantaggio diretto e consapevole dalle condotte dei suoi dirigenti.
La chiusura delle indagini segna un punto di svolta, ma non la fine.
Ora il fascicolo passa al giudice per l’udienza preliminare, che dovrà decidere se disporre il rinvio a giudizio.
Se accadrà, sarà un processo enorme, destinato a far discutere non solo il Canavese ma tutto il Piemonte.
Intanto, resta una domanda amara: com’è possibile che per anni nessuno si sia accorto di nulla, nessuno abbia verificate le cronache di questo e di altri giornali che, porca miseria, proprio di questo parlavano? Degli ospedali vuoti il pomeriggio...
Forse perché, come si legge in un passaggio dell’ordinanza, «chi deteneva il potere nell’Asl To4 non temeva di essere scoperto, perché sapeva che chi avrebbe dovuto controllare era parte del sistema stesso».
Una frase che non ha bisogno di commenti.
E che, più di qualunque altra, racconta la verità di questa storia: una sanità dove curarsi è diventato un privilegio e comandare una malattia cronica.
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