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Cronaca

Cinque minuti per morire: in aula i terribili momenti dell'esorcismo islamico di Salassa costato la vita a Khalid Lakhrouti

Per il consulente della Pm Giulia Nicodemi l'atroce morte sarebbe avvenuta per soffocamento e il bottone trovato in gola sarebbe la prova di quanto avvenuto

Lo zio Imam

Cinque minuti. Tanto basta, in un adulto come Kalid, perché l’ipossia diventi irreversibile: il cervello va in sofferenza dopo tre, oltre i cinque la vita scivola via. Per l’accusa, in quei cinque minuti tre persone gli avrebbero tappato la bocca con una camicia, spingendo la stoffa così in fondo da impedire anche la respirazione nasale, fino al decesso. Non sarebbe stato un oggetto a ucciderlo, ma la camicia-arma. L’oggetto, semmai, è la prova: un bottone trovato conficcato tra le corde vocali, con attorno fibrille tessili. Il RIS di Parma lo ha attribuito a una serie di capi Guess da uomo, camicie e polo. Una camicia compatibile è stata ritrovata ben riposta nell’armadio dell’ex moglie, Sara, durante una perquisizione.

È da qui che riparte il processo davanti alla Corte d’Assise di Ivrea, presieduta dalla giudice Stefania Cugge, con giudici popolari e togati. Oggi l’aula ha ascoltato i consulenti: per l’accusa, il medico legale Mario Apostol dell’Asl To4, consulente della Pm Giulia Nicodemi; per le difese, il medico legale Lorenzo Varetto. Due letture opposte dello stesso corpo, della stessa stanza, dello stesso tempo.

Apostol parla piano, incastra dati e anatomia. Per lui la morte è da asfissia meccanica violenta: non l’unica concausa, ma la principale. Il quadro, dice, è doppio — esterno e interno — e converge: cianosi, segni compatibili con ipossia, lesioni lacero-contuse alle labbra, erosione degli incisivi da bruxismo, ma soprattutto una profonda ferita alla lingua, tagliata fino a metà spessore. «La lingua è stata premuta contro i denti da una forza esterna e da un corpo voluminoso introdotto nel cavo orale. È un segno di compressione intensa», ha spiegato.

Il bottone, rinvenuto sulla parete posteriore della laringo-faringe, poco prima della glottide, non occludeva completamente le vie aeree: non è la causa, ha aggiunto, ma l’evidenza del mezzo usato. «Per arrivare fin lì non ha seguito il normale tragitto della deglutizione: ha scatenato tosse e conati; è coerente con stoffa spinta a fondo, con movimenti di espulsione rimasti incompiuti».

Per Apostol, il decesso si colloca tra le 19.30 e le 20.40, con un margine che potrebbe retrocedere di 3-5 ore, in base ai parametri classici come temperatura corporea e ipostasi. Alcuni rilievi pratici hanno complicato la stima: «La bilancia del presidio di Cuorgnè era rotta, non è stato possibile rilevare il peso del corpo». Nel tratto gastrointestinale, liquido marroncino nello stomaco e colecisti piena, elementi compatibili con una morte avvenuta 3-4 ore dopo il pasto. Segni di reflusso e conati di vomito confermano il quadro. Nei boxer, gli investigatori hanno trovato liquido seminale, un reperto che, sottolinea Apostol, «si associa non di rado alle morti asfittiche». Lo screening urinario è risultato positivo alla cocaina, negativo ad altre sostanze d’abuso e psicofarmaci.

Sotto la lingua è stata rinvenuta anche una compressa, un integratore a base di melatonina. «Non incide sulla dinamica del decesso — ha precisato —, ma spiega alcuni reperti in cavità orale».

Il cuore di Kalid racconta anni di cocaina. È un cuore ipertrofico: la parete del ventricolo sinistro raggiunge 2 centimetri contro un valore fisiologico di 1,4. «La cocaina aumenta la pressione, costringe il cuore a spingere più forte: è un muscolo che consuma di più e rende di meno. Ma non si muore di questo in quel momento: qui si muore senza aria, mentre il cuore corre e chiede ossigeno». Tradotto: concausa predisponente sì, causa prevalente no.

Un altro dato colpisce: nessun segno di colluttazione. «Le lesioni non indicano una resistenza efficace — ha detto Apostol —. O l’uomo non era cosciente, o è stato convinto a farsi legare». La chiamata al 118 è partita alle 21.45 dallo zio Abdelrhani, ma per il medico legale il corpo era già in arresto da tempo.

