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11 Gennaio 2026 - 07:13
Reza Pahlavi
Una bandiera con il leone e il sole compare per pochi minuti sulla facciata dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Londra. A issarla è un giovane manifestante che si arrampica sul balcone, mentre sotto si radunano decine di persone che scandiscono slogan per l’Iran. L’episodio dura poco, ma l’immagine fa il giro dei social e dei media internazionali. È una scena simbolica che racconta più di molte analisi: l’opposizione iraniana, dentro e fuori dal Paese, tenta di muoversi in modo sincronizzato mentre il messaggio di Reza Pahlavi, principe ereditario in esilio, alza il livello dello scontro con il potere di Teheran.
Nel suo appello, diffuso il 10 gennaio 2026 sulla piattaforma X, Reza Pahlavi invita apertamente la popolazione a scendere in strada il 10 e l’11 gennaio, a partire dalle 18:00, con bandiere e simboli nazionali. L’obiettivo dichiarato non è solo manifestare, ma arrivare a “sequestrare e mantenere” i centri cittadini. Un salto di qualità che arriva mentre in Iran cala di nuovo il buio digitale: Internet viene drasticamente limitato, i flussi di informazioni si interrompono, la verifica dei dati diventa quasi impossibile. La domanda che resta aperta è semplice e insieme decisiva: quanto è realistica questa strategia?
L’appello di Reza Pahlavi non si limita a una chiamata generica alla protesta. Nel messaggio, il leader in esilio indica orari, simboli e una modalità operativa precisa: gruppi che convergono da più direzioni, occupazione delle piazze centrali, tentativo di mantenerle nel tempo. In parallelo, invita a scioperi nei settori chiave dell’economia, dai trasporti al petrolio, dal gas all’energia, con l’obiettivo di colpire direttamente le principali fonti di entrata dello Stato. È un messaggio che guarda alla storia iraniana, ma che si misura con un contesto profondamente diverso.
من اولین فراخوان خود را امروز با شما در میان میگذارم و از شما دعوت میکنم که این پنجشنبه و جمعه، ۱۸ و ۱۹ دیماه، همزمان سر ساعت ۸ شب، همگی چه در خیابانها یا حتی از منازل خودتان شروع به سردادن شعار کنید. درنتیجه بازخورد این حرکت، من فراخوانهای بعدی را به شما اعلام خواهم کرد. pic.twitter.com/TEDgXoJEbn
— Reza Pahlavi (@PahlaviReza) January 6, 2026
C’è poi un secondo livello, ancora più delicato. Reza Pahlavi si rivolge direttamente agli apparati di sicurezza e alle forze armate. Parla ai “giovani della Guardia Immortale”, espressione con cui allude a una rete informale di contatti all’interno di esercito e polizia, e chiede di rallentare, sabotare, disarticolare la macchina repressiva nel giorno stabilito. Infine, annuncia di prepararsi a rientrare in Iran “quando la rivoluzione avrà vinto”. Una frase che accende l’entusiasmo dei sostenitori ma che solleva interrogativi pesanti su una transizione politica tutta da definire.
L’appello arriva in una fase di forte tensione sociale. Dalla fine di dicembre 2025, l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste alimentata da un’inflazione fuori controllo, dal crollo del rial e da un costo della vita sempre più insostenibile. Le prime manifestazioni nei bazar e nei campus universitari si sono estese rapidamente a decine di città, in quasi tutte le province, assumendo toni apertamente antiregime. La risposta dello Stato è stata immediata. I Guardiani della Rivoluzione Islamica e la polizia nazionale (FARAJA – Comando per le Forze dell’Ordine della Repubblica Islamica) hanno inasprito la repressione, mentre il blackout informativo rende impossibile un bilancio certo delle vittime e degli arresti. Organizzazioni per i diritti umani parlano di decine di morti e migliaia di fermi, con numeri in costante aumento.
Dal 8 gennaio, le autorità hanno imposto un blackout di Internet che colpisce soprattutto la rete mobile e il traffico IPv6, riducendo drasticamente la capacità di comunicazione interna e verso l’esterno. Secondo rilevazioni indipendenti come NetBlocks e Cloudflare Radar, in alcune aree il traffico dati è crollato fino al 98,5%. È una strategia già vista durante le proteste del 2019 e del 2022, ma oggi appare ancora più sistematica. Anche l’uso di Starlink, il sistema satellitare di SpaceX, è ostacolato da interferenze tecniche e da pesanti sanzioni penali per chi viene sorpreso a utilizzarlo. Il risultato è un flusso di informazioni frammentario: pochi video da Teheran, Shiraz, Tabriz, il resto affidato a testimonianze di attivisti e a stime di organizzazioni non governative.
In questo vuoto informativo, un ruolo visibile è giocato dalla diaspora. A Londra, Berlino e in altre capitali europee si susseguono manifestazioni di solidarietà, spesso caratterizzate da bandiere monarchiche e simboli pre-1979. L’episodio dell’ambasciata a Londra diventa così parte di una narrazione coerente con il lessico scelto da Reza Pahlavi: simboli nazionali, centri cittadini, visibilità internazionale. È un’eco che rafforza il messaggio, ma che non modifica automaticamente gli equilibri interni.
