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Iran al collasso: quando anche il Gran Bazar si ribella, il sistema regge ancora?

Svalutazione record del rial, inflazione fuori controllo e repressione violenta: la protesta partita dai mercanti di Teheran diventa politica e mette in discussione gli equilibri della Repubblica islamica

Iran al collasso: quando anche il Gran Bazar si ribella, il sistema regge ancora?

LA GUIDA SUPREMA DELL'IRAN ALI KHAMENEI IN UN INCONTRO CON IL POPOLO DI QOM

Una saracinesca che scende di colpo nel Gran Bazar di Teheran. Il rumore metallico, in un giorno di fine dicembre 2025, diventa il segnale di una protesta che in poche ore supera la questione del prezzo del dollaro e si trasforma in un’accusa diretta al sistema di potere. Le botteghe chiudono una dopo l’altra, i bazarì – gli stessi commercianti che nel 1979 furono una cerniera sociale decisiva della rivoluzione – scendono in strada. Dai vicoli intorno a via Jomhuri e all’Alaeddin Passage, la mobilitazione si estende rapidamente al resto della capitale e poi a decine di città iraniane. Nel giro di meno di due settimane, nonostante una repressione dura, le manifestazioni non si spengono. Al contrario, si politicizzano, indicando apertamente i responsabili della crisi, dal vertice dello Stato iraniano fino agli apparati della sicurezza.

All’origine c’è il crollo della moneta nazionale. Il rial iraniano tocca un minimo storico, arrivando a circa 1,42 milioni di rial per un dollaro sul mercato libero. Per i commercianti significa l’impossibilità di fissare i prezzi, per i cittadini vuol dire che beni di base come olio da cucina e uova cambiano costo nel giro di poche ore. La crisi valutaria travolge anche i vertici istituzionali: il 29 dicembre 2025 si dimette il governatore della Banca centrale iraniana, Mohammad Reza Farzin, sostituito da Abdolnasser Hemmati, ex governatore e figura già nota. Un avvicendamento tecnico che, nella percezione pubblica, assume il valore di un’ammissione di fallimento del sistema di controllo economico.

Alla svalutazione si sommano inflazione elevata e aumento dei prezzi dei generi alimentari. Secondo lo Statistical Center of Iran (SCI – Ufficio statistico iraniano), l’inflazione media annua si attesta intorno al 42,2%, mentre il dato “punto a punto” supera il 52% a fine anno, con i beni alimentari tra i più colpiti. Salari e risparmi vengono erosi, soprattutto nei contesti urbani a reddito fisso. È in questo quadro che i bazarì, tradizionalmente considerati un indicatore sensibile del malcontento sociale, decidono di rompere l’equilibrio.

Le prime giornate della protesta assumono la forma di scioperi e serrate nel Gran Bazar. Poi, in tempi rapidi, il linguaggio cambia. Dai cori contro il caro vita si passa a slogan che prendono di mira direttamente il vertice della Repubblica islamica dell’Iran. La rabbia economica di commercianti e artigiani si salda con le rivendicazioni politiche di studenti e giovani lavoratori, allargando il fronte della contestazione. Le manifestazioni partono da Teheran e raggiungono numerose province, con chiusure coordinate di negozi, cortei nelle città medie e raduni improvvisi nei quartieri popolari. Il dato nuovo è il ruolo centrale dei mercanti, una presenza che cambia il peso simbolico della protesta.

Sul piano politico, il governo del presidente Masoud Pezeshkian risponde su due binari. Da un lato introduce una riforma dei sussidi in valuta destinati agli importatori, sostituendoli con trasferimenti diretti ai consumatori, pari a circa 7 dollari al mese. Dall’altro promette controlli contro accaparramenti e speculazione. Molti economisti giudicano però queste misure tardive e potenzialmente inflazionistiche nel breve periodo. Secondo diverse analisi, i prezzi dei beni essenziali mostrano già aumenti significativi.

La risposta repressiva arriva rapidamente. Forze della FARAJA (Forze di polizia iraniane), milizie Basij e reparti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) intervengono per disperdere i raduni, utilizzando lacrimogeni, pallini metallici e, in diversi casi documentati, armi da fuoco. Le organizzazioni Amnesty International e Human Rights Watch confermano almeno 28 vittime tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026, incluse persone minorenni, in un numero limitato di città e province. Gli arresti vengono stimati in migliaia. È una fotografia incompleta, che lascia aperta l’ipotesi di un bilancio reale più alto.

