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A scuola di francoprovenzale: la sfida delle piccole comunità di montagna in Canavese

Classi ridotte, comunità fragili: il francoprovenzale torna tra i banchi per non sparire

A scuola di francoprovenzale: la sfida delle piccole comunità di montagna in Canavese

A scuola di francoprovenzale: la sfida delle piccole comunità di montagna in Canavese

Per secoli è stata la lingua di tutti. Oggi, in Valle Orco, il francoprovenzale sopravvive nelle voci degli anziani — e torna tra i banchi di scuola.

Succede a Ronco Canavese e Ceresole Reale, due paesi di montagna dove quella che per generazioni è stata la lingua quotidiana rischia di diventare un ricordo. Non un’ipotesi lontana: una realtà già in atto. Il francoprovenzale, qui, lo parlano soprattutto i più anziani. I bambini, fino a pochi anni fa, molto meno. E senza passaggio generazionale, il destino è segnato.

È da questo punto che parte l’esperimento. Non accademico, ma concreto. A scuola si torna a usare la lingua madre, non come oggetto di studio, ma come strumento vivo. Si canta, si recita, si fanno indovinelli, si intervistano gli abitanti del paese. Le parole non restano sulla carta: tornano a circolare.

A Ceresole Reale gli alunni sono due. Il maestro, Marco, è cresciuto lì. Artista, scultore, maestro di sci, scrittore: un profilo che tiene insieme il lavoro manuale, la montagna e la memoria del territorio. Il francoprovenzale, per lui, non è una materia. È un modo per tenere legati i fili. «Le parole hanno un peso», ripete spesso, e quel peso qui coincide con la storia di un luogo.

A Ronco Canavese i numeri cambiano: quattordici bambini. Ma il senso resta lo stesso. Il progetto affonda le radici negli anni ’80, quando la maestra Gabriella Stefano capì che perdere la lingua significava perdere qualcosa di più profondo. Oggi il lavoro continua con le insegnanti Marilena, Maura e Margherita. Stessi strumenti, stessa direzione: gioco, oralità, relazione con il territorio. Non una lezione frontale, ma un passaggio di testimone.

A lezione a Ceresole Reale

Il punto, però, non è solo linguistico. La lingua è il segnale più visibile. Sotto c’è altro: comunità sempre più piccole, paesi che fanno i conti con lo spopolamento, equilibri fragili. Due alunni in una scuola non sono un dettaglio folkloristico. Sono un dato.

Per questo il progetto promosso dall’associazione Chambra d’Oc, con il coordinamento della Città metropolitana di Torino e dentro il quadro della legge 482 del 1998 sulle minoranze linguistiche, assume un significato più ampio. Non si tratta solo di conservare un patrimonio, ma di provare a renderlo ancora praticabile.

«I nostri bambini non stanno imparando una lingua di nicchia, stanno ricevendo le chiavi delle loro radici», spiegano i promotori. Tradotto: senza quella lingua, una parte di identità si perde. E una comunità diventa più fragile.

Resta una domanda, inevitabile. Quante possibilità ha una lingua di sopravvivere se i suoi parlanti si contano sulle dita di una mano? E, soprattutto, cosa succede a quei luoghi quando smettono di raccontarsi con le proprie parole?

In Valle Orco, per ora, la risposta passa da un’aula scolastica. Pochi bambini, qualche quaderno, una lingua antica che prova a restare nel presente. Non è nostalgia. È resistenza.

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