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L’Iran sta esplodendo? Pane, inflazione e repressione: perché le piazze sfidano il regime

Svalutazione del rial, proteste in decine di città, blackout di internet e uso della forza contro minoranze e ceti urbani: la crisi economica diventa politica e mette alla prova l’intero sistema di potere iraniano

L’Iran sta esplodendo? Pane, inflazione e repressione: perché le piazze sfidano il regime

ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL'IRA

La notte in cui a Kermanshah la connessione a internet è stata interrotta, gli slogan hanno iniziato a spostarsi di balcone in balcone come messaggi elementari ma difficili da fermare: “Naan, kar, azadi”, pane, lavoro, libertà. Nello stesso momento, a Mashhad, alcuni manifestanti tentavano di superare una barriera della FARAJA (Comando delle Forze dell’Ordine della Repubblica Islamica, cioè la polizia nazionale); a Tehran, un medico annotava senza parlare il numero dei feriti arrivati in reparto; a Ilam, una donna scorreva una lista di arrestati cercando il nome del figlio. Tutto avveniva mentre il valore del rial continuava a scendere e l’apparato di potere reagiva chiudendosi. Fuori dall’Iran, la voce di Donald Trump avvertiva che una nuova ondata di uccisioni dei manifestanti avrebbe provocato una risposta “molto dura”, specificando però “senza truppe di terra”. Ancora una volta, come già accaduto più volte nella storia recente del Paese, una crisi economica si è trasformata rapidamente in una crisi politica. Questa volta, però, la frattura attraversa gruppi sociali diversi, generazioni e minoranze etniche, mettendo insieme rivendicazioni che raramente avevano trovato un terreno comune.

L’innesco è stato economico. Alla fine di dicembre 2025 il rial ha toccato sul mercato parallelo quota 1,5 milioni per un dollaro, provocando scioperi e proteste nel bazar di Tehran, poi estese a decine di città. Con un’inflazione stimata tra il 42 e il 49 per cento tra ottobre e dicembre 2025, il costo della vita è diventato insostenibile per una parte crescente della popolazione. Salari e sussidi non tengono il passo, i risparmi accumulati in anni si dissolvono. Dietro questi numeri c’è una crisi strutturale fatta di sanzioni internazionali, gestione inefficiente e di un settore economico “semi-statale” dominato da fondazioni e conglomerati legati agli apparati di sicurezza.

La protesta, però, non riguarda solo il reddito. È anche politica e identitaria. Nelle province occidentali e sudoccidentali la mobilitazione assume un carattere marcato: tra i curdi di Kermanshah e Ilam, i lor del Lorestan, gli arabi del Khuzestan, gli azeri di Tabriz e del nord-ovest. Sono aree storicamente ai margini delle politiche pubbliche, dove la risposta delle forze di sicurezza è spesso più rapida e più violenta. Secondo organizzazioni indipendenti, in queste zone sarebbero state usate munizioni vere, con un numero rilevante di vittime minorenni.

Il movimento non è uniforme. In piazza ci sono studenti e operai, commercianti del bazar e settori di una classe media impoverita, mentre la diaspora rilancia video e messaggi dall’estero. Le parole d’ordine oscillano tra la richiesta di una normalità economica e quella di cambiare il rapporto tra Stato e cittadini. L’esperienza delle proteste di “Donna, Vita, Libertà” del 2022 è ancora presente, insieme alla paura che la repressione possa aprire un’altra stagione di violenza diffusa.

Il potere mantiene però due vantaggi centrali. Il primo è un apparato di sicurezza che controlla il territorio da decenni. Il fulcro è l’IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), con la sua rete di intelligence, le milizie Basij, le unità cyber e il colosso economico Khatam al-Anbiya, protagonista di grandi appalti pubblici. A questo si aggiungono la FARAJA e un sistema giudiziario che negli ultimi giorni ha accelerato arresti e procedimenti rapidi. Il secondo vantaggio è la disponibilità di strumenti economici e finanziari che consentono di guadagnare tempo: fondazioni religiose e caritative, note come bonyad, come Bonyad Mostazafan, Astan Quds Razavi e EIKO (Quartier Generale per l’Esecuzione dell’Ordine dell’Imam), tutte riconducibili alla Guida Suprema. È un sistema economico opaco, difficile da intaccare.

Stime indipendenti concordano sul peso di questi soggetti: le bonyad controllerebbero una quota significativa del prodotto interno lordo; l’IRGC opera nei cantieri, nell’energia e nelle reti informali di esportazione del petrolio che aggirano le sanzioni. In questo circuito di rendite, la capacità repressiva e quella economica si sostengono a vicenda.

