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Reza Pahlavi può davvero guidare l’Iran dopo la Repubblica islamica?

Dall’esilio americano alle piazze clandestine di Teheran: consenso reale, limiti politici e ambiguità di un nome che divide l’opposizione e interroga il futuro del Paese

Reza Pahlavi può davvero guidare l’Iran dopo la Repubblica islamica?

Reza Pahlavi

Una clip di pochi secondi, girata di notte in una scala di cemento senza finestre. Si sente un coro monotono, quasi sussurrato per non attirare l’attenzione dei vicini: Reza Pahlavi. È un nome che arriva dal passato e che, allo stesso tempo, viene pronunciato come ipotesi di futuro. In quell’immagine scarna e clandestina si concentra una delle contraddizioni centrali dell’Iran contemporaneo: mentre la Repubblica islamica dell’Iran reprime le proteste e limita l’accesso alla rete, una parte dei manifestanti torna a scandire il cognome della dinastia deposta nel 1979; altri, con la stessa determinazione, rifiutano qualsiasi ritorno monarchico e chiedono soltanto una repubblica laica. In mezzo, e spesso nel mirino, c’è Reza Pahlavi, 65 anni, figlio dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi, oggi figura di riferimento dell’esilio iraniano, residente tra Washington e Parigi. Negli ultimi mesi, durante un nuovo ciclo di proteste diffuse, il suo nome è riapparso nelle piazze come possibile guida “a distanza”, figura di transizione per alcuni, simbolo di un passato ingombrante per altri.

Nato a Teheran il 31 ottobre 1960, Reza Pahlavi viene proclamato erede al trono nel 1967, durante l’incoronazione del padre. Nel 1978, a 17 anni, vola negli Stati Uniti per l’addestramento come cadetto dell’Imperial Iranian Air Force, presso la Reese Air Force Base in Texas. Pochi mesi dopo, la rivoluzione rovescia la monarchia e chiude definitivamente quella traiettoria. Inizia così un esilio senza ritorno che tocca Marocco, Bahamas, Messico ed Egitto. Alla morte dello scià, avvenuta al Cairo il 27 luglio 1980, il giovane Reza si proclama simbolicamente “Reza Shah II”. Parallelamente costruisce una nuova biografia lontano dall’Iran: studia al Williams College e si laurea in Scienze politiche nel 1985 alla University of Southern California. Nel 1986 sposa Yasmine Etemad-Amini; dalla loro unione nascono tre figlie, Noor nel 1992, Iman nel 1993 e Farah nel 2004.

Dietro l’immagine pubblica dell’erede in esilio, la storia familiare è segnata da lutti che pesano anche sulla percezione esterna della figura di Pahlavi. La sorella Leila Pahlavi muore a Londra nel 2001 per un’overdose; il fratello Alireza Pahlavi si suicida a Boston nel 2011. Due eventi che lo stesso Reza Pahlavi ha ricondotto al trauma di una famiglia passata in pochi anni dall’apice del potere alla condizione di esule permanente.

Nel corso di quasi mezzo secolo lontano dall’Iran, Reza Pahlavi modifica progressivamente la propria postura politica. Dalla rivendicazione formale del titolo regale passa a presentarsi come facilitatore di una transizione democratica. Il punto, nelle sue dichiarazioni pubbliche, non è più il ritorno al trono ma la richiesta di un referendum che consenta agli iraniani di scegliere tra una monarchia costituzionale e una repubblica laica. La strategia indicata è quella della disobbedienza civile non violenta, sostenuta anche nei suoi libri pubblicati tra il 2000 e il 2009.

Nel 2013, a Parigi, lancia l’Iran National Council (Consiglio Nazionale Iraniano) per elezioni libere, una piattaforma che ambisce a riunire oppositori interni ed esterni al Paese. L’iniziativa, pur ambiziosa, perde slancio negli anni successivi tra defezioni e attività ridotta. Nel 2023, dopo l’uccisione di Mahsa Amini e la nascita del movimento “Donna, Vita, Libertà”, Pahlavi partecipa alla stesura della Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà, nota come Carta di Mahsa. Il documento fissa alcuni principi comuni, tra cui governo democratico, stato di diritto, diritti umani e laicità. Anche questa esperienza, tuttavia, si dissolve in poche settimane, mostrando le difficoltà strutturali dell’opposizione in esilio nel mantenere un fronte unitario.

Nell’aprile 2023, Reza Pahlavi compie una visita ufficiale in Israele. Incontra il presidente Isaac Herzog e il primo ministro Benjamin Netanyahu, visita lo Yad Vashem e parla apertamente di cooperazione futura tra iraniani e israeliani in settori come acqua e tecnologia, in uno scenario post-regime. Per i sostenitori è un segnale di rottura con la retorica ostile della Repubblica islamica; per i detrattori è la conferma di un eccessivo allineamento a potenze considerate nemiche da Teheran.

Dalla fine del 2025, nuove proteste attraversano le 31 province iraniane, innescate da rincari, svalutazione della moneta e da una crisi economica che si intreccia con la repressione politica. In questo contesto, numerosi video diffusi sui social mostrano slogan che affiancano «Morte al dittatore» e «Libertà» al nome di Reza Pahlavi. Dall’estero, lui ribadisce di essere disponibile a sostenere un governo di transizione, precisando di non voler restaurare la monarchia.

Misurare il suo consenso reale all’interno dell’Iran resta complesso. Un’indicazione, con tutti i limiti del caso, arriva dai sondaggi condotti dal GAMAAN (Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran), istituto di ricerca con sede nei Paesi Bassi. Nell’analisi pubblicata nell’agosto 2025, Reza Pahlavi risulta la figura dell’opposizione più citata, con circa il 31% delle preferenze, senza però raggiungere una maggioranza. I dati variano sensibilmente per età, genere e area geografica, e mostrano una società divisa anche sulla forma futura dello Stato, mentre emerge un rifiuto netto sia della teocrazia sia di un governo militare.

Questo scenario si inserisce in un contesto segnato da decenni di repressione documentata da organizzazioni indipendenti come Amnesty International, che ha denunciato arresti arbitrari, torture, esecuzioni e violazioni sistematiche dei diritti civili, inclusa la strage dei prigionieri politici del 1988. Allo stesso tempo, la memoria storica della dinastia Pahlavi resta ambivalente: modernizzazione e apertura verso l’Occidente convivono, nel racconto di molti iraniani, con il ricordo dell’autoritarismo e della SAVAK, la polizia segreta responsabile di censura e violenze.

Qui si colloca il nodo politico centrale. Reza Pahlavi si propone come ponte verso un processo democratico, promettendo di farsi da parte dopo un referendum libero. Il suo punto di forza è il riconoscimento internazionale e la capacità di parlare a governi e media occidentali; la sua fragilità è il rischio di apparire distante dalla realtà quotidiana del Paese e troppo legato a capitali straniere. La discussione, per molti iraniani, non riguarda tanto la persona quanto il metodo: chiunque guiderà una transizione dovrà accettare limiti, regole e un controllo popolare reale.

Resta l’immagine iniziale, quella scala di cemento e quel coro sommesso. Non è un programma politico né un plebiscito. È un segnale che racconta un Paese stremato, dove il passato continua a pesare e il presente offre poche alternative visibili. Trasformare quel segnale in istituzioni, garanzie e diritti sarà il compito più difficile, indipendentemente dal nome che oggi divide la piazza.

Fonti: Encyclopaedia Britannica; Wikipedia; The Guardian; IranWire; GAMAAN; Amnesty International; Times of Israel; Sito ufficiale di Reza Pahlavi; Clingendael Institute; GlobalSecurity.

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