Di segno opposto la perizia del dottor Lorenzo Varetto, consulente delle difese. La sua tesi è clinica: intossicazione acuta da cocaina e cardiopatia ipertrofica possono aver provocato un arresto cardiaco improvviso

Sul bottone, Varetto propone un’altra pista: una “migrazione iatrogena” durante le manovre di intubazione. «In rianimazione, strumenti e tubo possono spingere in basso un corpo estraneo già presente in bocca», ha dichiarato. E insiste sul cuore: «Mancano gli esami istologici approfonditi del miocardio: sono indispensabili per valutare eventuali aritmie letali in un muscolo già ipertrofico».

Apostol, però, replica su entrambi i fronti. Il tubo, spiega, «si ferma prima del tratto in cui il bottone è stato trovato». «La posizione è troppo alta per essere spinto dall’intubazione. E il quadro generale — interno ed esterno — parla di asfissia, non di sincope cardiaca».

Il contesto resta quello noto: la ruqyah, l’esorcismo islamico ammesso dalla religione ma limitato alla preghiera e alla recitazione del Corano, senza contenzione fisica. A Salassa, invece, la spiritualità è diventata coercizione. I video proiettati in aula a inizio processo mostrano legato in cucina, lo zio-imam Abdelrhani che recita, il fratello Nourddine che lo blocca, il nipote minorenne che assiste. È la scena di gennaio, un mese prima della morte. Il 10 febbraio, nella stessa casa, la sequenza si ripete e finisce nel dramma.

Il corpo viene ritrovato avvolto in una coperta, le mani legate, la bocca tappata. 

Il controesame dell’avvocato Ferrero ha battuto sui limiti tecnici dell’autopsia: temperature, ipostasi, assenza di una bilancia per il peso corporeo. Parametri, ha detto, che possono alterare le stime dell’ora di morte. Ma la griglia forense di Apostol resta coerente: fisiologia del soffocamento, reperti orali, fibrille tessili, bottone, segni ipossici.

L’aula si è chiusa su un’immagine che non lascia tregua: tre minuti per ferire il cervello, cinque per spegnere la vita. Se la Corte riterrà provato che in quei cinque minuti una camicia abbia sigillato bocca e naso, la ruqyah, l'esorcismo islamico, diventerà omicidio.

Resta, al fondo, una domanda che la scienza non può risolvere: dove finisce la fede e comincia la colpa?. Il diritto cercherà una risposta, ma la cronaca ne ha già una: in quella stanza di via Cavour, un uomo fragile, alterato dalla cocaina e dal terrore, è morto tra le mani di chi voleva salvarlo. E per cinque interminabili minuti, ha respirato solo paura.

L’ombra del rito: la storia di Khalid

C’è un prima e un dopo nella vita di Khalid, l’uomo morto durante quello che l’accusa definisce un esorcismo islamico degenerato in soffocamento. Il prima è fatto di lavoro, famiglia, normalità. Il dopo, di delirio, fede, paura e cocaina. Due mondi che a un certo punto si sono fusi fino a bruciare tutto: la ragione, la serenità, la vita stessa.

Per anni Khalid aveva cercato un equilibrio fragile tra il lavoro, la disabilità che lo aveva reso claudicante dopo un tuffo nel torrente Orco e un matrimonio complicato, con Sara, la moglie dalla quale aveva avuto due figli. Vivevano a Salassa, in un appartamento di via Cavour, stretto, rumoroso, ma pieno di voci e presenze. Poi qualcosa si spezza. La cocaina diventa il suo rifugio e insieme la sua condanna. Comincia a vedere presenze, a parlare di demoni, a temere che il male si fosse insinuato nella sua casa.

Nell’autunno del 2023 tutto precipita. Una notte di ottobre, in piena crisi, aggressisce la moglie e la figlia gridando di volerle liberare dal diavolo. Quando arrivano i carabinieri, mostra loro un punto nel vuoto e dice: «È lì, il demonio». Poi stringe un cuscino tra le mani: «L’ho catturato, stringetelo forte». È l’inizio del tracollo. Da allora la vita di Khalid si trasforma in un alternarsi di ricoveri, allucinazioni e tentativi di redenzione spirituale.