Dal 28 dicembre 2025 il numero dei morti e degli arrestati cresce in modo irregolare, anche perché le verifiche sono ostacolate dai blackout selettivi o totali di internet. Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato l’uso di proiettili veri, fucili a pallettoni, gas lacrimogeni e percosse. L’organizzazione curda Hengawsegnala un impiego più letale della forza nelle aree periferiche. Le stime parlano di alcune decine di morti e oltre 2.000 arresti entro la prima settimana di gennaio 2026, con numeri probabilmente inferiori alla realtà.

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Il blackout non è solo una misura tecnica. Serve a limitare la circolazione di immagini e testimonianze, a isolare le città e a comprimere la protesta lontano dagli osservatori esterni. Secondo Amnesty International, è una strategia già usata nel 2019 e nel 2022, ora riproposta in modo sistematico.

Nelle province curde e luri il bilancio appare particolarmente pesante. Hengaw e la Kurdistan Human Rights Network hanno identificato vittime molto giovani, colpite da fuoco diretto. Nel Khuzestan, con capitale Ahvaz, alle difficoltà economiche si somma una lunga storia di marginalizzazione. A Tabriz e nel nord-ovest azero il malcontento coinvolge studenti e commercianti, colpiti dalla svalutazione e dall’aumento dei costi energetici. Le informazioni restano frammentarie a causa delle restrizioni ai media locali.

All’estero, una parte della diaspora guarda a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, come a un possibile punto di riferimento simbolico. La sua proposta unisce sostegno allo sciopero generale, pressione diplomatica e una transizione negoziata. All’interno dell’Iran il suo nome divide; fuori dal Paese viene adottato da alcune comunità come elemento di unità. In parallelo si combatte una battaglia informativa: canali in lingua persiana, attivisti e reti digitali coordinano iniziative, mentre Tehran risponde parlando di interferenze straniere e ribadendo la linea della Guida Suprema Ali Khamenei, che ha escluso qualsiasi arretramento.

Gli Stati Uniti hanno escluso un’invasione dell’Iran. I costi politici e militari e l’assenza di consenso interno rendono questa opzione impraticabile. L’amministrazione Trump, dopo i raid del giugno 2025 contro siti del programma nucleare iraniano, ha però lasciato intendere la possibilità di colpire in modo mirato se la repressione dovesse intensificarsi. Si tratta di un messaggio di deterrenza che si muove entro i limiti già discussi dopo quei raid, quando giuristi e parte del Congresso avevano richiamato il War Powers Act (legge che limita l’uso della forza militare senza autorizzazione parlamentare).

La capacità di resistenza del sistema passa anche dall’economia. In Iran sopravvive un modello ibrido in cui Stato, fondazioni religiose e conglomerati militari si spartiscono settori strategici. Le bonyad rispondono direttamente alla Guida Suprema e godono di esenzioni fiscali, mentre la rete dell’IRGC presidia appalti e partecipazioni. Le sanzioni ampliano lo spazio per traffici informali e triangolazioni, garantendo liquidità all’apparato e quindi stipendi e fedeltà.

Questo assetto limita i margini di manovra del presidente Masoud Pezeshkian, che ha promesso di stabilizzare il cambio e contenere l’inflazione, ma si scontra con centri di potere che rispondono ad altre gerarchie. Intanto l’erosione del reddito coinvolge settori sempre più ampi: la protesta non è più confinata alle periferie.

A tenere insieme la rivolta sono tre elementi intrecciati: una richiesta politica di maggiore responsabilità e rappresentanza, una domanda economica di prezzi sostenibili e salari adeguati, e una componente identitaria legata alla fine delle discriminazioni verso minoranze e periferie. È un’agenda essenziale ma condivisa, che il potere tenta di contenere alternando promesse di sussidi e uso della forza.

Gli scenari restano aperti. Al momento non si vedono fratture evidenti negli apparati, ma l’aumento delle vittime potrebbe alzare il costo internazionale della repressione. Il ruolo delle minoranze resta cruciale, così come le mosse di Washington, che valuta sanzioni mirate e misure contro le tecnologie di sorveglianza. Sullo sfondo pesa il contesto regionale, reso instabile dagli scontri del 2025 tra Iran e Israele.

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Il tempo resta la variabile più difficile da prevedere. Ogni giorno senza collasso permette al sistema di riorganizzarsi, ma l’inflazione continua a erodere consenso e ogni arresto alimenta nuova tensione. Un eventuale intervento esterno, anche mirato, difficilmente rovescerebbe un apparato così radicato. La partita decisiva resta interna: la capacità, o meno, del potere di ricostruire un minimo di patto sociale in un Paese in cui anche beni essenziali sono diventati difficili da permettersi.

Fonti: Amnesty International, Human Rights Watch, Hengaw Organization for Human Rights, Kurdistan Human Rights Network, dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione Trump, dati economici della Banca Centrale dell’Iran, reportage di Washington Post, Reuters, Associated Press.

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