Nei giorni più tesi, le autorità impongono un blackout informativo quasi totale. L’8 gennaio 2026, monitoraggi indipendenti segnalano un crollo della connettività, con la rete IPv6 ridotta a una frazione del normale e interruzioni diffuse delle linee mobili e fisse. Secondo gli esperti, l’obiettivo è ridurre la capacità di coordinamento e documentazione delle proteste. Questo oscuramento spiega le forti oscillazioni nelle stime delle vittime e rende difficile la verifica indipendente degli eventi sul terreno.

Fonti indipendenti e media internazionali riportano anche casi emblematici, come la morte della studentessa Rubina Aminian a Teheran. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, la giovane sarebbe stata colpita a distanza ravvicinata. Episodi come questo alimentano l’indignazione anche fuori dai confini iraniani.

Sulle cifre complessive, le stime più recenti e prudenti parlano di oltre 500 morti e più di 10.000 arresti, secondo la rete di attivisti HRANA (Human Rights Activists News Agency), con la precisazione che molte vittime sono ancora in fase di identificazione. Le autorità iraniane respingono ogni responsabilità diretta e accusano Stati Uniti e Israele di fomentare i disordini. Il quadro resta incerto, ma la tendenza a un aumento della violenza e delle detenzioni appare difficilmente contestabile.

Nel sistema politico iraniano, i bazarì non rappresentano solo una categoria economica, ma una vera istituzione sociale. Storicamente hanno finanziato moschee, reti di carità e scuole religiose e nel 1979 fornirono risorse e legittimazione alla nascente Repubblica islamica. Il fatto che oggi questa borghesia commerciale, colpita da instabilità valutaria, difficoltà di credito e aumento dei costi di importazione, scelga lo scontro civile viene letto come un segnale di sfiducia che parte dal centro della società e non solo dalle sue periferie.

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Un elemento chiave è l’espansione dell’IRGC nell’economia, dai settori delle infrastrutture all’energia, dai trasportiall’edilizia. Questa presenza ha ridotto gli spazi per il settore privato, creando un capitalismo para-statale che, sotto il peso delle sanzioni internazionali e di un sistema opaco, penalizza soprattutto i piccoli e medi operatori. In questo contesto, i bazarì perdono il ruolo di cuscinetto sociale e diventano concorrenti deboli di conglomerati vicini al potere.

Il presidente Masoud Pezeshkian si muove in un margine ristretto, con aspettative sociali elevate, risorse fiscali limitate e un apparato di sicurezza che non risponde direttamente al governo. La riforma dei sussidi mira a correggere distorsioni note, come il cambio preferenziale agli importatori, ma nel breve periodo rischia di aggravare il costo della vita. Senza una stabilizzazione credibile del mercato valutario e senza riforme strutturali su credito, import-export e concorrenza, la fiducia dei bazarì difficilmente potrà essere recuperata.

Le proteste attuali mostrano una composizione interclassista che coinvolge commercianti, studenti, lavoratori dei servizi e settori dell’industria leggera. I riferimenti richiamano cicli precedenti, dalle proteste del 2019 alla mobilitazione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, passando per le rivolte legate all’aumento dei carburanti. Ogni fase ha lasciato un’eredità di pratiche e linguaggi che oggi riemergono in forma più coordinata.

Sul piano internazionale, cresce la tensione tra Teheran e Washington. Negli Stati Uniti, l’amministrazione del presidente Donald Trump evoca opzioni che vanno dal sostegno alla connettività satellitare a misure più incisive. L’Iran risponde con avvertimenti e minacce di rappresaglia in caso di attacchi. Nel frattempo, le cancellerie europee discutono nuove sanzioni legate alla repressione interna, mentre l’oscuramento di internet alimenta una competizione narrativa su numeri e responsabilità.

La dinamica di queste settimane racconta un patto sociale che si sta logorando. La promessa implicita di stabilità in cambio di adattamento quotidiano perde valore quando il costo della vita diventa imprevedibile e le opportunità economiche si riducono. La novità è che a dirlo non sono soltanto i giovani o i quartieri marginali, ma anche chi aveva provato a convivere con la crisi, regolando la propria attività sul cambio del giorno. La politicizzazione rapida della protesta appare meno come un effetto di ingerenze esterne e più come il risultato di un’economia che non garantisce più certezze di base. Quando il Bazar chiude le saracinesche per protesta e non per tradizione, quel rumore metallico assume un significato che va oltre la contingenza e diventa un indicatore della fase che il Paese sta attraversando.

Fonti: Statistical Center of Iran (SCI), Amnesty International, Human Rights Watch, Iran Human Rights, HRANA (Human Rights Activists News Agency), reportage di media internazionali tra cui The Washington Post, monitoraggi di organizzazioni indipendenti sulla connettività internet.

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