La risposta del regime è compatta e dura. Il Leader Supremo Ali Khamenei promette di non arretrare e la televisione di Stato trasmette i funerali di membri delle forze di sicurezza uccisi negli scontri. Nei notiziari ufficiali, i manifestanti vengono definiti “nemici di Dio”, un’accusa che nel sistema giuridico iraniano apre la strada alle pene più severe. L’esercito dichiara di voler difendere gli “interessi nazionali” da tentativi di destabilizzazione, mentre fonti indipendenti segnalano l’uso di munizioni vere in più città e centinaia di arresti nella sola prima settimana.
Il ruolo di Reza Pahlavi resta centrale e controverso. Figlio dell’ultimo scià, Mohammad Reza Pahlavi, il principe in esilio tenta da anni di trasformare un capitale simbolico in una leadership politica riconosciuta. La strategia attuale combina mobilitazione di piazza, pressione economica e tentativo di indebolire dall’interno gli apparati repressivi. La novità è l’assunzione di una responsabilità personale esplicita, con la promessa di un ritorno in patria. Ma restano aperte le domande sul “dopo”: assetto istituzionale, processo costituente, garanzie per minoranze e opposizioni.
Puntare sui settori vitali dell’economia significa colpire il nervo scoperto dello Stato. I precedenti storici, in particolare gli scioperi del 1978-1979, mostrano quanto questo strumento possa essere efficace. Ma l’Iran del 2026 non è quello di allora. Gli apparati di sicurezza sono più ramificati, il settore energetico è controllato da una rete di enti pubblici e parastatali, la sorveglianza è più sofisticata. Un vero sciopero nazionale richiede coordinamento e comunicazione, proprio ciò che il blackout rende più difficile. Alcuni segnali di serrate e astensioni sono stati documentati, soprattutto nelle regioni occidentali, ma le verifiche restano parziali.
Anche sui numeri della repressione serve cautela. Le stime parlano di decine di morti e oltre duemila arresti nelle prime due settimane. Alcuni rapporti indicano più di cinquanta vittime già il 10 gennaio, altri superano quota sessanta. In assenza di verifiche indipendenti, il dato certo è l’intensità crescente dello scontro.
Sul piano internazionale, l’appello di Reza Pahlavi trova attenzione ma produce effetti limitati. Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio esprimono sostegno al “popolo iraniano”. In Europa, arrivano dichiarazioni di condanna della repressione, mentre le piazze della diaspora restano attive. Finora, però, il rapporto di forza interno non sembra modificato da queste prese di posizione.
La scelta di puntare sui centri urbani ha una logica precisa. Occupare una piazza o un nodo strategico, anche per poche ore, crea un evento che può essere rilanciato all’estero e documentato nonostante il blackout. Ma aumenta anche i rischi: scontri diretti con unità addestrate, possibilità di accerchiamenti e arresti di massa, difficoltà logistiche. Reza Pahlavi insiste sulla preparazione e sul collegamento tra i gruppi, ma resta da capire se esista una struttura organizzativa capace di tradurre l’appello in un coordinamento reale nelle grandi città.
Un’incognita decisiva riguarda le forze armate e i corpi di sicurezza. L’idea di incrinare la catena di comando attraverso diserzioni o rallentamenti è difficile da verificare in tempo reale. La Guardia Rivoluzionaria Islamica resta il pilastro della tenuta del sistema e, al momento, non emergono prove di defezioni su larga scala. Esistono segnali locali di esitazioni, ma restano frammentari e non confermati.
Nelle prossime ore, alcuni indicatori saranno cruciali: la partecipazione alle manifestazioni serali, la capacità di mantenere porzioni di centro urbano, la diffusione e durata degli scioperi nei settori chiave, l’andamento della repressione e l’eventuale allentamento del blackout. Ogni finestra di connettività potrebbe aumentare la documentazione indipendente e la capacità di coordinamento.
Le proteste del 2022, esplose dopo la morte di Mahsa Amini, hanno lasciato un’eredità fatta di reti di attivisti e di pratiche di resistenza, ma anche di ferite profonde e di un regime che ha affinato le proprie contromisure. La novità del 2026 è il tentativo di una regia dalla diaspora che prova a sincronizzare orari e obiettivi. Il test è capire se questa regia riuscirà a trasformarsi in continuità e massa critica.
Chiedere di “conquistare” i centri delle città è un atto politico ambizioso, che tenta di creare una realtà attraverso la parola. Per riuscirci servono numeri, organizzazione e tempo. Oggi l’Iran appare come un laboratorio di protesta sotto blackout digitale, dove ogni mossa ha un costo elevato. L’appello di Reza Pahlavi è il più impegnativo della sua recente traiettoria politica. Per ora, tra le 18:00, i blindati e il silenzio della rete, si gioca una delle partite più delicate degli ultimi anni tra la società iraniana e il regime.
Fonti: Reza Pahlavi, X (ex Twitter), NetBlocks, Cloudflare Radar, Amnesty International, Human Rights Watch, Reuters, BBC, The Washington Post, Al Jazeera.
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