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10 Gennaio 2026 - 18:11
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Torino, 10 gennaio 2026. Il freddo e il vento non fermano una piazza che oggi sceglie di stare dalla parte giusta della storia. Tra bandiere che sventolano e cartelli dalle parole nette, Torino si fa megafono della richiesta di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani per il popolo iraniano. Una manifestazione e una lunga maratona oratoria che hanno dato voce a una rivolta lontana solo geograficamente, ma drammaticamente vicina per chi, anche qui, ne paga il prezzo.
La piazza è variegata e compatta: famiglie, giovani, studenti, attivisti, esuli iraniani, cittadini torinesi. Non un corteo rituale, ma un presidio politico che rifiuta di restare nell’eco di una protesta simbolica. Dal microfono arrivano parole dure contro il regime teocratico degli ayatollah, contro la guida suprema e contro un sistema che reprime nel sangue ogni forma di dissenso. I cori sono espliciti, il messaggio altrettanto: in Iran si muore e si viene arrestati per chiedere diritti fondamentali, e l’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte.
Il presidio è promosso dalla comunità iraniana torinese, insieme ad associazioni e movimenti politici, e mette al centro una richiesta chiara: sostenere chi, in Iran, rischia la vita per la libertà, rompendo il silenzio internazionale che troppo spesso accompagna la repressione. La denuncia che sale dalla strada intreccia sovranità popolare, libertà civili e fine della violenza di Stato, senza ambiguità e senza diplomazie di comodo.
Ma dalla piazza emerge anche un elemento inquietante, che trasforma la manifestazione in qualcosa di più di una semplice espressione di solidarietà. Durante gli interventi vengono denunciate minacce di morte e intimidazioni telefoniche rivolte ad alcuni oppositori iraniani rifugiati a Torino. Segnalazioni che sono già finite all’attenzione della Digos e che vengono portate pubblicamente come prova della “lunga mano” del regime, capace di esercitare pressione e paura anche fuori dai confini iraniani. Un messaggio chiaro: la repressione non si ferma alla frontiera e prova a colpire la diaspora per silenziarne la voce.
È anche per questo che dalla manifestazione parte un appello politico diretto alle istituzioni europee. Non un richiamo generico, ma una richiesta precisa: non distogliere lo sguardo, non limitarsi alle dichiarazioni di principio, trasformare la tutela dei diritti umani in atti concreti di attenzione e vigilanza. La piazza rivendica il proprio ruolo di pungolo civico, di presidio della coscienza pubblica, per tenere accesi i riflettori su chi, in Iran, paga un prezzo altissimo per dissentire.
Il valore della mobilitazione torinese sta proprio in questa doppia dimensione: solidarietà concreta verso le vittime della repressione e denuncia della pressione esercitata sulla comunità in esilio. Una protesta locale che diventa tassello di una discussione globale su libertà, sicurezza e responsabilità internazionale. Perché la difesa dei diritti non è un affare lontano, ma attraversa le nostre città, le nostre piazze, e oggi – tra freddo e vento – interroga direttamente anche Torino.
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