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Trino
28 Luglio 2023 - 12:08
Roberto Rosso
Pena ridotta - dai cinque anni della sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Asti - a quattro anni e quattro mesi per Roberto Rosso. Lo ha annunciato il presidente della Corte d’Appello di Torino, Mario Amato, nel pronunciare la sentenza d’appello del processo Carminius-Fenice in “parziale riforma” della sentenza astigiana.
Per le motivazioni bisognerà aspettare, ma il reato di voto di scambio politico-mafioso è confermato. «Non sono arrabbiato ma deluso», ha detto Rosso uscendo dall’aula e preannunciando che ricorrerà in Cassazione; era accompagnato dalla moglie e dal suo legale Mauro Piazzese.
Il politico trinese, una lunga carriera nella Dc e in Forza Italia prima di passare a Fratelli d’Italia, era stato arrestato il 20 dicembre 2019. Secondo la Procura, Rosso aveva versato 7900 euro a Onofrio Garcea e Domenico Viterbo - due esponenti della ‘ndrangheta, già condannati con sentenza definitiva - in cambio di pacchetti di voti.
Nell’ultima udienza ha presentato la sua versione dei fatti in una dichiarazione spontanea alla corte. L’ex assessore del la Giunta regionale ha insistito su come la politica sia sempre stata tutta la sua vita. I voti - ha detto - “«li ho presi legalmente, grazie alla mia costanza». E la «superficialità» che ha ammesso nella scelta degli interlocutori è dovuta alle centinaia di incontri che faceva ogni giorno tra cene, convegni ed eventi. Rosso ne ha contati «oltre 20 mila alla fine della campagna elettorale» per le regionali del 2019. Per la politica, ha detto, dava tutto: «laddove gli altri spendevano uno, io spendevo sempre di tasca mia anche dieci volte tanto. Ho sempre avuto le mani bucate», una tendenza secondo Rosso dovuta al disturbo bipolare di cui soffre da 25 anni, come gli ha spiegato lo psichiatra.
Per quanto riguarda i suoi rapporti con la criminalità organizzata, Rosso ha dichiarato di non sapere che Francesco Viterbo fosse uno ‘ndranghetista, mentre di Onofrio Garcea non sapeva neanche il nome «altrimenti lo avrei ricollegato subito al mio collega e avversario Domenico Garcea»: quest’ultimo, parente di Onofrio, non è indagato né imputato nel procedimento, ed è stato eletto in consiglio comunale a Torino due anni dopo, nel 2021. Onofrio fu arrestato nell’inchiesta Fenice alla fine del 2019. Rosso, a suo dire, si sarebbe fidato delle persone sbagliate: «Un ex carabiniere, oggi nei servizi segreti, marito di una mia collaboratrice non mi ha detto nulla. A lui ho consegnato i 5000 euro dicendogli di farne ciò che meglio intendeva. Da anni mi aiutavano nelle campagne elettorali. Non potevo immaginare che quei due (Garcea e Viterbo) fossero criminali».
«Posso essere stato superficiale e imprudente» in campagna elettorale, ha ammesso il politico trinese, «ma non ho mai stretto accordi con la ’ndrangheta né ho mai comprato voti da nessuno». E ha concluso: «Resto meravigliato che di fronte al fatto che gli intercettati hanno detto “mangiamo da Rosso e votiamo Garcea”, alla fine vengo condannato io e quell’altro fa il consigliere comunale a Torino». Ma la sua versione non ha convinto la corte.
Il processo riguarda anche altri imputati accusati per le infiltrazioni della ‘Ndrangheta a Carmagnola. Le condanne più alte sono state inflitte a francesco Arone, 16 anni e 2 mesi, Salvatore Arone, 17 anni, e Raffaele Arone, 12 e 8, mentre 13 anni e sei ad Antonino Buono.
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