Sara capisce che è troppo pericoloso restare. Porta via i figli e si rifugia con la madre in un alloggio di via Matteotti, sempre a Salassa, in quello che in paese chiamano “il condominio”. Khalid resta solo, sempre più ossessionato. Ha un divieto di avvicinamento, ma torna più volte a bussare alla porta di Sara. In una di quelle notti — è il 23 gennaio — chiama lui stesso il 112: dice di sentirsi in pericolo, di temere per la sua vita. Quando arrivano i carabinieri, di lui non c’è traccia. Sara afferma di non averlo visto. Ma i vicini raccontano rumori, colpi, mobili spostati.

In paese si mormora. Khalid non è un estraneo: lo conoscono tutti, e conoscono anche suo fratello Nourddine e lo zio Abdelrhani, imam a Cuorgnè. È proprio a loro che, nelle settimane successive, Sara si rivolge. Chiede aiuto: “Khalid non è più lui, serve una preghiera, un rito”. Da qui nasce l’idea della ruqyah, il rito islamico di liberazione dal male, ammesso dalla religione ma rigorosamente privo di violenza: si basa sulla recitazione del Corano, sull’acqua benedetta, sulla supplica. Ma quello che accade a Salassa va ben oltre.

A gennaio i carabinieri intervengono in un primo episodio che oggi l’accusa definisce “la prova generale”. Una vicina di casa, Valentina Ruggero, chiama il 112 terrorizzata: sente urla, colpi, una voce che chiede “aiuto” per interminabili minuti, poi il silenzio. I militari entrano e trovano una scena inquietante: Khalid è disteso in cucina, avvolto in una coperta, legato, con il fratello sopra di lui che lo immobilizza, mentre lo zio recita versetti del Corano. In casa c’è anche il nipote minorenne. Non ci sono armi, né sangue, solo il corpo di Khalid che si contorce e l’Imam che rassicura: «È posseduto, ma passerà».

I carabinieri registrano tutto con una bodycam. Quel video, oggi, è tra le prove principali del processo. Allora nessuno dispone un ricovero, nessuno immagina che quella scena sarà il preludio di una morte. Passano tre settimane. È il 10 febbraio. Stesso luogo, stessa gente, stesso rito. Ma questa volta Khalid non si rialza più.

Quando arrivano i soccorsi, chiamati dallo zio alle 21.45, è già troppo tardi. L’Imam dice che “stava male”, che “ha smesso di respirare dopo la preghiera”. Ma per i sanitari il corpo è freddo da ore. Sul pavimento, tra le fibre del tappeto, un bottone Guess. Intorno, un disordine che non parla di violenza, ma di frenesia. Il volto di Khalid è gonfio, la lingua morsa, la pelle segnata da chiazze bluastre. In gola, durante l’autopsia, quel bottone verrà trovato incastrato tra le corde vocali, insieme a tracce di tessuto.

Il RIS di Parma ne certificherà la provenienza: Guess, linea uomo, camicie e polo. Gli investigatori ne troveranno una identica, piegata con cura, nell’armadio dell’ex moglie Sara. È da lì che il pubblico ministero Giulia Nicodemi farà partire la sua ricostruzione: la camicia come strumento, la camicia come prova.

A casa, con l’Imam e il fratello, quella sera c’era anche il nipote minorenne. Le immagini dei precedenti rituali lo mostrano spesso in disparte, mentre osserva. Oggi, a distanza di mesi, sarà lui il testimone chiave, se la psicologa incaricata lo riterrà in grado di deporre. Potrebbe essere l’unico a raccontare cosa è successo davvero nei minuti in cui Khalid ha smesso di muoversi.

La vicina, quella stessa che aveva già chiamato il 112, ricorda anche quella notte rumori e pianti, poi una donna che entra nel palazzo con il velo: non era Sara, dicono. Lei, infatti, nega di essere stata presente. Ma resta imputata, insieme al fratello e allo zio, di omicidio volontario premeditato.

La ruqyah, nei testi sacri, è una preghiera di guarigione. Ma a Salassa è diventata una gabbia fisica, fatta di mani che immobilizzano, di voci che pregano, di una bocca chiusa per sempre. Asfissia meccanica, la chiamano i medici. Gli imputati, invece, la chiamano fede.

E nel mezzo, come sempre, c’è il tempo: quei cinque minuti in cui il respiro si fa più corto, il cervello chiede ossigeno e non ne trova. Cinque minuti in cui la fede ha scavalcato la pietà. Cinque minuti che ora la Corte d’Assise di Ivrea deve tradurre in verità giudiziaria.

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